In dialogo con Dio: Agostino e Padre Pluche ci spiegano come trovare la fede

Padre Pluche, protagonista di Oceano Mare, e Sant’Agostino con le Confessiones, dimostrano come avvicinarsi a Dio.

 

 

L’essenza di Dio si manifesta nella sua assenza: è quello che impara Sant’Agostino, che narra la sua conversione nelle “Confessiones”, ma è anche quello che accade a Padre Pluche, uno dei più bei personaggi del celebre libro di Alessandro Baricco, “Oceano mare”.

 

 

Il salmo di Padre Pluche

In quel tripudio di luoghi e personaggi che è “Oceano Mare”, uno dei libri più apprezzati- e odiati- di Alessandro Baricco, spunta una figura in particolare, Padre Pluche. Si tratta di un sacerdote che è tutore di Elisewin, e che la accompagnerà nel suo viaggio alla locanda Almayer, punto di convergenza della moltitudine di figure che si muovono nel romanzo.

Il sacerdote è un uomo semplice, che non sa mai cosa dire perché non riesce mai a decidere se i suoi pensieri siano opportuni o meno, così come non sa se Dio possa aiutarlo, o meno. È una fede travagliata la sua, fatta di continue preghiere lasciate senza risposta, nel silenzio assordante della precarietà.

Padre Pluche durante la sua permanenza affronterà i suoi dubbi dovuti alla fede in un Dio che non si manifesta mai, ma che viene riscoperto nell’immensità del mare. Lascia che sia Dio a scegliere per lui, compone preghiere che servono ad esorcizzare la sua anima dal dubbio. La strada che percorre per avvicinarsi a Dio è tortuosa ed analoga a quella che percorse Agostino nelle sue Confessioni.

 

Così

questo buio

io lo prendo

e lo metto

nelle vostre

mani.

E vi chiedo

Signore Buon Dio

di tenerlo con voi

un’ora soltanto

tenervelo in mano

quel tanto che basta

per scioglierne il nero

per sciogliere il male

che fa nella testa

quel buio

e nel cuore

quel nero,

vorreste?

-Oceano Mare, Alessandro Baricco

 

 

 

Il diario di Agostino

Le confessiones sono definite dallo stesso Agostino come “il diario di un’anima davanti a Dio”. Si tratta di una confessione a Dio dei propri peccati, ed insieme, nel significato cristiano del termine confessio, una lode al Signore e alla sua grazia. Dal racconto della propria vita Agostino sceglie quegli episodi che possano offrire materia di meditazione spirituale e che abbiano un significato per la storia del rapporto fra uomo e Dio. La memoria e la confessione personale sono continuamente intercalate e commentate da riflessioni sul grande mistero dell’anima, dei suoi moti e della sua volontà, e trasportano la vicenda autobiografica sul piano di una problematica universale. Il fascino sempre attuale delle Confessioni deriva dalla profondità d’esame dei grandi problemi psicologici, dall’emozione sgomenta che l’autore prova di fronte alla scoperta delle immense possibilità dell’anima umana, capace delle più obbrobriose bassezze e facile a sprofondare nella libidine della carne, ma insieme dotata dei doni prodigiosi dell’intelligenza e della memoria. Le frequenti interrogazioni esprimono la zona di mistero che, anche dopo la conversione, fascia gli abissi della nostra anima. Così, nella scena della confessione, mentre Agostino è dibattuto fra il desiderio di affidarsi a Dio e il richiamo della carne, dalla casa vicina gli giunge il canto dei fanciulli “tolle, lege” (prendi, leggi), le cui parole sono interpretate come un segno divino che lo incita ad aprire il libro che ha davanti (Epistole di S. Paolo) e vi legge l’invito ad abbandonare i piaceri mondani e a rifugiarsi nella luce di Cristo.

 

Dio c’è, ma non si vede

A fondo di tutte le scoperte psicologiche dei due però, vi è sempre la scoperta di Dio.

La loro vicenda diviene una continua rivelazione dell’opera della grazia divina, che indirizza verso la salvezza. All’ originalità del contenuto corrisponde anche l’originalità dello stile, che nelle Confessiones si fa del tutto intimo, ricorre ad immagini di natura spirituale e mistica, ricche di emozioni interiori. All’euritmia e alla musicalità del periodare classico sottentra una sintassi faticosa che segue la successione dei sentimenti; prevale la disposizione paratattica, con un incalzare di frasi brevi e di interrogazioni affannose. I concetti sono ribattuti e rivoltati, in un giro di parallelismi e di antitesi. Il gioco tortuoso di queste figure stilistiche corrisponde alla tortuosità e alle complicazioni che Agostino scorge nei meandri dell’anima e della realtà stessa, proprio come accade a Padre Pluche, che non riesce mai a completare una frase senza esseri prima posto mille domande, senza che le parole gli scivolino via dalle labbra. Il ragionamento tanto agognato fallisce, e viene sostituito dalla sublimità della visione mistica e dal lirismo della preghiera, delle tante ed innumerevoli preghiere che Padre Pluche compone durante la permanenza alla locanda Almayer.

 

“scrivete Voi,

dove volete,

il sentiero che ho perduto.”

-“Oceano Mare, Alessandro Baricco

 

 

Ad accomunare le storie dei due è la drammatica contrapposizione fra la tenebra del peccato e la luce della fede. Il senso della colpa, conseguenza del peccato originale, conduce Agostino e Padre Pluche ad un acuto esame psicanalitico dei moti e degli impulsi remoti dell’anima, nell’attesa della manifestazione di un Dio, che come i due al termine delle loro analisi hanno ben compreso non si vede, ma c’è, ed è tutt’intorno a noi.

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