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Il referendum come espressione del potere diretto popolare: scopriamo i principali svolti in Italia

Il referendum come espressione del potere diretto popolare: scopriamo i principali svolti in Italia

Il referendum viene generalmente inteso come l’espressione del potere diretto dei cittadini e ancora oggi risulta essere uno strumento democratico richiesto dalla base popolare.

La storia italiana appare caratterizzata da un’importante serie di quesiti referendari di fronte ai quali i cittadini sono stati chiamati ad esprimere la propria preferenza. Analizziamo i principali.

Referendum sulla forma istituzionale dello Stato

Il 2 giugno del 1946, dopo ben 22 anni di regime fascista, si tennero le prime elezioni libere, e l’occasione fu la scelta in merito all’assetto istituzionale da conferire all’Italia, dove le alternative erano la monarchia o la repubblica. Fu un referendum rivoluzionario, in quanto simbolo dell’apertura di un nuovo capitolo della storia italiana. Fu la prima volta che le donne italiane poterono esercitare il diritto di voto, ed ogni cittadino non venne solo chiamato a decidere tra monarchia e repubblica, ma si vide fornito anche di una scheda dove esprimere il proprio voto per l’elezione dei deputati presso l’Assemblea Costituente, incaricata difatti di dotare l’Italia di una nuova Carta Costituzionale. L’affluenza fu molto elevata, infatti la percentuale dei cittadini che si sono recati alle urne ammontava all’89% e ciò che emerse dal conteggio delle schede fu la vittoria dell’assetto repubblicano su quello monarchico. L’opposizione rispetto al risultato referendario non mancò comunque, in quanto i favorevoli alla monarchia si espressero per il riconteggio e Umberto II si rifiutò di riconoscere la neonata repubblica. Solo il 18 giugno venne segnata una linea definitiva, quando la Corte di Cassazione si espresse dichiarando ufficialmente l’Italia una repubblica parlamentare, cessando quindi di essere una monarchia costituzionale. Poche settimane dopo venne ultimata la strutturazione dell’apparato istituzionale, con il conferimento a Enrico De Nicola della carica di primo Presidente della Repubblica Italiana, e ad Alcide De Gasperi quella di primo Presidente del Consiglio. Il tutto fu comunque coronato successivamente, con l’entrata in vigore, il 1° gennaio del 1948, della Costituzione elaborata dall’Assemblea Costituente.

Referendum sul divorzio

Il 12 e il 13 maggio 1974 si è svolto il referendum abrogativo della legge introduttiva dell’istituto del divorzio, nello specifico la legge 1° dicembre 1970, n. 898. Tale legge, detta anche legge Fortuna-Baslini in virtù dei suoi primi firmatari, ha introdotto l’istituto del divorzio nel panorama giuridico italiano. Tale disposizione ha da subito incontrato una forte opposizione dal fronte cattolico, in quanto tale confessione religiosa considera l’unione matrimoniale come promessa indissolubile espressa di fronte a Dio. Si è fatto strada così il processo di contrapposizione a tale disposizione giuridica, che venne portato avanti principalmente dalla Democrazia Cristiana e dal Movimento Sociale Italiano. É comunque importante rimarcare che parte della sfera cattolica si è espressa positivamente nei confronti di tale legge, una posizione adottata ad esempio dal movimento dei cattolici democratici guidato da Mario Gozzini. Dall’altro lato, le voci politiche favorevoli al divorzio erano quelle rappresentate dal Partito Comunista Italiano, dal Partito Radicale, dal Partito Socialista Italiano, dal Partito Repubblicano Italiano, dal Partito Liberale Italiano e dal Partito Socialista Democratico Italiano. Il 12 e il 13 maggio, il quesito nei confronti del quale gli italiani vennero chiamati ad esprimersi dettava: “Volete che sia abrogata la legge 1º dicembre 1970, n. 898, <<Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio>>?“. In questo caso, l’espressione della preferenza del “sì” acconsentiva all’abrogazione di tale disposizione, mentre il “no” rifletteva la volontà di mantenere in vigore tale istituto. Con un’affluenza alle urne pari all’87,72% e 19.138.300 voti, il no prevalse sul sì, garantendo il mantenimento della legge 1° dicembre 1970, n. 898.

Referendum sull’aborto

Il 17  e il 18 maggio del 1981 gli italiani vennero chiamati ad esprimersi per una serie di richieste abrogative, tra le quali rientrava anche quella riferita alla pratica dell’interruzione volontaria di gravidanza. Da un punto di vista giuridico, questa fattispecie appare disciplinata dalla legge 22 maggio 1978, n.194. Essa prevede la possibilità per la donna di interrompere volontariamente la gravidanza in atto riferendosi ad una struttura pubblica entro i primi 3 mesi di gestazione, potendo superare tale vincolo solo in caso di necessità terapeutiche. Prima della sua introduzione, l’aborto era considerato un reato. All’articolo 546 del codice penale ad esempio, si prevedeva che in caso di attuazione della pratica abortiva, sia l’esecutore dell’aborto, sia la donna consenziente stessa, dovessero essere puniti con una reclusione dalla durata compresa dai due ai cinque anni. Anche l’insigazione all’aborto, così come la fornitura dei mezzi per metterlo in atto, erano considerati reati, e si prevedeva una pena detentiva dai sei mesi ai due anni. A seguito dell’entrata in vigore della legge del 1978 queste disposizioni sono state abrogate, ma non sono cessate le voci oppositrice. Nel febbraio 1980 infatti, il Movimento per la Vita richiese alla Cassazione di raccogliere le firme per poter attuare un referendum abrogativo orientato ad abrogare, appunto, la parte del testo legislativo riferito alla possibilità di proseguire all’interruzione di gravidanza anche in caso di mancata sussistenza di scopi terapeutivi. Il Movimento per la Vita voleva inoltre reintrodurre le sanzioni penali riferite a coloro che si rendevano disponibili  per eseguire l’aborto. Rispose immediatamente il Partito Radicale, che invece propose di attuare una vera e propria liberalizzazione, introducendo disposizioni nuove come l’estensione di tale pratica anche alle cliniche private, andare oltre i 9 giorni e estendere la possibilità di abortire anche alle ragazze minorenni. Il 17 e il 18 maggio 1981 venne indetto il referendum e vennero presentate entrambe le proposte, ma entrambe vennero bocciate, e il risultato fu il mantenimento della legge 194 nella sua forma originaria, ovvero quella approvata nel 1978.

 

Referendum costituzionale del 2016

Il 4 dicembre 2016 si è svolto un referendum costituzionale basato sulla Riforma costituzionale Renzi-Boschi. Il suo contenuto fu particolarmente corposo, difatti la proposta avanzata prevedeva il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione dell’organo consultivo di Governo, Parlamento e Regioni CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro) e la revisione del titolo V della parte seconda della Costituzione disciplinante le materie di regioni, province e comuni. I sostenitori del referendum furono il Partito Democratico, il Partito Socialista Italiano, Scelta Civica, italia dei Valori, Nuovo Centrodestra, Centro Democratico e MAIE, mentre i partiti che si opposero furono Sinistra Italiana, Sinistra Ecologia e Libertà, Conservatori e Riformisti, Federazione dei Verdi, Forza Italia, Fratelli d’Italia, Lega, Movimento 5 stelle e Rifondazione Comunista, mostrando quindi un complesso molto variegato ma accomunato dalla risposta negativa rispetto alla proposta referendaria. Con un’affluenza alle urne del 65,47% e un numero complessivo di voti per il “no” del 59,12% contro al 40,88% del sì, la proposta di referendum costituzionale non venne approvata.

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