Quanto cambia il mondo in pochi anni? Ce lo mostrano Pavese e Nigiotti

Cesare Pavese in “La luna e i falò” e Enrico Nigiotti nella canzone “Nonno Hollywood” insistono sul cambiamento visto coi propri occhi.

Enrico Nigiotti a Sanremo (Fonte La nazione)

Nell’edizione 2019 di Sanremo Enrico Nigiotti si presenta in gara col brano “Nonno Hollywood”, dedicato al nonno scomparso. La canzone è uno scorcio sul passato ed ha molti tratti in comune con il lavoro di Pavese in “La luna e i falò”.

Enrico Nigiotti ricorda la campagna livornese

Ha definito la canzone una lettera al nonno venuto a mancare pochi mesi prima di Sanremo ed è davvero così. “Nonno Hollywood” è un susseguirsi di aneddoti e confidenze a una persona importante della vita di Nigiotti, il suo migliore amico, lo ha definito. Quello che colpisce è però la lucidità con cui il cantante riesce a riprodurre uno spaccato del passato più e meno recente. Quello a noi più prossimo, quando lui stesso era ragazzo, in cui andava in giro per le campagne livornesi insieme al nonno, conducendo una vita semplice, fatta di lavoro della terra, racconti e nello spensierato piacere di assaporare del vino. Nigiotti però si spinge anche verso un passato più lontano, che non ha vissuto, ma sente proprio attraverso i racconti del nonno: quello della vecchia Livorno e della vecchia campagna, dei cortili al posto dei centri commerciali, del dialetto, del sapere apprezzare un giorno come tanti, che apparentemente non ha valore. La canzone ci porta quindi in un tango tra presente e passato, mettendoci davanti agli occhi un confronto che non vuole essere critica, ma una descrizione, una lettera appunto, come l’autore stesso ha sottolineato in diverse interviste. Resta comunque chiara la nostalgia con cui si parla degli anni trascorsi, di un mondo semplice, in cui l’appartenenza a una comunità ristretta e con le proprie tradizioni e particolarità, prime fra tutte i dialetti, era motivo di orgoglio. L’altro tema cardine della canzone è l’amore per la campagna e quello che ha rappresentato per Nigiotti: un luogo sereno dove crescere e diventare uomo, imparare un mestiere, sotto l’occhio vigile del nonno e con i suoi consigli a illuminare la via. Con queste premesse è molto interessante confrontare quanto scrive Nigiotti con “La luna e i falò” di Cesare Pavese.

 

Cesare Pavese nelle Langhe (© LAPRESSE Archivio Storico )

Pavese offre uno spaccato delle Langhe nel dopoguerra

“La luna e i falò” è un romanzo composto da Pavese nel  1949 e ha molti tratti in comune con il brano di Nigiotti, due fra tutti la fitta selva di richiami al passato in contrasto col presente e la vivida descrizione della campagna. Nel romanzo di Pavese, il protagonista Anguilla, torna nel paese delle Langhe dove è cresciuto, richiamato dal senso di appartenenza a quella terra. Qui, la piazza, le vigne e le botteghe fanno riemergere i ricordi della giovinezza, quando da ragazzo adottato si era trovato a lavorare nei campi, apprendendo un mestiere. E così ricorda le feste, le vendemmie, le disavventure della famiglia che lo ha cresciuto, la luna e i falò che la tradizione vuole favoriscano i raccolti, e i consigli dell’amico Nuto. Questa figura in particolare ha un ruolo molto importante nel romanzo; Nuto, ormai falegname con una propria bottega, di poco più grande del protagonista si è sempre distinto come saggio tra i ragazzi del paese, ed è stato un vero e proprio mentore per Anguilla. Rispetto all’infanzia molte cose sono cambiate: le proprietà, le persone, i terreni stessi. Il cambiamento che più di tutti turba il racconto di Pavese è per l’appunto quello relativo alle persone, le cui attitudini sono cambiate a distanza di anni. Quello che non pare invece mutato è soprattutto la campagna nel suo complesso, rappresentata come un luogo mitico, un’enclave che sembra a volte rappresentare tutto il mondo. Per Pavese è molto importante il senso di appartenenza che si prova ad avere un paese come punto di riferimento, un paese come casa che significa non essere mai soli.

Pavese e Nigiotti si incontrano

Al netto di alcune differenze i due artisti sono su posizioni molto simili. Prima fra tutte la loro idea di campagna, come luogo idilliaco, un rifugio felice colmo di forti ricordi e forgia del loro io. In campagna sono cresciuti, hanno imparato un mestiere, hanno ricevuto consigli e ascoltato storie: Pavese-Anguilla dall’amico Nuto, Nigiotti dal nonno. La campagna è il luogo dell’identità, della tradizione, del dialetto, di tutto ciò che ci si porta dietro quando ci si allontana, poco importa se in America come fece Anguilla o in città inseguendo il sogno della musica come Nigiotti. I due poi convergono anche nel rapporto tra presente e passato, il quale porta dolci ricordi e si pone in contrasto col presente, foriero di cambiamenti spesso in negativo. In Pavese però il cambiamento riguarda soprattutto le persone, che hanno abbandonato i loro sogni, hanno dovuto accettare le loro responsabilità, alcune sono addirittura scomparse, morte o emigrate come il protagonista in un primo tempo. Il mondo contadino invece, con i suoi ritmi e riti e le sue tradizioni è rimasto pressoché uguale, salvo l’avvento sempre maggiore delle macchine e delle moto, quasi sconosciute durante l’infanzia di Anguilla. Nigiotti invece descrive un cambiamento più profondo, la perdita del dialetto, degli spazi verdi in favore dell’urbanizzazione, l’avvento di una vita dinamica e sfrenata, descrizione dovuta anche a un maggior lasso di tempo intercorso tra i ricordi del nonno e la vita che il nipote sta vivendo.

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