Il “Sentiero” dei bimbi di Gaza: la guerra raccontata da occhi impotenti

Si sa, in guerra e in amore non esistono regole, tranne quando a morire sono circa 3.400 bambini in tre settimane: questi sono i numeri di Gaza, di fronte ai quali non si può più rimanere in silenzio.

Alla luce de “Il sentiero dei nidi di ragno” di Italo Calvino, scopriamo il dramma della guerra vista dagli occhi dei bambini.

GAZA

Lo scorso 7 ottobre si è riacceso il conflitto in Palestina dopo l’attacco che il gruppo terroristico Hamas ha rivolto agli israeliani. Da quel momento, come era d’altronde prevedibile, è iniziata un’escalation di violenza che, in tre settimane, ha portato alla morte di 8.300 palestinesi residenti nella Striscia di Gaza. Il numero, già preoccupante di per sé, conta al suo interno circa 3.400 bambini, vittime innocenti ed inconsapevoli di un odio vecchio più di un secolo, di un clima di tensione che travolge menti e corpi, che annienta tutto ciò che lo circonda. Di fronte a numeri come questi, come si può rimanere in silenzio? Come si possono fornire le armi? Come si possono inviare Jet militari in Siria? Come si può portare avanti una narrazione della storia totalmente distorta? Stanno morendo tutti i bambini palestinesi residenti nella Striscia di Gaza. A lanciare l’allarme è l’UNICEF:

Come Unicef siamo fermamente convinti che il vero costo di quest’ultima escalation si misurerà in vite di bambini, quelli persi a causa della violenza e quelli che ne saranno cambiati per sempre. Dopo poco più di tre settimane, il bilancio devastante si sta rapidamente aggravando, con gravi violazioni dilaganti commesse contro i bambini”

Stando alle dichiarazioni dell’IndexMundi nella Striscia di Gaza il 43% della popolazione va dagli 0 ai 14 anni, il 23% dai 14 ai 24, il 30% dai 25 ai 54 e solo il 4% va dai 55 ai 64 anni. Perpetrare la violenza nella piccola ma densamente popolata Gaza, vuol dire perpetrare la violenza nei confronti di giovani vite, non considerate come dovrebbero ma incatenate in inutili definizioni di ragione o torto. Di fronte alla morte il mondo tace, preferendo scambiarsi taglienti tweet piuttosto che intervenire attivamente per fermare azioni che, secondo le Nazioni Unite, “non sono compatibili con il diritto umanitario internazionale”.

IL SENTIERO DI PIN

Pubblicato da Einaudi nel 1947, “Il sentiero dei nidi di ragno” è il primo romanzo di Italo Calvino. Scritto all’alba dei vent’anni, racconta la storia di una guerra, la sua guerra, la guerra di un bambino di appena dieci anni orfano di madre ed abbandonato dal padre che d’improvviso si trova a vivere da protagonista la Resistenza italiana. Il romanzo si snoda così tra un’osteria, una P38 e tantissimi incontri, visti dagli occhi di un bambino costretto a crescere troppo in fretta. Questa è la storia di Pin, alter-ego dello stesso Calvino che a soli diciotto anni si è trovato faccia a faccia con la guerra. Tra le pagine si respira la verginità di una mente incapace di comprendere ciò che sta accadendo, l’ingenuità di un bambino che vive tra gli adulti e cerca di comportarsi come loro, muovendosi in una Liguria dai tratti magici e fiabeschi. È in questo modo che l’autore ci trasporta in una dimensione a cavallo tra realtà e fantasia, alimentata dal motore della speranza:

“Ma allora c’è la storia. C’è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra. Da noi, niente va perduto […] Tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi”.

IL SENTIERO DEI BIMBI DI GAZA

I più recenti studi socio-antropologici hanno appurato che l’ambiente in cui viviamo sia l’elemento cardine su cui si costruisce la nostra identità. La tesi di partenza vede l’ambiente circostante posto al vertice della piramide, più in alto della famiglia, più in alto della scuola: ad educarci è ciò che ci circonda. Su queste basi, che futuro ci si può aspettare dai bambini figli della guerra? E, si badi bene, in questo caso si parla di intere generazioni. Si parla di persone abbandonate da un mondo che anziché intervenire, si riempie la bocca di belle parole e guarda l’inesorabile deriva di due popoli che si odiano. Come la storia recente ci insegna, le guerre non si combattono più al fronte ma tra le vie delle città, abitate da innocenti che come unica colpa hanno quella di essere nati da una parte della Striscia e non dall’altra. Come unica colpa hanno il loro nome o la loro religione, macchie indelebili che autorizzano l’automatica classificazione in buoni o cattivi, vittime o carnefici. E i bambini? Sono loro a pagare il vero scotto, sono loro che vedono la mamma e il papà morire sotto gli occhi, sono loro a dover imbracciare armi vere al posto di quelle giocato, conoscendo il dolore fisico e il dramma psicologico troppo presto. Sì perché qualora dovessero riuscire a sopravvivere, quando la sera andranno a dormire ricorderanno le urla, il frastuono delle bombe e il rumore degli spari, sentiranno l’odore della paura sulla pelle e si chiederanno perché. Quelli che sopravviveranno saranno per sempre bambini a cui è stata strappata l’innocenza a suon di bombe, educati alla guerra e figli della guerra.

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