Il Superuovo

Il mito del denaro e del gioco d’azzardo raccontato da Dostoevskij e Pirandello

Il mito del denaro e del gioco d’azzardo raccontato da Dostoevskij e Pirandello

Gioco d’azzardo e denaro sono elementi topici e tipici della modernità. La letteratura ci ha offerto ritratto di giocatori d’azzardo di ogni tipo.

 

 

Dickens, Maupassant, Dostoevskij e Schntizler hanno toccato l’apice di simili rappresentazioni. Già Niccolò Machiavelli, nella celebre lettera al Vettori del 1513 aveva descritto alcun giochi di carte a cui era solito prendere parte. Vediamo come questo tema si sviluppa nella dimensione letteraria.

 

Che cos’è il gioco d’azzardo?

Il gioco d’azzardo, secondo il codice penale italiano, è un’attività illecita che consiste nello scommettere beni, proprietà, ma soprattutto denaro, per scopi di lucro e di guadagno. Il termine che dà vita al nome di tale attività avrebbe una derivazione di origine araba: l’etimo infatti sembrerebbe nascere dalla parola az-zahr(dado), che mutando al francese hasard, avrebbe dato come esito italiano “azzardo”. Si tratta di un’attività molto antica, attestata al 4000 a.C circa in Egitto, dove di praticava un gioco chiamato senet, molto somigliante ad una sorta di dama che avrebbe, in base alla vittoria o alla sconfitta, decretato la fine dell’anima nell’oltretomba.

In epoca romana il gioco d’azzardo era un’attività pubblicamente e socialmente non accettata, ma non illecita o perseguibile penalmente. In epoca Medievale, come ci ricorda Dante, era molto in voga il gioco della zara, in cui ci si doveva affidare alla sorte lanciando i dadi, che prevedevano numeri da 3 a 18.

Tra Settecento e Ottocento, lo Stato Pontificio affrontava, in base al papa eletto, il problema sempre in maniera del tutto differente. Alcuni papi sostenevano che fosse uno dei peggiori mani che avesse mai afflitto l’umanità, altri ancora un vizio, altri invece lo ritenevano accettabile e pertanto non era necessario punirlo.

“quando mai la pienezza di vizi si è manifestata con più abbondanza? Quando mai si è ceduto tanto alla avidità? Quando mai è stata forte la mania del gioco? Ormai non si va più al tavolo da gioco solo col borsellino, no! Ci si porta dietro tutti i propri averi” (Decimo Giunio Giovenale, Satire, Libro I)

 

Mattia Pascal e il gioco d’azzardo

Il motivo del gioco d’azzardo in Pirandello, trova il suo sviluppo nel libro “Il fu Mattia Pascal”. Dopo la morte del padre di Mattia, la madre decide di dare in gestione l’eredità a Batta Malagna, (amministratore poco leale che deruba la famiglia Pascal). Mattia, poco dopo mette incinta la nipote del Malagna, e viene obbligato a sposarla. Impoverito dalla mala gestione dell’eredità paterna, Mattia trova lavoro come bibliotecario e si trasferisce con la moglie a casa della madre della moglie. Dopo la morte del padre e un matrimonio obbligato, Mattia Pascal nota che la sua vita matrimoniale diventa insopportabile, quindi decide di trasferirsi in America. Si ferma a Nizza e dove in una vetrina nota un libro che spiegava il segreti del gioco della roulette. Condizionato da questo evento decide di andare a Montecarlo per tentare di arricchirsi con il gioco. Le sue speranze vengono esaudite: difatti il protagonista vince una somma considerevole alla roulette.

Le vicende proseguono dopo la vincita dell’ingente somma, ma è nel sesto capitolo che sono descritti con grande capacità di analisi psicologica gli ambienti e i personaggi del casinò e le logiche paradossali dei giocatori d’azzardo. Pirandello vuole mettere in luce come l’uomo, soggetto a cambiamenti repentini e a mancanze di certezze nella sua vita, non sia in grado di gestire il cambiamento, buttandosi a capofitto in una situazione potenzialmente rischiosa.

Mattia si illude di poter cambiare vita (proprio come il giocatore medio fa con il Superenalotto); ma alla fine, Adriano Meis sarà costretto dalla sorte a ritornare ad essere Mattia Pascal, e la sua vita non sarà più quella di prima. Pirandello fa dunque emergere l’idea secondo cui il gioco d’azzardo dia un’illusione e una parvenza di felicità, quando in realtà provoca danni e dipendenze dalle quali è difficile uscire.

“Il giocatore” di Dostoevskij

Anche Fedor Dostoevskij, grande scrittore russo, ha analizzato a più riprese questa tematica difficile ma altrettanto allettante. All’interno di una delle sue opere più note, “Il giocatore”, lo scrittore ha raccontato la realtà di una piccola città tedesca molto nota per il casinò che sorge nel centro di essa. Il narratore, che veste i panni di Alekseij Ivànovic è il precettore di una famiglia composta da differenti bizzarri personaggi, tra cui Polina, la donna di cui è innamorato. La famiglia per cui lavora è al limite della rovina, e nel tentativo di salvaguardarla in nome dell’amore che prova per Polina, Alekseij si trova spesso a giocare e vincere grandi somme di denaro.

Durante una sera, mentre giocava, iniziò a vincere senza sosta, giocando tutti i soldi che aveva in tasca. Tuttavia, nel mezzo della giocata corre da Polina, la quale dopo aver saputo della sua smania per il gioco, decise di abbandonarlo e scappare in Francia. Per la delusione Alekseij fugge, e si ripara tra le braccia di una donna che sperpera tutti i soldi guadagnati.

Il romanzo non rappresenta né una condanna, né un’esaltazione del gioco d’azzardo. La morale molto ironica suggerisce che nulla di materiale è perduto, come per esempio il denaro, mentre l’amore, un qualcosa di non tangibile e non commerciabile, se è perduto, potrebbe esserlo per sempre.

 

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