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Il sessantanovesimo festival di Sanremo si è concluso lasciando come sempre non poco spazio alle polemiche. Probabilmente è stata solo una la canzone che è riuscita a far discutere positivamente senza essere assalita da troppa negatività: Argento Vivo di Daniele Silvestri e Tarek Lurcich, meglio conosciuto come Rancore. Un nome d’arte non a caso, tenendo in considerazione il passato non proprio brillante del ragazzo incappucciato che ha accompagnato l’autore di hit del calibro di Salirò nella vittoria di ben tre premi di critica. Ma il punto centrale di questo articolo non sarà il singolo classificato sesto alla competizione, bensì il sangue di drago del rapper romano.

La musica per bambini di rancore

Sangue di drago” è la quinta traccia dell’album Musica per bambini di Rancore, pubblicato nel 2018 per Hermetic. Il nome dato all’album potrebbe sembrare una categorizzazione delle tematiche trattate, ma chi di Hip Hop ne capisce sa benissimo che la scrittura di Rancore non potrà mai essere accostata ad un pubblico infantile. Questo perché la sua musica è ermetica e contiene una moltitudine di significati nascosti, un po’ come scriveva un certo Giuseppe Ungaretti un millennio fa. Afferma il rapper in un’intervista:”Sicuramente il titolo ed il contenuto si distanziano tramite una contrapposizione accentuata in maniera forte, quindi si tratta di un disco ossimoro. Desideravo creare una fotografia che raggiungesse l’essenza e che urlasse tranquillamente senza porsi alcun tipo di problema. Questo urlo assomiglia tanto a quello di un bambino dentro la culla, anche se la culla a questo giro si è trasformata in una gabbia, i genitori non comprendono la lingua del bambino. Il centro di questo disco è la comunicazione che ha portato le persone a sentirsi più sole e questa solitudine porta il bambino a non essere più compreso. Ma la comunicazione ha una regola fondamentale, per comunicare con tante persone bisogna parlare come se si parlasse ad un bambino distratto che non ha voglia di ascoltarti e Musica per bambini nasce proprio per questo motivo qui. Ho voluto urlare la mia.”

Il sangue di drago

La canzone racconta, seguendo gli schemi cavallereschi medievali, di un principe trasformato inconsapevolmente in drago da un mago, affinché il principe, sostenuto da quest’ultimo, possa eliminarlo e ottenere potere e onore. Metafora che probabilmente ricostruisce le modalità con le quali molte volte viene preso il potere: con l’inganno. Il principe che ha ordinato l’incantesimo infatti ottiene l’appoggio del popolo, in quanto ha creato un problema e si è proposto come principe buono che deve salvare la principessa dal drago malvagio (soluzione) che in realtà è il virtuoso principe colpito dal sotterfugio, una metafora del potere, che spesso inventa dei capri espiatori per distruggerli e ottenere ancora più vantaggi. Un vero e proprio racconto fantasy, con protagonisti e antagonisti, ma senza un lieto fine, non è il trionfo dei buoni. Ecco ciò che colpisce a primo impatto le orecchie dell’ascoltatore. Ma in realtà c’è molto più di una semplice storia. Premettendo che l’hermetic hip hop di Rancore lascia libero spazio alle interpretazioni come egli più volte ha affermato nelle interviste, nel testo si può intravedere un conflitto tra le due facce del Principe di Machiavelli: l’atteggiamento della volpe e quello del leone, ovvero avvalendosi talvolta dell’astuzia e talvolta della forza.

I due principi a confronto

In particolar modo si tratta questo argomento nel capitolo XVIII del Principe, (intitolato In che modo i Principi debbano osservare la fede). Machiavelli spiega come, benché sarebbe meraviglioso essere governati da Principi che mantengano la propria parola e che vivano secondo i dettami dell’integrità morale, in realtà i regnanti che hanno ottenuto “cose grandi” sono coloro che hanno agito secondo l’astuzia. Il primo è il principe che ci viene raccontato nella prima strofa della canzone, mentre verso la metà della seconda strofa incontriamo il principe che ”crede che il bene è una folle dottrina e ghigna con così tanta perfidia che i rami dei pini poi fecero brina”. Colui che ucciderà il principe buono e manderà al patibolo il cantastorie della vicenda, Rancore, che nella terza strofa si ritroverà con un cappio al collo col solo scopo di non far dimenticare l’accaduto, ”perché in pochi sanno cos’è la magia, perché pochi sanno che alla fine della favola sarà un tiranno a portarla via”.

Che sia giusto o sbagliato avvalersi dell’astuzia per raggiungere un’obiettivo non si potrà mai sapere, ma una cosa è certa. Arrivare al potere con l’inganno è sempre stato un cliché nel corso del tempo, sia storicamente che artisticamente parlando. Anche un’altra cosa è certa, se nella favola Rancore viene messo all’impiccagione nella nostra realtà non potrà mai accadere, ed è per questo che bisogna dare più spazio a questi contenuti, ma in generale al rap fatto come si deve.

Gianmarco Marino

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