In aumento il numero dei casi di pedopornografia: ecco come avviene il grooming online

Un dossier della Polizia Postale, in collaborazione con Save The Children, proverebbe un pericoloso aumento nei casi di pedopornografia: si contano più di 5300 abusi online su minori.

Fonte: Philipp Katzenberger su Unsplash

L’incremento ha numeri incredibili, parlando di un 47% in più, ed è seguito da un ulteriore, macabro, dato: sono ben 531 i casi di grooming via internet (fonte: Ansa, link all’articolo). Il dossier, rilasciato dal CNCPO (Centro Nazionale per il Contrasto alla Pedopornografia Online), attesta il grave problema della pedofilia e della sua controparte online, dimostrando il pericolo di un utilizzo non sorvegliato di internet nella fascia pre-adolescenziale.

IL GROOMING ONLINE

L’età più a rischio sarebbero quelle dei 10-13 anni, ma nessuna fascia di minori sembra essere esclusa. Il dilagante utilizzo di internet, che spesso giunge precocemente nelle mani di bambini molto piccoli, ed una quarantena che ha costretto milioni di persone in casa, potenzialmente collegati sui propri dispositivi web, paiono come possibili cause dell’ aumento di questo inquietante fenomeno.

Il meccanismo è fin troppo semplice: un gruppo Telegram, la chatbox di un videogioco online, un server Discord, e poi un ospite adulto, che magari si finge minorenne. Parole di convincimento, adulazioni, coercizioni e minacce, così si manifesta l’adescamento, alimentando richieste di fotografie spinte, che vengono successivamente condivise in gruppi di anonimi. L’esistenza del mondo nascosto del grooming online, svelato da numerose inchieste giornalistiche (e anche da qualche video di Youtube; cfr. link al video di Bark), è noto a molti, eppure il problema sembra accrescere e mai diminuire.

Fonte: Joel Muniz su Unsplash

PEDERASTIA NELL’ANTICHITÀ

Non si tratta solo di “Lolita”. È che gli abusi sessuali su minori esistono dall’alba dei tempi, il problema è che spesso non sono condannati come dovrebbero. Oltre ad inciampare nel solito muro invalicabile dei taboo, le richieste di aiuto delle vittime sono spesso ignorate. Il numero di abuser erroneamente considerati innocenti è sempre maggiore di quello di coloro che vengono effettivamente puniti. Anche peggiore è la sorte di vittime di personaggi di spicco, messe a tacere per preservare l’integrità delle personalità pubbliche. In un sistema di inuguaglianza, le denunce vengono scoraggiate e risultano nettamente inferiori al numero reale dei casi.

Eppure, la pedofilia è documentata sin dall’antichità. Non c’è niente di nuovo. È noto come fosse costume la relazione pederastica fra uomini adulti e ragazzi maschi, mascherata come un rito di passaggio, un momento pedagogico dove l’alunno veniva istruito dall’adulto, maestro e amante. Platone raccontava della pederastia nel Fedro, come un mezzo, “l’amore” fra adulto e giovane, per instituire le virtù nell’adolescente. Se i Greci affidavano al rapporto pederastico un ruolo istruttivo e socialmente rilevante, denunciando gli uomini che non prendevano parte in queste pratiche, i Romani vedevano al rapporto sessuale con il minore (non sempre presente nel caso greco) come un fatto di “casta”. Infatti, nonostante le prime critiche dure inizino ad affiorare proprio in questo periodo, era severamente vietato abusare di ragazzi liberi, ma nel caso di schiavi, adolescenti e bambini, non v’era legge che li proteggesse.

CONSENSO E LIBERO ARBITRIO

Un atroce fatto di cronaca: sono numerose le associazioni a sostegno dei diritti dei pedofili. La fondazione più riconosciuta sarebbe la NAMBLA, la North American Man/Boy Love Association, che dal 1978 si oppone alla legislazione a tutela dei minori in caso di relazioni pederastiche “consensuali”. L’associazione, che ha sede negli USA, è protetta dalla libertà di parola statunitense ed opera accorpando la lotta pedofila alla lotta per la liberazione sessuale e di genere LGBTQ+. La motivazione sarebbe nel riconoscimento dell’attrazione pedofilica come una delle tante sfaccettature della sessualità.

L’errore di valutazione della NAMBLA risiede in un’errata concezione del consenso e del libero arbitrio. Non a caso, la legge si preoccupa di stabilire un’età consensuale: nel caso di bambini e adolescenti, questi non sono considerati in grado di intendere e volere completamente fino alla determinata età stabilita. Avvicinare un pensiero come quello della NAMBLA alla lotta LGBTQ+ ha avuto risultati estremamente dannosi per la comunità arcobaleno, che si è vista esposta a critiche ed accuse di vicinanza alla militanza pedofila da parte di gruppi religiosi estremisti.

La cura? Una maggiore informazione, una giusta cultura del consenso e un’attenzione particolare alla navigazione internet dei più piccoli, a tutela da possibili abusi consumati sull’etere; ultimo, ma non per importanza, dare giustizia alle vittime.

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