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Il referendum costituzionale offre occasione per ripassare il bicameralismo italiano e le sue radici storiche

 

Quello del 20 settembre è il quarto referendum costituzionale nella storia della Repubblica. Ma com’è l’attuale sistema bicamerale? E quali sono le ragioni storiche che spinsero la Costituente ad adottare il modello costituzionale liberale?

 

Non si può negare che il referendum costituzionale che prevede la revisione degli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione non fosse in incubazione da tempo. Quel che è certo è che gli italiani si sarebbero dovuti recare alle urne nel mese di marzo ma per via della pandemia di Covid-19 la decisione è stata posticipata al 20 settembre prossimo. Non resta, quindi, che chiedersi: cosa prevede il referendum? In virtù dell’art 138 comma 1 della Costituzione, i cittadini italiani che abbiano compiuti la maggiore età sono chiamati ad esprimere un voto favorevole o contrario alla riduzione di 1/3, corrispondente al 36,5%, dei rappresentanti dei due rami del Parlamento italiano.

 

Il parlamento oggi

 

Prima del 20 settembre già la cosiddetta riforma costituzionale Renzi-Boschi si era mossa nel panorama delle consultazioni referendarie nel tentativo non solo di ridurre il numero dei componenti dei due rami del Parlamento ma, tra le altre proposte, di superare il bicameralismo paritario o bicameralismo perfetto. Ecco quindi che per esprimere un voto consapevole occorre avere una visione globale dell’argomento.

Il Parlamento italiano è un organo costituzionale complesso in quanto bicamerale, vale a dire costituto da due camere: da un lato la Camera dei deputati, dall’altro il Senato della Repubblica. L’una consta di 630 componenti eletti dai cittadini italiani che abbiano raggiunto la maggiore età; l’altra si compone di 315 membri che concorrono ad eleggere i cittadini che abbiano compiuto 25 anni di età, ai quali si aggiunge un ristretto numero di senatori a vita, di cui cinque nominati dal Presidente della Repubblica per “altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario”. Di qui la ragione per cui nella fattispecie italiana si ricorre all’utilizzo del termine bicameralismo. Ma perché si parla al contempo di paritario?

Per bicameralismo perfetto o paritario si intende un parlamento che si contraddistingue per l’essere costituito da due rami, aventi non solo medesimi compiti ma anche eguali poteri; poteri che gli derivano dal possedere la stessa rilevanza costituzionale. In altre parole, tale assetto è a tutela della parità dei due rami cosicché l’uno non sia in grado in alcun modo di prevalere sull’altro. In questo contesto l’unico elemento che consente di parlare di attenuazione della natura paritaria e indifferenziata del bicameralismo italiano è legato alla durata diseguale del mandato dei membri della Camera e del Senato, rispettivamente cinque anni e sei anni.

 

La rappresentanza

 

È stato detto che il Parlamento italiano si compone di 630 membri alla Camera dei deputati e 315 senatori. Quel che è da precisare è che sebbene sembrino solo cifre, il numero di componenti dei due rami può essere considerato come perfetto sostituto del termine rappresentanza. Di fatti, cosa vuol dire avere 630 componenti alla Camera dei deputati? Significa garantire all’Italia una rappresentanza di un deputato ogni 96mila abitanti. E questo era esattamente l’intento che si era proposto l’Assemblea costituente in sede di stesura della Costituzione. L’intero progetto costituente ruota attorno ad un unico obiettivo: tutelare il paese dal rischio di ricadere nella dittatura. Quando la Costituzione fu scritta il ricordo di quel che era stato il periodo mussoliniano e quel che aveva comportato in termini di perdita democratica era ancora fresco. Di qui la decisione di equipaggiare l’Italia con una carta che fosse un deterrente per qualsiasi forma di autoritarismo e dittatura. Ecco allora l’idea di creare una camera, quella dei deputati, che fosse interamente elettiva sul modello del precedente Parlamento statuario. Era trascorso di fatti poco tempo da quel 19 gennaio del 1939 che aveva sancito l’istituzione della Camera dei fasci e delle corporazioni e con cui prese definitamente piede la costruzione dello stato fascista. Quel che viene fatto dalla costituente è recuperare la tradizione liberale sul terreno dell’organizzazione dei cosiddetti rami alti del modello costituzionale. Non solo, ci si riappropria del concetto di interesse generale in termini molto analoghi a quelli della Rivoluzione Francese: ciascun membro del parlamento rappresenta la Nazione senza vincolo di mandato. L’idea è quella di prendere il più possibile le distanze dal modello corporativo, rinnegando l’idolatria degli interessi particolari. Tutto quello che non può essere inquadrato come interesse generale, così come in età liberale, torna ad essere un intruso nelle aule parlamentari. Invero in costituente non mancarono proposte volte ad andare in una direzione differente, ovvero a scendere a patti con quegli interessi parziali. Si tratta di quel filone politico che guardava alla tradizione organicistica e cattolica e di cui Mortati si fece espressione. Di qui la proposta di creare una camera differente dalla prima e con una rappresentanza non dell’intero ma dei territori e degli interessi economici. Tuttavia, a causa della stretta vicinanza all’esperienza corporativa tale progetto non trovò spazio nei lavori della costituente. E allora cosa si fece?

 

Il parlamento ieri e oggi

 

Di fronte alla sconfitta della proposta di cui si fede portavoce Mortati, l’idea che prevalse fu quella di costruire un parlamento bicamerale, con una camera doppione dell’altra, con la medesima tipologia di rappresentanza politica nell’una e nell’altra; mentre quell’istanza che verteva verso la rappresentanza degli interessi economici venne convogliata verso altre installazioni istituzionali, tra le quali spicca il CNEL (art. 99 della Costituzione). E così il Parlamento italiano, come previsto dalla Costituzione del 1948, vede se stesso imporsi come diretto erede del Parlamento statuario consacrato dallo Statuto Albertino del 1848.

Quello statuario era un parlamento bicamerale con una Camera dei deputati, espressione della rappresentanza nazionale, ed un Senato di nomina regia. Tuttavia, se il bicameralismo statuario era stato pensato come un bicameralismo differenziato ma al contempo paritario, ovvero con rami dalle funzioni diversificate ma senza che l’uno prevalesse sull’altro, nella pratica fu non paritario e diseguale. Di fatti, sin dalla sua costituzione i governi si rivolsero solo ed esclusivamente alla Camera dei deputati per cercare sostegno politico, instaurando quindi con essa un rapporto fiduciario. Ecco allora che si evidenzia una differenza sostanziale con l’attuale Parlamento italiano: come già spiegato, il nostro bicameralismo è paritario o perfetto. In sintesi, questo elemento evidenzia ancora l’allontanamento dal modello corporativo e il recupero della tradizione liberale, come base per il ripristino del concetto classico di rappresentanza politica, che vede la nazione come un’unità politico-ideale che trova forma ed espressione nella camera rappresentativa.

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