‘Il Traditore’ di Marco Bellocchio come rappresentazione degli stadi dell’esistenza in Kierkegaard

Il pluripremiato film ripercorre la vita del pentito Tommaso Buscetta e le sue trasformazioni: prima ‘Don Giovanni’, poi ‘Marito’ e infine ‘Abramo’.

Una scena del film che raffigura la Mafia palermitana e quella corleonense riunite nella villa di Bontade prima dello scoppio della Seconda Guerra di Mafia. (doppiozero.com)

Non è “la storia di un amore senza eguali”, quella che porta la firma del regista Marco Bellocchio e che vanta ben sette fra i più agognati Nastri d’Argento assegnati nel corso dell’ultima edizione del festival taorminense, primo fra tutti quello che lo elegge Miglior Film italiano dell’intera stagione 2018/2019. E’ la storia di quella che il compianto Peppino Impastato, giornalista ucciso lo stesso giorno di quel 1978 in cui veniva ritrovato nel bagagliaio di una macchina Aldo Moro cadavere, avrebbe chiamato “una montagna di merda”. La Mafia. Anche se poi in realtà “la mafia non esiste; la mafia è un’invenzione giornalistica: Cosa Nostra, si chiama. Noi uomini d’onore la chiamiamo così”, come ci terrà a precisare Pierfrancesco Favino nei credibilissimi panni del pentito Tommaso Buscetta. Nessun amore in ballo insomma, o almeno non come tema primario, nonostante un indizio lasciato cadere dalla bellissima colonna sonora possa fuorviare i molti che di essa non coglieranno la cadenza per contrasto – o contrappunto, come si vedrà. Ma procediamo con sangue freddo e mani ferme nell’addentrarci in un film, Il traditore, che si concede ben due ore e mezza di bobina per mettere in mostra tutta la sua ricchezza e le sue contraddizioni, pur senza mai annoiare. La speranza è di riuscire, anche qui, a fare lo stesso.

Un volto, mille voci

4 Settembre 1980. Palermo. Festa di Santa Rosalia. Nessuna torta nuziale. Nessuno che dice di credere nell’America. Eppure la scena appare come un chiaro richiamo all’Incipit di grande respiro che Francis Ford Coppola volle regalare a Il padrino nel 1972. Una citazione che però non stona affatto, che non lascia quell’amaro in bocca tipico del plagio, e anzi riesce a ritagliarsi la propria fetta d’ispirata indipendenza per regalare a Il traditore un attacco che non si dimentica. Quasi a voler preannunciare quello che sarà, tutti gli occhi sono stranamente puntati su Tommaso Buscetta, il ‘Boss dei Due Mondi’ appena evaso di carcere, molto influente nello schieramento della mafia palermitana facente capo a Stefano Bontade, deciso a venire a patti con il fronte corleonense di Totò Riina e prossimo alla morte su mandato di quest’ultimo. “Il resto, come si suol dire, è Storia” diceva qualcuno in un film: Buscetta, arrestato in Brasile, verrà estradato in Italia dove diverrà uno dei più importanti collaboratori di giustizia di sempre, destinato a smantellare con le sue rivelazioni la micidiale macchina della morte di Riina, e con essa l’intero apparato gerarchico di Cosa Nostra. “Lei si deve figurare una piramide”. Togli un tassello, togli un semplice ‘soldato’ – questo è il grado di Buscetta – e l’intera piramide crolla.

Pierfrancesco Favino in una scena del film. (rbcasting.com)

A interpretare il protagonista vediamo un Favino da brivido in una delle sue più caleidoscopiche prove d’attore. Una variopinta rappresentazione nella quale a giocare il ruolo primario, a imprimere l’impatto cromatico più significativo, s’impone la poliedricità linguistica di Favino, che passa dal portoghese al siciliano in una manciata di fotogrammi mantenendo le diverse inflessioni ora perfettamente compartimentate, ora melodiosamente sovrapposte. Favino lancia insomma, con la sola arma di questa sua vocalità camaleontica, una sfida alle pretese del grande cinema hollywoodiano di aggiungere e far aggiungere chili di trucco e di grasso per ottenere l’interpretazione più verosimile. “Un uomo, mille volti” si diceva di quel Marlon Brando che proprio ne Il padrino di Coppola la farà da padrone. Con Favino si assiste a qualcosa di diverso. Un volto, mille voci.

Una colonna sonora simbolo

D’altronde, è l’intero film a puntare molto sulle sue sonorità, che si trasformano, nelle mani di Bellocchio, nell’arma vincente per donare alle immagini una sorta di armoniosità musicale. A fianco della colonna sonora originale di Nicola Piovani, premiata con l’ennesimo Nastro d’Argento, altri brani concorrono a incastonare gran pezzi di regia in un film curato sotto ogni aspetto. Con quella Taranta introduttiva che dona una frenesia incontrollabile a interpreti e cinepresa, quasi che la tarantola avesse punto anche lo stesso Bellocchio. O ancora la candida voce di Guadalupe Pineda che con Historia de un amor accompagna una delle scene più drammatiche dell’intera pellicola, andando a regalare un ‘contrappunto musicale’ che non guasta mai, e che qui non viene semplicemente abbozzato, ma piuttosto gestito da mano esperta. Quella che vede la moglie di Buscetta sospesa da un elicottero dai militari brasiliani per costringerlo a parlare, e che dona a Il traditore un aspetto composito, trasformandolo in una via di mezzo fra Il Divo (2008) di Paolo Sorrentino e la serie Narcos, fra storia italiana e vicenda internazionale.

