A sei anni dall’omicidio di Giulio Regeni, la verità ci è ancora negata, ma la tortura sul suo corpo rimane evidente: continua la ricerca della giustizia.
E’ il 3 febbraio 2016 quando il corpo esanime di Giulio Regeni, riverso a terra, viene ritrovato in periferia del Cairo. Del ricercatore italiano non c’erano più notizie da nove giorni, ossia dalla sera del 25 gennaio. Tutto ciò che c’è stato fra queste date è avvolto nell’ombra: nessuno lo sa. O meglio, qualcuno vuole che nessuno sappia la verità. Perché se conosciamo una cosa di questa vicenda così oscura, è che Giulio è stato torturato.
La vicenda di Giulio Regeni
Il giovane si trovava al Cairo per motivi di studio. Promettente dottorando dell’università di Cambridge, stava svolgendo una ricerca sul campo sulle organizzazioni sindacali egiziane. Il 25 gennaio 2016 si era recato a una festa di compleanno in una delle più note piazze della capitale, quando alcuni poliziotti fecero irruzione e lo sequestrarono. Questo accanimento venne giustificato dal fatto che, nella rubrica del suo smartphone, presenziavano numeri di oppositori anti-governativi: per i fedelissimi di Al-Sisi, questi erano elementi sufficienti per considerare Giulio Regeni una spia. Il seguito è ancora un mistero. Sappiamo solo, sfortunatamente, del ritrovamento del suo corpo seviziato e abbandonato per strada, nove giorni dopo.
Il reato di tortura in Italia
Già Cesare Beccaria, padre del moderno diritto e della criminologia, credeva, nel lontano 1764, che la tortura fosse inutile. Infatti, lo studioso milanese affermava che questa servisse solamente ad avere dichiarazioni false e non affidabili, oltre che a straziare il corpo di un essere umano. Come dargli torto? Peccato che, nella nostra civile, avanzata e democratica Italia, una norma contro la tortura sia subentrata in ordinamento solamente nel 2017. Dovevamo aspettare un rimprovero da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, evidentemente, per fare qualcosa. Meglio tardi che mai: l’art. 613 bis del Codice Penale punisce la tortura, pur con qualche ritrosia da parte del legislatore. Infatti, è considerata tortura qualsiasi atto lesivo a livello fisico e/o mentale inflitto a una persona in condizione di inferiorità e indifesa. Molti ritengono ciò non sufficiente e non rispondente alla Dichiarazione ONU del 1985 (sottoscritta dal nostro Paese), che vede una definizione molto più inclusiva di tortura e di vittime di questa.
Cosa implica la tortura?
La tortura è una particolare tecnica di violazione dei diritti umani, esistente da sempre, ma che, nel tempo, si è evoluta di pari passo con l’avanzamento scientifico e tecnologico. Oggi, è un fenomeno del tutto arbitrario ed eseguito in luoghi non pubblici, in quanto non più socialmente accettato. La tortura mira a colpire il corpo della vittima e la sua integrità psico-morale, oltre alla sua capacità di resistere e di formarsi convincimenti autonomi, alla sua personalità e alla sua dignità. L’atto è così destabilizzante e crudele in quanto mette in contrasto il nostro biotipo (le funzioni vitali che ci fanno sopravvivere e che ci impediscono di farci del male) con il nostro culturotipo (l’insieme dei nostri valori e delle nostre credenze). Ciò significa che, attraverso la tortura, il sistema dolorifico viene strumentalizzato per estrarre l’informazione desiderata e per modificare il culturotipo. Il risultato è così traumatico perché la vittima subisce uno strappo del sistema biopsichico umano, che, tendenzialmente, è unitario.