Il Superuovo

Il tema della costituzionalità del Green-Pass: analizziamolo alla luce della legge fondamentale italiana

Il tema della costituzionalità del Green-Pass: analizziamolo alla luce della legge fondamentale italiana

Sicuramente il tema del green-pass è molto discusso. Da molti criticato e da altrettanti sostenuto, tale documento è il protagonista del tentativo di ripresa nella pandemia Covid-19.

L’introduzione del green-pass ha sollevato aspre opposizioni, portando molti a dichiarare l’obbligatorietà di esibire tale attestazione per accedere a certi servizi come incostituzionale. Ma è davvero così?

Cos’è il green-pass e a cosa serve

Ufficialmente, il green pass è definito come “Certificazione in formato digitale e stampabile, emessa dalla piattaforma nazionale del Ministero della Salute, che contiene un QR code per verificarne autenticità e validità”. Al suo interno troviamo una serie di elementi: i dati generali del soggetto che lo detiene (in altre parole, i dati anagrafici), un codice alfanumerico individuale, l’attestata guarigione dal Covid-19 che dà diritto all’ottenimento di tale certificazione e/o l’avvenuta vaccinazione con i fattori ad essa allegati (come il tipo di vaccino effettuato, il numero di dosi somministrate, la data in cui è avvenuta la vaccinazione, lo Stato in cui essa si è verificata). Esso può anche mostrare l’esito negativo di un tampone molecolare a cui ci si è sottoposti nelle ultime 48 ore, che però deve essere stato effettuato in un centro autorizzato e registrato sulla piattaforma centralizzata. In Italia, già in estate era stata introdotta la sua obbligatorietà per usufruire di alcuni servizi (come consumare al tavolo in ristoranti e bar al chiuso, accedere a musei e mostre e partecipare alle attività al chiuso di centri culturali, sociali e ricreativi e viaggiare in aereo), ma a partire dal 1° settembre sono state attuate misure più vigorose. È ad esempio obbligatorio essere muniti di green-pass per i treni a lunga percorrenza, per navi e traghetti adibiti a servizi di trasporto interregionale e per recarsi personalmente nelle sedi scolastiche ed universitarie, sia per insegnanti, personale amministrativo e presidi, sia per studenti universitari.

La valutazione della sua costituzionalità

Molti hanno criticato l’introduzione del dispositivo del green-pass per consentire l’accesso a strutture e servizi, imputando a questa decisione l’accusa di essere incostituzionale in quanto produttrice di una discriminazione sociale. Ma è davvero così? Ebbene, in nostra risposta interviene l’articolo 16 della Costituzione italiana. Esso detta:

“Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza

Il periodo storico in cui ci troviamo da quasi due anni è caratterizzato da una situazione sanitaria dalle conseguenze critiche e complesse, motivo per il quale si è delineata la possibilità di introdurre misure restrittive in riferimento alla circolazione dei cittadini. In parole povere, la risposta alla domanda “Il green-pass è incostituzionale?” è no, in quanto la sua obbligatorietà è legittimata dall’avvento e dallo sviluppo di una realtà sanitaria difficoltosa. Esso è stato introdotto dal d.l. 105/2021, il quale a livello giuridico coincide con un atto avente forza di legge, che si equipara quindi alla legge del Parlamento e rispetta dunque il testo dell’articolo della Costituzione sopramenzionato. Occorre inoltre sottolineare che il green-pass in sé non definisce l’obbligo di sottoporsi alla vaccinazione, in quanto può essere ottenuto anche a seguito della guarigione dal virus SARS-CoV-2 con validità di sei mesi ed a seguito dell’esito negativo di un tampone molecolare. Oltre alle istituzioni italiane, anche quelle dell’Unione Europea hanno giustificato l’esistenza del green-pass, affermando difatti che gli Stati membri dell’Unione possono limitare il diritto fondamentale alla libera circolazione per motivi di sanità pubblica. Di fronte a queste constatazioni sono state poi presentate delle accuse relative alla lesione della privacy, ma anche questo aspetto può essere argomentato e destrutturato. Il green-pass contiene sì i dati del suo detentore, ma i privati non possono trattarli, così come solo le autorità legittimate possono confrontare la certificazione con un documento d’identità per verificarne l’effettiva possessione. Se analizzato da un altro punto di vista poi, il green-pass può essere inteso anche come un documento quasi alla pari di tutti gli altri che possediamo e che sono necessari per svolgere certe attività o usufruire di certi servizi (degli esempi banali sono il requisito di possedere la patente per poter guidare e quello di essere maggiorenni per poter consumare alcolici).

Il parallelismo green-pass e lasciapassare fascista

Durante tutto questo periodo di pandemia, che ad oggi si avvicina a compiere il secondo anno consecutivo, le voci di dissenso rispetto alle misure governative si sono espresse anche paragonando queste ultime ai meccanismi di controllo e limitazione attuati durante il periodo fascista. Si è parlato quindi di dittatura sanitaria, sostenendo che quanto ha deciso e continua a decidere il governo si mostra simile alle restrizioni fasciste del passato, tra cui rientrano i lasciapassare che al tempo venivano rilasciati per permettere ai cittadini di eseguire spostamenti. Il green-pass non può però intendersi al pari del salvacondotto emesso durante la dittatura, in quanto esso è giustificato dal tentativo di accelerare il ritorno ad una vita “normale” in una condizione di forte criticità sanitaria. Non si tratta quindi di una documentazione nata per imporre limitazioni, segregazioni e differenziazioni sociali, bensì di uno strumento introdotto per poter garantire il ritorno allo svolgimento delle attività abitudinali del nostro passato pre-pandemico cercando di garantire comunque una situazione di sicurezza da un punto di vista sanitario.

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