Il Re Leone: Timon e Pumba ci insegnano la filosofia africana dell’Hakuna matata

Sono numerosi i concetti del pensare africano che affiorano nel film della Disney

Personaggi principali de Il Re Leone (da ciakclub.it)

All’ombra di un albero, in Africa. Che oltre a essere il titolo di uno dei capitoli di Ebano di Ryszard Kapuściński, è il luogo in cui vorrei vi immaginaste di essere prima di iniziare a leggere questo articolo. Su un televisore miracolosamente funzionante uno degli anziani del villaggio, uno che è stato nella grande città a studiare, vi ha fatto guardare un cartone. Ci sono tutti gli animali che conoscete, leoni, gnu, iene, persino un bucero beccogiallo, uno di quelli che ha fatto il nido sopra quest’albero. Il vecchio vi fa una domanda strana, che sembra assurda: “Avete visto che quegli animali lì si comportano come noi?”.

Timon e Pumba, Hakuna matata e Ubuntu.

Un facocero e un suricato che si comportano come noi? Impossibile! Loro mica sanno giocare a calcio, mica se ne stanno qui seduti ad ascoltare”. E invece, almeno un paio di punti di contatto con Timon e Pumba sono riconducibili al pensare africano.

Piccola questione preliminare: per comodità nel titolo ho usato l’espressione “filosofia africana”, che in realtà è impropria. Il pensare africano infatti non risulta costituito da concetti astratti da comprendere, non si preoccupa della gnoseologia o dell’ontologia. È più che altro una filosofia di vita, una vitalogia, un modo totalmente altro di riflettere sul mondo. Ogni popolo ha un suo bagaglio culturale che viene espresso non attraverso riflessioni astratte, ma tramite riti, racconti, azioni.

Ma torniamo a Timon e Pumba: la loro espressione proverbiale è Hakuna matata, e non serve padroneggiare la lingua swahili per sapere che significa “Senza Pensieri”, “Non ci sono problemi”. Quando un africano ha un problema, rimane tranquillo. Immaginate di forare una gomma nel bel mezzo di un safari. Tra leoni ed elefanti non vi sentite così sicuri, vi girate verso la vostra guida che con esasperante lentezza è sceso a fumarsi una sigaretta. “Hakuna matata, bwana! Hakuna matata. Nessun problema capo, prima o poi prenderò il telefono per chiamare. È sempre nel concetto di tempo (per il quale rinvio a un mio articolo precedente) che europei ed africani si scontrano: volete andarvene via da lì il prima possibile, non si sa mai. Ma siete nelle mani della vostra guida, e se lei decide che non ci sono problemi, non ci sarà modo di costringerla ad affrettarsi.

Quando avrà deciso che è giunto il momento, la guida vi darà una mano. Nessuno in Africa viene lasciato indietro. Recita un proverbio zulu umuntu ngumuntu ngabantu, ogni uomo è ciò che è solo grazie ad altri uomini. L’ubuntu (o umuntu o unhu, dipende dai dialetti) fu centrale nel programma politico di Nelson Mandela, che lo spiega come “il senso profondo dell’essere umani solo attraverso l’umanità degli altri”. Ma del resto, il carattere collettivo di questo termine affiora già nei popoli che lo usano: bantu è un termine baluba, un dialetto del Congo, formato dal radicale ntu e dal prefisso ba. Bantu significa gli esseri umani, sottolinea la relazione tra di loro: nelle savane africane, l’io e il tu scivolano nel noi, mischiandosi e confondendosi. È per questo che un facocero e un suricato salvano un piccolo leone dagli avvoltoi: secondo l’ubuntu, nessuno può essere lasciato solo.

Hakuna matata, ma che dolce poesia…(da fanaru.com)

Mufasa e gli spiriti degli antenati

Attraverso le stelle, ci guardano i grandi re del passato. È una lezione che il piccolo Simba non dimenticherà mai, e se ne renderà conto lui stesso quando tra le nuvole affioreranno i lineamenti di suo padre Mufasa, nome comunemente usato in swahili che significa “Re dei felini”.

Il pensare africano riconosce una pluralità di mondi creati da Ngai, ossia Dio. Quello a cui appartiene Mufasa non è più il mondo sensibile di suo figlio Simba, ma quello soprannaturale degli spiriti. Dalla casa degli antenati, Mufasa può dare consigli al giovane re, perché questi mondi non sono slegati ma in continua comunione tra loro. Con gli spiriti l’africano si rapporta in numerosi modi. Invoca la loro protezione prima di andare a caccia, chiede una discendenza forte per sé e le mogli, ma può anche maledire un nemico e pregare gli antenati di ucciderlo.

Quando un uomo valoroso muore, diventerà uno spirito. È per questo che mentre l’anziano parla sotto quest’albero, nessuno si permette di andarsene. Egli ha vissuto più esperienze, possiede la conoscenza. In un continente a cultura orale, la parola dell’anziano è biblioteca: quando uno di loro muore, è come se ogni volta bruciasse Alessandria.

Ricordati chi sei! (da lionking.forumcommunity.net)

Il cerchio della vita

Forse quando la cantavamo da bambini non ci rendevamo conto del significato delle parole di questa canzone, che è un delizioso esempio della vitalogia africana. Spiega Mufasa che

Quando noi moriamo, i nostri corpi diventano erba, e le antilopi mangiano l’erba, e così, siamo tutti collegati nel grande Cerchio Della Vita.

Il tutto comporta l’unione delle parti, non vi è spazio per frammenti separati. Il principio primo che regola il mondo e unifica tutto è il principio della forza vitale: la Vita è comune a tutti gli esseri, e se vogliamo porta in termini ontologici, l’essere è ciò che possiede la forza vitale. La civiltà africana è una civiltà di rapporti con tutto ciò che possiede la Vita, uomini, animali e spiriti. L’uomo nasce e diviene nello stesso teatro in cui lo fa Simba, pensa sempre in termini di “noi” e non di “io” perché nel mondo africano è impossibile pensare l’individuo come absolutus, sciolto sia dagli altri sia dalla realtà.

E allora, alla domanda iniziale, ora è facile rispondere. A prescindere dai comportamenti di Timon e Pumba così simili ai nostri, seduti sotto quest’albero siamo tutti parte del cerchio della vita.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

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