Una scena della latitanza di Buscetta in Brasile. (film.it)

E infine L’italiano di Toto Cutugno, che appositamente modificato nel ritornello in una scena da brivido, e ripreso poi da Pippo Calò carcerato, vuol far intendere a Buscetta che la Mafia lo seguirà dovunque lui deciderà di fuggire: “Lasciatemi cantare / Perché ne sono fiero / Sono un Siciliano / Un Siciliano vero”. Ma Bellocchio si spinge oltre, dimostrando di sapersi emancipare da questa egemonia musicale e costruendo situazioni che esauriscono il loro elegante simbolismo in sé stesse. Con ‘La Belva’, Totò Riina, rappresentato in procinto di essere arrestato come una iena ormai in gabbia. O quel Giulio Andreotti incontrato in sartoria da Buscetta prima della deposizione in tribunale e colto simbolicamente con le braghe calate perché letteralmente smutandato dalle confessioni del pentito. Una scena questa che, come tentato abilmente da Sorrentino più di dieci anni fa con il già citato Il Divo, lascia al meccanismo del non-detto l’onere di far intendere i presunti legami fra Andreotti e la Mafia.

Non è tutto oro quello che luccica

A fianco però di un apparato tecnico nel quale Bellocchio e il suo entourage si destreggiano con una spavalderia senza pari, è la gestione dei personaggi a causare al regista i problemi più stridenti, ma non per questo meno stimolanti. Per un verso – va detto in modo assolutamente realistico e per questo non imputabile a Bellocchio – la Mafia de Il Traditore rivela una natura bifronte tale da poter confondere: in un primo momento, tutta la violenza della macelleria messicana inaugurata da Riina nel corso della Seconda Guerra di Mafia; in un secondo tempo, la versione più schiamazzante e macchiettistica di coloro che l’hanno combattuta. Al Maxiprocesso di Palermo, alcuni dei più sanguinari capimafia dell’epoca si rivelano un branco di pecore infantili, tutte concentrate a insultare i pentiti o a difendersi con le scuse più ridicole, inconsapevoli delle Spade di Damocle che pendono sulle loro teste, del non trascurabile peso di svariati ergastoli per testa. Un ammasso di contadini ignoranti, come aveva intuito Bontade quando definì Riina un “viddanu”, un contadino appunto. Lo stesso Riina che Bellocchio ridicolizza mettendone in mostra gli interrogatori fra i più comici, o piuttosto lasciando che lui stesso si ridicolizzi semplicemente copiando articolo per articolo i verbali originali dei processi nella sceneggiatura. Un’operazione, quella di Bellocchio, funesta e feconda a un tempo, poiché se da un lato rischia di far dimenticare le orrende malefatte compiute da uomini in apparenza tanto innocui, coperte dal vociare della loro semplicioneria, dall’altro consente d’individuare il vero squalo della piazza. Quell’Andreotti che, nonostante fosse inizialmente apparso il contrario, non si fa cogliere con le braghe calate, e di fronte al quale il Buscetta che si era dimostrato ben più di una spanna sopra i viddani suoi compagni, si fa piccolo piccolo per poi ammutolirsi sotto i colpi della difesa del ‘Divo’.

Il regista Marco Bellocchio. (comingsoon.it)

Infine, è proprio nella caratterizzazione di Buscetta che Bellocchio compie il pur prevedibile, quanto non meno imperdonabile passo falso di innalzarlo sul piedistallo del pentimento, imbevendolo tutto di un inadeguato virtuosismo morale e di un carisma irresistibile. Dimenticando la regola d’oro che protagonista di un film possa essere l’eroe tanto quanto l’antieroe, Bellocchio prima glorifica, e poi vittimizza l’uomo che, in fondo, il titolo di ‘Boss dei Due Mondi’ se l’era guadagnato tutto. E arrivato infine alla vigilia della morte del pentito – il cui volto segnato dal cancro potrebbe quasi intenerire, ricordando, nella penombra, il sofferente Antonio Banderas di Dolor y gloria (2019) di Pedro Almodovar – tenta di salvare capra e cavoli con una scena che, soltanto dopo due ore e mezza di narrazione, mostra finalmente Buscetta per quello che è: un uomo capace di attendere pazientemente per più di vent’anni per portare a termine l’ennesimo assassinio commissionatogli. A ricordare in modo del tutto raffazzonato e troppo in ritardo che “la Mafia è [e rimane] una montagna di merda”.

