Vi presento Terry Robinson, l’uomo dalla doppia identità: imprenditore intelligente come pochi, si ingegna e trova un ottimo modo per guadagnare milioni, e investitore stupido come tanti, si lascia ingenuamente ingannare e finisce con il perderli tutti in un progetto che appare palesemente assurdo per fare una “caccia al tesoro” nelle Filippine.
Come al solito risulta così facile giudicare le esperienze degli altri e pensare quanto, se noi fossimo stati tanto intelligenti, avremmo potuto far meglio fruttare il nostro talento. Quasi, leggendo così la sua storia, Robinson risulta più stupido che intelligente, poiché il suo grande guadagno appare il fortunato caso di una isolata pensata intelligente, tra tante idee stupide a cui questo uomo potesse credere. E se invece ipotizzassimo che il nostro uomo fosse il più intelligente degli imprenditori, ma il più stupido degli investitori? Se lo giudicassimo nelle due situazioni separatamente, come se fossero due persone differenti, che si mettono alla prova in due contesti diversi? Come riporta la famosa

citazione di Einstein, in fondo, “Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi, passerà tutta la sua vita a credersi stupido”. Certo l’uomo si trova ad agire nel più svariati campi, ma aspettiamo un attimo a giudicare l’intelligenza di ognuno, perché, per restare nella metafora del mondo animale, la gallina, che è ritenuta la più stupida per antonomasia, ci umilierebbe tutti in una gara di produzione di uova.
Penso che ognuno debba cercare il proprio talento, il campo d’azione in cui può essere non solo il meglio di sé (sfida che trovo sia bene applicare indipendentemente in ogni situazione) ma anche il meglio tra tanti. E questo non per primeggiare schiacciando gli altri, quanto per dare il nostro contributo, beneficiando di quello di altri talenti quando si tratta di campi in cui noi siamo meno bravi. In che cosa il nostro talento si appaga appieno? Cerchiamo il territorio in cui ci sentiamo nati per metterci in gioco e dove realmente non temiamo di essere giudicati, piuttosto crediamo di essere utili e, perché no, felici. E poi, sperimentiamo anche in altri campi, perché dovunque avremo da imparare e quindi da migliorare.
A mio avviso chiamiamo stupido chi agisce in modo non conforme a ciò che siamo abituati a vedere, così che i nostri predecessori ritenevano stupido, per esempio, Newton che si interrogava sul perché gli fosse caduta una mela in testa o Galileo che ipotizzava la Terra come tonda e in moto attorno al Sole. Il diverso, insomma, è ritenuto stupido, mentre chi si conforma alla situazione in modo adeguato e disinvolto è considerato, se non particolarmente saggio, almeno in grado di usare la sua intelligenza in modo normale. Il passaggio da stupido a genio, spesso avviene quando le sue azioni ottengono il riconoscimento dal mondo dei normali.
D’altra parte, è meglio evitare di osare ad avere un’intelligenza fuori dall’ordinario per non finire in una situazione come quella di Robinson? Credo sarebbe una scelta stupida. Quanto più ci mettiamo in gioco tanto più abbiamo la probabilità di commettere un errore, ma anche quella straordinaria di agire sempre migliorando.

A questo proposito non posso che pensare a Socrate, il filosofo che ‘sa di non sapere’. Egli è consapevole di ‘essere stupido’ e proprio per questo ha bisogno di interrogarsi, di ricercare e colmare quelle lacune che, ammettendo di avere, vuole riempire con la conoscenza. Socrate è un personaggio che mi sta particolarmente a cuore, anche se incontrandolo nei dialoghi platonici risulta a tratti molto irritante: un uomo bruttino che si aggira per Atene intraprendendo con i passanti delle conversazioni quasi mai esaustive, ma di sicuro esaurienti. Egli non demorde mai, ma persiste con le sue domande puntigliose, non accontentandosi di risposte date da una credenza popolare. Insomma non è il primo amico a cui penseresti il sabato sera volessi per andare a bere una birra e dimenticarti dei tuoi problemi. Dunque, Socrate è saggio o stupido? Il filosofo ateniese vive nella sua ‘dotta ignoranza’, come direbbe Cusano, procede nella sua ricerca di sapere e conoscenza che sa di non poter mai soddisfare appieno, ma sarà un perpetuo filosofare (quindi amare la saggezza in quanto tale, e non meramente per i benefici che potremmo trarre da essa). Si tratta di un continuo arricchire il nostro bagaglio di conoscenza che, quasi fosse la borsa di Mary Poppins, può contenere innumerevoli oggetti, anche se mai tutti, e poi spetta noi sapere tirare fuori quelli che ci servono al momento giusto.

Quindi intelligenza può essere anche intesa come ‘leggere dentro di noi’ e ‘conoscere noi stessi’, come ancora il nostro buon Socrate ci ricorda. Chissà se Terry Robinson si è lasciato prendere la mano pensando di essere arrivato a una conoscenza che non aveva più bisogno di domande. Se invece ci mettiamo in gioco, riempiamo la nostra borsa di quanti più oggetti possibili, non lasciandoci precludere questa possibilità dalla presunzione di aver già il nostro contenitore pieno, e piuttosto continuiamo a versare conoscenza di ogni tipo, sarebbe stupido non continuare ad essere aperti alla possibilità di migliorare. Alla fine agiremo con questa intelligenza arricchendo il nostro bagaglio ed estraendone con cura e perizia gli oggetti più adeguati al momento giusto, nel luogo giusto con le persone giuste: Mary Poppins insegna.