Sono passati trent’anni da quel terribile 23 maggio del 1992. Un pezzo di democrazia e di speranza che se ne va con la morte di Giovanni Falcone.
Ormai tre decenni fa accadeva uno degli avvenimenti più segnanti per la storia contemporanea, non solo italiana, ma, addirittura, mondiale. Infatti, il 23 maggio del 1992 moriva, a causa di un attentato dinamitardo, il magistrato Giovanni Falcone, insieme alla moglie e alla sua scorta, per mano della mafia, nei pressi di Capaci. Un evento che sconvolse un’Italia già provata dall’inizio dello scandalo di Mani Pulite, che vedeva le proprie certezze politiche, sociali ed economiche sgretolarsi (e neppure così lentamente), una per una. E anche la lotta alla mafia, a cui la Nazione intera si era appena approcciata davvero, viene distrutta a colpi di tritolo.
La strage di Capaci
Sono le 17.57 del 23 maggio 1992. Il celebre magistrato stava rientrando da un viaggio di lavoro a Roma presso la sua abitazione, a Palermo. Già da parecchi mesi, però, Cosa Nostra stava preparando l’attentato che gli avrebbe poi tolto la vita. All’altezza dello svincolo di Capaci dell’A29, infatti, avvenne una violenta esplosione, che travolse le tre auto a seguito di Falcone: la prima, formata solamente da agenti, venne completamente distrutta, con la morte istantanea dei tre passeggeri. La Fiat bianca del magistrato, invece, non venne presa in pieno, ma l’impatto fu comunque violentissimo: sia lui che la moglie moriranno poche ore dopo, in ospedale. La terza vettura, sempre di scorta, fu graziata: gli operatori di sicurezza erano feriti, ma vivi. Furono loro a prestare i primi soccorsi a Falcone, insieme alla popolazione civile residente nelle vicinanze.
La reazione popolare all’attentato
Come detto, fra i primissimi ad accorgersi della terribile esplosione furono i cittadini lì residenti. Insieme agli agenti sopravvissuti, furono le prime persone in assoluto a prestare soccorso al magistrato e alla moglie. Quando questi vennero trasportati all’ospedale di Palermo e la notizia dell’attentato trapelò in tutti i telegiornali del Paese, Cosa Nostra festeggiò. E lo sappiamo esattamente, perché lo riferì un pentito: un colpo grosso andato a buon, anzi ottimo, segno. La gran parte degli italiani, invece, si mostrò grandemente indignata. Ai funerali di Stato, svolti solamente due giorni dopo la strage, la contestazione popolare fu enorme. Tanto disprezzo mostrato nei confronti della classe politica, ma anche tanta solidarietà per coloro a cui la mafia aveva tolto tutto: padri, madri, mogli, mariti, figli. Indimenticabili furono le parole di Rosaria Costa, giovanissima vedova di Vito Schifani, agente di scorta morto sul colpo:
Io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio, se avete il coraggio di cambiare… Ma loro non cambiano, loro non vogliono cambiare.

La situazione politica in Italia
Il vento di Mani Pulite sferzava violentemente lo Stivale dal 17 febbraio del 1992. Un periodo già difficile e incerto, che venne segnato anche dall’avvicendarsi di due Presidenti della Repubblica. Infatti, nel maggio di quell’anno si dimise anticipatamente il più discusso fra i Capi di Stato che l’Italia abbia mai avuto, Francesco Cossiga, di ruolo dal 1985. Il democristiano atipico aveva distrutto a picconate tutto il sistema politico italiano, per poi lasciare un terreno pieno di macerie, che il suo successore avrebbe dovuto riordinare. E toccò a Oscar Luigi Scalfaro, eletto al sedicesimo scrutinio, solamente due giorni dopo la strage di Capaci. Non si è mai nascosto quanto questo avvenimento abbia influenzato la sua elezione: egli venne scelto, invece di Giovanni Spadolini, proprio per il suo essere magistrato. Un tributo a Falcone, insomma.