“Un uomo non può sdoppiarsi in salvatore e oppressore. Luce e ombra, una cosa esclude necessariamente l’altra” Cieco dall’infanzia, l’avvocato Matt Murdock è stato addestrato ad usare al massimo i suoi sensi per percepire il mondo che lo circonda nei più piccoli dettagli e usare quell’abilità per diventare un formidabile combattente nelle strade di Hell’s Kitchen. Il personaggio di Matth Murdock                                                                                                                                        Più che Devil, il centro della storia è l’uomo che si cela dietro la maschera, costretto a intervenire se si trova davanti a un crimine, come se fosse programmato, ma capace anche di distogliere lo sguardo se non costretto. Una morale ambigua e auto-referenziale quella di Devil, slegata da un qualsiasi principio etico. Un’estenuazione dell’idea di Stan Lee del super-uomo con super-problemi: qui i problemi sono di origine etica, investono l’eroe, lo fanno vacillare, lo allontanano dalla retta via, lo gettano tra le braccia del demonio, lo conducono a vagare tra due abissi e a caderci, venendo meno alla sua missione. Netflix lancia Daredevil con una serie di 13 episodi, caricati in blocco sulla piattaforma lo scorso 10 aprile, sperando di riuscire a rendere giustizia all’uomo senza paura. E probabilmente la serie tv è più adatta ad un personaggio così complesso, e i suoi ricordi sono centellinati episodio dopo episodio, e non racchiusi in pochi minuti come accade nel film per motivi di produzione. Si potrebbe parlare di Daredevil come una serie di supereroi che parla di umani, con le debolezze e le paure di ognuno di noi, declinate simbolicamente nella lotta quotidiana della giustizia contro la corruzione, del bene e del male, della luce e dell’oscurità, che convivono nel protagonista, cieco come la giustizia, ma portatore di luce e speranza. Un cattivo introverso?                                                                                                                                                               Frank Miller trasforma Fisk nel maggior antagonista di Devil, approfondendo la sua figura di indiscusso boss criminale di Hell’s Kitchen. Nelle mani dello sceneggiatore, Fisk è un leader criminale intelligente, subdolo e manipolatore, capace di muovere i fili delle sue trame nell’ombra, grazie a una serie di personaggi corrotti messi in posizioni strategiche nella politica, nei media e nell’amministrazione pubblica. Ma il colpo di genio di Miller è quello di caratterizzare Fisk quasi come un uomo dalla doppia personalità, tanto spietato con gli avversari quanto incredibilmente affettuoso con i proprio familiari, la moglie Vanessa su tutti. Il personaggio, pur non apparendo sullo schermo, è presente fin dal primo episodio, ma il suo nome non viene mai pronunciato dai suoi collaboratori, né deve essere fatto dai suoi alleati: contravvenire a questa regola è impensabile, equivale alla morte. Basta questo semplice ordine per trasmettere la potenza e la spietatezza del personaggio, anche senza averlo mai visto in azione. Eppure, quando Fisk appare per la prima volta nella scena finale del terzo episodio, di spalle nella galleria d’arte, trasmette una sensazione assoluta di fragilità e debolezza. La sua unica battuta “Mi fa sentire solo” in risposta alla domanda della sua futura compagna Vanessa su cosa gli trasmetta il quadro che hanno davanti, ce lo presenta come un uomo immenso fisicamente ma assolutamente introverso e timido. Fisk passa con assoluta naturalità dalla pacatezza nel tono del discorso e nelle movenze fisiche all’estrema rabbia e brutalità che sembrano quasi “possedere” all’improvviso il personaggio nei suoi scatti d’ira. Tutto ciò lo rende assolutamente imprevedibile all’occhio del telespettatore, incapace di sapere cosa aspettarsi da lui. L’introversione come fattore di discriminazione sociale                                                                                              Per noi l’introverso è tout-court un “orso”, un essere tendenzialmente solitario e asociale. Il senso comune si riflette anche a livello lessicale. Se si consultano i dizionari più diffusi l’estroverso appare aperto, comunicativo, cordiale, affettuoso, espansivo, esuberante; l’introverso, viceversa, chiuso, riservato, scontroso, freddo, schivo, distaccato. Ricordiamoci che ogni coscienza individuale vive nell’interfaccia di due mondi: quello esterno, su cui è affacciata attraverso i sensi, e quello interno, che viene recepito come “sede” della propria identità. Il tratto estroverso/introverso, sul piano immediato, significa semplicemente che alcuni soggetti sembrano più attratti dal mondo esterno, altri da quello interno: gli uni pensano, sentono e agiscono sulla base dei dati che arrivano dal mondo esterno; gli altri filtrano attraverso il mondo interno tali dati e danno ad essi significati soggettivi.
Se si ha la pazienza e la fortuna di conoscere veramente una persona prevalentemente introversa e poi ci si ferma a riflettere un istante, appare evidente che l’introversione è una condizione potenzialmente ricca, ma anche problematica. Essere capaci di mettersi nei panni degli altri, avere un senso innato di dignità e di giustizia, essere inclini a riflettere sulla vita, essere dotati di una qualche creatività sono autentiche qualità. Esse però, confluendo univocamente nella tendenza a interrogarsi su sé stessi, sugli altri e sullo stato di cose esistente nel mondo, “condannano” in una certa misura l’introverso a porsi dei problemi per tutta la vita, e a tentare di risolverli raggiungendo livelli sempre più elevati di consapevolezza e di comprensione della realtà. Oggi, la dimensione dell’introversione va ripresa e approfondita perché, nel nostro mondo, si è venuta sempre più a configurare come un tratto negativo della personalità. Purtroppo, tale pregiudizio è spesso condiviso dai soggetti stessi che vivono con una consapevolezza dolorosa la propria diversità e fanno il possibile per mascherarla cercando di omologare il proprio comportamento a quello degli altri. Le conseguenze del pregiudizio sociale sull’introversione sono serie perché gran parte degli introversi convivono con un oscuro malessere e non pochi di essi manifestano disturbi psichici di vario genere. L’introverso adulto che ha avuto uno sviluppo poco o punto interferito dall’ambiente è semplicemente equilibrato e sostanzialmente sereno, riservato, delicato nei rapporti con gli altri, con una sfera di relazioni sociali intime sempre ristretta ma di grande profondità. Egli di solito coltiva interessi culturali e creativi piuttosto impegnativi, ma che sono per lui come l’aria che respira e dai quali ricava un appagamento spesso superiore alla pratica dei rapporti sociali e affettivi. Egli continua ad interrogarsi sul mondo, ma a partire da un atteggiamento di comprensione e di tolleranza, incentrato sulla consapevolezza che gli uomini tendono a dedicare troppo poco tempo alla vita interiore per essere saggi.

Leave comment

Your email address will not be published. Required fields are marked with *.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.