La vita secondo Kierkegaard

Che non ci sia redenzione possibile, non è opinione condivisa da Søren Kierkegaard, filosofo danese autore, fra le tante opere, di Aut-Aut e Timore e Tremore, due scritti risalenti al 1843 nei quali viene affrontata la distinzione dei tre stadi fondamentali della vita: estetico, etico e religioso. Apparentemente molto distante, la dottrina di Kierkegaard ben si incastra, certo con i dovuti smussamenti, con le fasi che cadenzano il film di Bellocchio: “tre metamorfosi io vi nomino di Buscetta: di come questi diventi Don Giovanni, e come da Don Giovanni diventi Marito, e come infine da Marito, Abramo”. Se al posto di quelli che il filosofo danese chiamava ‘pseudonimi’ ricordate altra terminologia, è perché l’estratto è di Nietzsche e non di Kierkegaard. Tratta di stadi del superomismo e non dell’esistenza. Ma la sostanza non cambia, senonché per il secondo quella che può apparire come una trasformazione progressiva, si rivela un vero e proprio “salto” fra stili di vita completamente diversi, e fra i quali intercorrono veri e propri “abissi”. Il primo Buscetta, il Boss dei Due Mondi, è un esteta. Un uomo che vive nell’attimo, senza curarsi di ciò che il futuro ha da riservargli, ma preoccupandosi solo di ciò l’esistenza ha forse di più seducente e avvincente da offrire, il crimine, senza alcun timore della morte. Ma pure di fronte a tutta la sua non trascurabile influenza, decide di non tentare la scalata e di rimanere soldato perché vuole fare la bella vita: “le donne mi sono sempre piaciute”. E’ insomma quel “uno che c’ha tante amanti, che c’ha tante mogli”, il perfetto Don Giovanni di Mozart che Kierkegaard sceglie come pseudonimo per la vita estetica. Se non sono la noia e la disperazione – come vorrebbe il filosofo – a spingere Buscetta verso lo stadio etico, ma piuttosto un’imposizione, il risultato non cambia. Posto letteralmente di fronte a un abisso – la fatidica scena accompagnata da Historia de un amor – Buscetta compie la scelta del Marito, secondo pseudonimo kierkegaardiano, confessando i propri crimini per avere salva la vita della moglie, e trasformandosi poi in un collaboratore di giustizia per poter continuare a vivere con lei. Ma è solo con la Strage di Capaci e la morte del magistrato Giovanni Falcone, che Buscetta compie l’ultimo e più rovinoso salto fra la vita etica e quella religiosa. Un balzo che richiede una condicio sine qua non ancora sconosciuta al Buscetta ‘Marito’: il pentimento.

‘Il sacrificio di Isacco’ del Caravaggio, rappresentazione secondo Kierkegaard della scelta religiosa di Abramo di uccidere il proprio figlio per volere di Dio, tradendo i propri principi morali. (analisidellopera.it)

Perché difatti la trasformazione nel terzo pseudonimo, Abramo, sia possibile, l’Uomo deve guardare al proprio passato e pentirsi degli aspetti più crudeli di esso, riconoscendo la propria colpevolezza. Una condizione che manca al Buscetta che, in sede di tribunale, disconosce il titolo di pentito di Mafia: “Non sono un pentito. Non sono un infame”. Con un escamotage alquanto furbesco, Buscetta motiva la sua testimonianza con il desiderio di smantellare la macchina della morte di Riina, unico traditore dei principi ‘morali’ di Cosa Nostra – donne e bambini prima dell’avvento di Riina erano sempre rimasti intoccabili – e dunque unico responsabile del suo collasso. Lungi dal pentirsi, il Boss dei Due Mondi è anzi legato a Cosa Nostra più che mai. Ma la morte di Falcone, con il quale aveva stretto un’amicizia tutta particolare, cambia le cose, e Buscetta decide di abbracciare il dominio della solitudine che vige nello stadio religioso, un luogo nel quale non si entra “in compagnia”, e nel quale a imporsi sul principio morale è il comando religioso. Buscetta infatti, deciso a portare a termine il lavoro avviato da Falcone ma non più costretto a testimoniare per ottenere la protezione della sua famiglia, sceglie comunque di tradire definitivamente i valori di Cosa Nostra portando sul banco degli imputati Giulio Andreotti, che secondo le testimonianze avrebbe intessuto rapporti con la vecchia mafia palermitana di Bontade e Badalamenti, mentre avrebbe cercato di combattere quella corleonense di Riina “proprio in occasione del Maxiprocesso. […] Si, insomma, era combinato, un uomo d’onore”. Queste le parole proferite da un pentito ne Il Divo di Sorrentino. Buscetta sceglie quindi volontariamente di ‘tradire’ Andreotti in nome del comando ‘divino’ di fare giustizia, avventurandosi in un campo incerto e rischioso, che potrebbe costargli il mantenimento e la protezione di quello stesso Stato che ora decide di portare sul banco degli imputati, e senza essere affiancato da tutti gli altri pentiti che avevano seguito le sue orme, su tutti quel Totuccio Contorno interpretato dal bravissimo Luigi Lo Cascio. Un campo nel quale, lo si è detto, non si entra in compagnia, e dal quale non si esce se non dentro una bara. Poco importa poi, se si sia avverato o meno quel bel desiderio di “morire nel proprio letto”.

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