Il Superuovo

In occasione del G20 in Arabia Saudita scopriamo quando il multiculturalismo danneggia le donne

In occasione del G20 in Arabia Saudita scopriamo quando il multiculturalismo danneggia le donne

Il multiculturalismo danneggia le donne? Prendiamo come esempio l’Arabia Saudita, luogo del G20, per rispondere all’interrogativo.

L’Arabia Saudita si impone come esempio di una cultura che mantiene delle istituzioni chiaramente patriarcali. Cosa succede se tali culture entrano in Occidente sotto forma di gruppi etnici minoritari? Il multiculturalismo propone di tutelare tali culture e di assicurare il riconoscimento di specifici diritti di gruppo che ne preservino l’identità. Ma cosa ne pensa il femminismo?

 

Il caso dell’Arabia Saudita

A partire da ieri, 22 novembre, si sta riunendo occasionalmente online il vertice del G20; G20 che, in assenza della pandemia da Covid-19, si sarebbe dovuto svolgere in Arabia Saudita. I media parlano di un’occasione persa: si trattava di un’ottima vetrina per mostrare all’Occidente il nuovo volto della monarchia saudita capitanata da Mohammed Bin Salman. Che il 35enne erede al trono si sia proclamato un riformatore è fatto noto ma che la società saudita sia ancora nelle mani del tradizionalismo estremo dell’Islam wahabita è, secondo il parere delle organizzazioni internazionali per i diritti umani, un qualcosa che la corona saudita ha cercato di occultare. Per Amnesty International l’occultamento ha preso piede con la sapiente campagna di pubbliche relazioni orchestrate per consegnare ai media di tutto il mondo l’immagine di un erede al trono “riformista”. Lo conferma la concessione del diritto delle donne di guidare del giugno del 2018: il diritto ha riscosso l’attenzione dei media mondiali che hanno iniziato a parlare di una ventata di cambiamento per l’Arabia Saudita ma soltanto poche settimane prime alcune attiviste per quello stesso diritto erano state arrestate. Per Amnesty “i veri attori del cambiamento in Arabia Saudita sono in carcere”.

Quello che occorre rilevare in questa sede è come allo stato attuale molti paesi, i cui flussi migratori si dirigono verso l’Occidente, incarnano tutt’ora delle culture discriminatrici verso il genere. Come dimostra il caso dell’Arabia Saudita, nonostante l’introduzione di piccole riforme che si muovono nella direzione del cambiamento, molte società continuano a preservare delle strutture chiaramente patriarcali. Cosa accade quando queste culture entrano in Occidente?

 

Il problema del multiculturalismo

In vista di quanto specificato nel paragrafo precedente quello che occorre qui fare presente è come le politiche multiculturali, chiusesi in una difesa spasmodica e spesso approssimativa della sopravvivenza e dei diritti dei gruppi culturali minoritari, abbiano trascurato le donne e più in generale la questione di genere a vantaggio di una attenzione esclusiva alle identità individuali e ai diritti di gruppo, affrontate alla luce di una chiave di lettura che privilegia l’ottica delle appartenenze culturali. Così facendo, i sostenitori del multiculturalismo finiscono per essere accusati dalle femministe della questione dell’invisibilità. Il multiculturalismo è divenuto cieco alle questioni femminili, ignorando che molto spesso le culture minoritarie, per le quali rivendicano riconoscimento e tutela, sono le stesse a rendersi colpevoli di pratiche discriminatrici verso le donne.

Andando nel dettaglio, il multiculturalismo propone che, sulla base del presupposto che le democrazie liberali non abbiano accordato sufficiente protezione alla cultura e agli stili di vita delle minoranze, tali culture e tali stili di vita debbano essere tutelati attraverso l’attribuzione di specifici diritti di gruppo e privilegi. Ora, prendiamo il caso di una cultura improntata al tradizionalismo estremo dell’Islam come l’Arabia Saudita: inevitabilmente il gruppo minoritario espressione di quella cultura porterà con sé nell’ambito di una democrazia liberale occidentale delle pratiche discriminatrici nei confronti del genere del tutto inammissibili. E allora cosa fare? È giusto accordare degli specifici diritti di gruppo alle minoranze se poi quelle stesse minoranze si scontrano con i postulati delle democrazie liberali?

 

La risposta del femminismo

Si deve a Susan Moller Okin il merito di aver richiamato l’attenzione sulla questione. Nel 1997 Okin pubblica sulla rivista statunitense Boston Review un articolo che apre il dibattito all’elaborazione di diverse e spesso fumose teorie, la maggior parte delle quali trova spazio in “Is multiculturalism bad for feminism?”, pubblicato due anni dopo. Okin si interroga su come sia possibile accettare diritti speciali per gruppi che si macchiano di pratiche discriminatrici verso le donne. Le femministe evidenziano che in molti casi il riconoscimento dei diritti di gruppo alle minoranze culturali finisce per legittimare e tutelare comportamenti, credenze e pratiche oppressive e vessatorie nei confronti della componente femminile. In altre parole, le democrazie liberali, favorendo politiche multiculturali che tutelano le appartenenze culturali, rischiano di ignorare i cosiddetti gruppi deboli, affetti da deficit di rappresentanza, costituiti oltre che da gay e poveri, soprattutto dalle donne, troppo spesso confinate nella sfera domestica. E questo deficit si configura come un punto estremamente critico se si pensa al fatto che sono proprio le donne che conferiscono identità al gruppo culturale di appartenenza, in quanto, protagoniste della sfera privata, tessono la rete dei rapporti, finendo per esercitare un vero e proprio controllo sociale, manipolando l’identità del gruppo e stabilendo i rapporti con la democrazia liberale. Di qui la proposta di Okin: valutare il costo che l’impegno alla tutela dei diritti di gruppo comporta in termini di componente femminile.

 

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