Essere positivi sempre e comunque? No, grazie: anche fare schifo è un diritto

“Fare schifo”, il nuovo singolo di Willie Peyote, è una sorta di manifesto contro l’attuale tendenza a voler mostrare solo la faccia positiva della medaglia. La medaglia in questione è la nostra vita.

Il Mental Coaching, una pratica sempre più diffusa in ambito umanistico, è una delle principali portavoce del “thinking positive”. Pensare positivo, come dice anche Jovanotti, non è una cattiva abitudine, anzi. Tuttavia, come ogni abitudine, può diventare dannosa se portata all’estremo e se non ha un fondo di autenticità alla base.
Vediamo perchè.

Mental Coaching: che cos’è e come nasce

Il Coaching nasce negli Stati Uniti negli anni ’70, grazie all’allenatore sportivo Timothy Gallway, come pratica tesa a migliorare la performance degli atleti allenando non solo il fisico, ma anche la mente. Negli anni ’90, Sir John Whitmor applica questa metodologia alle problematiche aziendali, concentrandosi sull’allenamento del potenziale dei dipendenti.
Negli anni successivi, il Coaching fa propri alcuni concetti della Psicologia Umanistica e della Psicologia Positiva di Seligman, mescolandoli alla Teoria dell’Autoefficacia di Bandura e al Counseling di Carl Rogers. Ed ecco a voi il moderno Mental Coaching o “allenamento mentale”: una pratica, non terapeutica, volta a riconoscere e potenziare le risorse di una persona per facilitarle il raggiungimento di un obiettivo. Quest’obiettivo può essere sportivo, professionale o personale: in tutti i casi, il focus è orientato al suo raggiungimento, facendo leva sull’autoefficacia e sul pensiero positivo. I nemici da combattere sono tutti quei pensieri e sentimenti negativi che sono d’ostacolo al fine da raggiungere. Ora, la domanda è: i sentimenti negativi sono davvero un nemico da combattere?

Essere positivi a tutti i costi: a quale prezzo?

“Nella società della performance ci vogliono perfetti, sempre in forma e pure in pace con noi stessi. Senza dubbi, senza pare, senza neanche dei difetti oppure essere orgogliosi anche di questi. Io certi giorni voglio solo essere triste e incazzato e non sentirmi anche sbagliato.” Così canta Peyote nella sua nuova canzone, incisa insieme a Michela Giraud. I Mental Coach e Jovanotti mi perdonino, ma “io non penso solo positivo, penso anche negativo proprio perchè son vivo”. Essere vivi significa sperimentare tutta la gamma delle emozioni umane: gioia, paura, rabbia, tristezza e disgusto. Perchè dovrei eliminarne quattro? Le emozioni, anche quelle meno piacevoli, non sono nemiche da combattere ma stati da comprendere. E per poterle comprendere bisogna prima accoglierle e accettarle. Avere costantemente un mindset positivo nell’affrontare le esperienze e nel raggiungere degli obiettivi è un proposito poco realistico e anche disadattivo: la paura serve a percepire un potenziale pericolo, la rabbia a reagire a situazioni spiacevoli, la tristezza ad elaborare il dolore e il disgusto ad evitare la morte per avvelenamento. Combatterle, significa togliere indirettamente valenza alla gioia, quella vera. Anche perchè, se muori avvelenato, di cosa vuoi gioire?

La persona è più importante dell’obiettivo

Vi svelo un piccolo segreto: quando vi dicono di non essere tristi o di non avere paura, non vi stanno rassicurando ma vi stanno chiedendo di non essere messi a disagio. Questo perchè siamo abituati a pensare che le emozioni negative debbano essere evitate. “Tutti si divertono e tu devi interagire, se non ti diverti ci rovini l’atmosfera. Almeno fare finta”.
Con l’avvento dei Social questa tendenza si è decisamente amplificata: tutti tendiamo a postare foto e contenuti che ci ritraggono felici e spensierati. Conta poco se, dopo aver posato il cellulare, non consumiamo il panino che abbiamo ordinato perchè non ci piace: l’importante è che nella foto sembra appetitoso. Noi siamo quel panino.
I Social e il Mental Coaching hanno una cosa in comune: puntano tutto sull’obiettivo (inteso come fine e strumento fotografico), dimenticandosi del percorso e della persona. Lo sa bene Naomi Osaka, tennista di talento che l’anno scorso ha scelto di ritirarsi dal Roland Garros e di mandare a quel paese la stampa e una probabile vittoria. Il motivo?Ha avuto il coraggio di anteporre il suo benessere all’obiettivo e, forse, questa è una vittoria più importante.

Fare schifo è quasi un dovere morale

E se ci focalizzassimo sull’aspirare a un mindset sano, anziché positivo a tutti i costi? Pensare sano non significa negare l’utilità del pensiero positivo ma fare in modo che esso non diventi una forzatura, una finzione.
In che modo? Allenando la consapevolezza senza nascondere le cose negative sotto il tappeto. Essere consapevoli significa prestare attenzione ai pensieri  negativi ma senza giudicarli o combatterli, accoglierli e accettarli. Perchè molto spesso ciò che ci provoca più sofferenza non è l’emozione negativa in sè ma il volerla negare o nascondere a tutti i costi. Magari per non disattendere le aspettative imposte da noi stessi o dagli altri. Ma, a meno che non siano patologici, tutti gli stati emotivi sono di passaggio. Bisognerebbe farli entrare e offrirgli un caffè (magari alla rabbia no che è già nervosa di suo). Insomma, qualsiasi sia il motivo per cui lasciamo le emozioni sulla porta, forse è quest’ultimo il vero nemico da combattere.

“In un’epoca in cui tutti vogliamo essere migliori e tutti siamo prigionieri dello sguardo degli altri, darci la possibilità di fare schifo è un atto rivoluzionario”

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