Il Superuovo

In “Lupin” e in “Todo Modo” vediamo il “buono” non accettare l’ingiustizia del potere

In “Lupin” e in “Todo Modo” vediamo il “buono” non accettare l’ingiustizia del potere

I meccanismi del potere sono complessi e articolati, chi si ritrova coinvolto ne rimane vittima impotente a meno che non decida di diventare il giustiziere…

Il mondo è in mano ai forti, mentre i deboli rimangono schiacciati. Questa è la dura legge che emerge come sfondo della serie tv di Netflix “Lupin” e il romanzo di Leonardo Sciascia “Todo Modo”. In entrambi la forza consiste nel denaro e nel ruolo svolto all’interno della società. Da essi tuttavia emerge una figura che può in qualche modo sovvertire questo meccanismo, vediamola con attenzione.

In “Lupin” Assane subisce le conseguenze dell’ingiustizia

La serie tv francese “Lupin”, uscita nel 2021, consta al momento di due parti per un totale di 10 episodi. Il titolo deriva dal fatto che il protagonista Assane Diop, interpretato da Omar Sy, è appassionato dei romanzi di Maurice Leblanc e si ispira alla celebre figura di Lupin, il ladro gentiluomo. Il padre di Assane, Babakar, fu accusato del furto di un collier di diamanti, crimine da lui non commesso, e morì poco dopo essere stato incarcerato. Lui, uomo immigrato, in cerca di un futuro migliore per il figlio, venne utilizzato come capro espiatorio dall’avido Hubert Pellegrini. Determinato ad incassare il denaro dell’assicurazione in caso di furto, quest’ultimo finse la perdita del collier e costrinse Babakar, da lui assunto come autista, a confessarsi colpevole promettendogli falsamente, complice la polizia corrotta, la libertà. In una spirale di menzogne, di ricatti e di interessi personali, Assane subisce le conseguenze dei giochi meschini di potere. Perde ciò che ha di più caro al mondo per colpa dell’assenza di scrupoli di chi pensa solo al proprio tornaconto e ha i mezzi per garantirsi l’incolumità. Infatti, non appena il protagonista inizierà a cercare di scoprire la verità su queste vicende si scontrerà inevitabilmente con l’inattaccabilità di un uomo dalle conoscenze giuste.

Le tecniche da Lupin e i ragionamenti del pittore di “Todo Modo”

“Todo Modo” è un romanzo, pubblicato nel 1947, dello scrittore siciliano Leonardo Sciascia. Si tratta di un giallo, anche se trascende questo genere per i significati in esso contenuti, potremmo aggiungere infatti a questa definizione il termine “metafisico“. Il personaggio principale è un pittore, di cui non si conosce il nome, che si ritrova ad assistere agli esercizi spirituali di un gruppo di personalità influenti dal punto di vista politico e sociale. Questi potenti sono guidati da don Gaetano, un sacerdote molto particolare, dotato di una spropositata cultura e portato ad esprimere riflessioni ambigue e sferzante, volte a mettere in crisi l’interlocutore per il loro acume. In questo contesto vengono uccisi ben due notabili e il circolo delittuoso si conclude con la morte dello stesso don Gaetano. Il pittore partecipa alle indagini suggerendo idee all’incaricato del caso. I suoi metodi di ragionare non sono immediati per gli altri. Egli, in questa matassa inestricabile di trame opportunistiche, di malizie e sotterfugi, disegnando giunge a delle conclusioni riguardo a quanto gli accade intorno. Anche Assane, nella serie tv in questione, segue un modo di agire non convenzionale, egli come il pittore vede la realtà da un altro punto di vista. Sono le tecniche che mette in atto a sorprendere lo spettatore, in quanto riprese dai trucchi di Arsenio Lupin. 

Il “buono” che diventa giustiziere

Secondo l’interpretazione che Pasolini fornisce di “Todo Modo” il pittore è il “buono” che si ritrova coinvolto nei meccanismi stringenti del potere ma che non li tollera. Questa figura, dalla volontà conoscitiva pragmatica, può ergersi a detective o addirittura a giustiziere. Infatti il romanzo non si risolve, come un giallo di Agatha Christie, con la rivelazione del colpevole e del suo piano, ma il finale rimane in sospeso. Ciò può portare a supporre che il pittore, addentratosi per caso nel groviglio terribile del potere, sia anche l’autore di questa opera di “giustizia punitiva”. Così l’uccisione di don Gaetano si inserisce come termine necessario di questo processo, in quanto egli manipolando le coscienze, è colui che veramente tira le fila del gioco. Assane agisce per certi versi come il pittore, lui è estraneo agli intrighi di chi è al vertice della società, ma non accetta l’ingiustizia. I suoi mezzi sono diversi ma non meno efficaci, architetta una serie di stratagemmi per incastrare il signor Pellegrini e, nonostante i numerosi tentativi falliti, infine riesce nel suo scopo. Riesce così a scagionare la reputazione di suo padre e a troncare la spirale di corruzione dalla quale erano stati contaminati anche coloro che avrebbero dovuto punirla.

 

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