Il rapporto tra amore e follia; da Cristicchi a Maniac

L’amore provato ca un pazzo è completamente differente dal nostro; eppure tentiamo di comprenderlo, grazie canzoni e serie Tv, come “Ti regalerò una rosa” e “Maniac”.

Immagine d’amore- BrindisiReport

L’empatia nei confronti degli altri, è un tratto distintivo degli umani, in particolare; ci ritroviamo ad essere sensibili per cause e sentimenti altrui. È, perciò, per questo motivo che cerchiamo di comprendere la malattia mentale e come, per esempio, i folli vivano l’amore.

Lo strano rapporto tra amore e follia

Prima di parlare dei due argomenti cardine di questo articolo, serve che vengano fatte alcune precisazioni. Innanzitutto è da sottolinearsi quanto sia fondamentale, sia per i primati che, in particolar modo, per gli umani, il meccanismo dell’empatia, funzionante grazie ai cosiddetti neuroni-specchio (scoperti, nell’uomo, da Rizzolatti e collaboratori). Capire profondamente cosa provi un’altra persona, permette una sintonia che, in primo luogo, si crea nell’ambito della cerchia ristretta della famiglia e poi si estende al mondo esterno; questo allargamento porta alla formazione delle società e le loro strutturazioni, fatte di leggi, gerarchie e morale (per vedere nel dettaglio questi argomenti, si rimanda agli studi di Tomasello). Tutto questo, in ogni caso, è posto in essere da una importantissima e imprescindibile necessità: quella di cooperare (si veda: Tomasello, ancora; saggistica sulla teoria dei giochi applicata in sociologia).

Una volta stabilito che collaborare è il modo più immediato per assicurare la sopravvivenza della maggior parte delle persone, si arriva velocemente al discorso sull’amore che non è altro che la forma più grande di empatia che lega due individui. Anche per questa ragione, dunque, a molti, compreso come si senta l’amore tra persone “normali“, premeva di capire come lo provassero i folli (benché, di base, i moti dell’amore siano perlopiù soggettivi e variabili): per pura scienza e, soprattutto, per entrare in connessione con loro in un qualche modo.

Spiegare cosa sia l’amore attraverso una definizione da vocabolario o, comunque, enciclopedica, non rende minimamente l’idea, perciò si eviterà. Basterà evidenziare come le tre fasi dell’amore (secondo gli psicologi) siano, in effetti, pregne di significato, dacché ognuno può comprendere da sé, senza bisogno di una descrizione accurata e precisa, come ad esse vengano associati stati chiari: innamoramento o infatuazione, attrazione, attaccamento. Come si diceva, ognuno ha un modo differente di provare amore, a livello qualitativo e di grado, ma, proprio grazie all’empatia di cui si parlava prima, ciascuno sa cosa si sente, a grandi linee, durante queste fasi. Se così non fosse e amare fosse completamente diverso per tutti, ci sarebbe una totale incomunicabilità: alla frase “Ho le farfalle nello stomaco” o “Non faccio altro che pensare a l*i, ne sono innamorat*”, nessun umano in condizioni psicofisiche strandard rimane stranito, ma capisce al volo.
I casi interessanti sono, ovviamente, quelli non nella norma, rappresentati, perlopiù, dai malati: nel corpo o mentali, che siano.
Di solito teniamo in considerazione solo i secondi, dal momento che coloro che si ammalano fisicamente e non provano più le stesse sensazioni ed emozioni “di prima”, vengono pensati come se non percepissero più nulla (il niente, dunque, non si studia…), almeno così vien da credere; dietro i malati mentali, invece, ci sono costruzioni di storie, tra cui quelle che si creano loro stessi, internamente (le storie, invece, si studiano…).
Ecco che giunge, quindi, ora, la fatidica domanda: si può comprendere realmente l’amore che sente un folle, sempre che lo provi?
La risposta è di una trivialità disarmante: no; eppure sì.
No, perché il mondo di un pazzo è solamente immaginabile, data l’alterazione del suo modo di percepire l’universo interno ed esterno.
, perché la nostra immaginazione riguardo alla vita mentale di un folle, non è campata per aria ma è, semplicemente, un’analisi comportamentista: il cervello di un matto è, nei nostri studi, ciò che è per un comportamentista quello di ognuno di noi, una black box accessibile solo grazie alle manifestazioni esterne, ovvero il comportamento (per l’appunto).
In sostanza sia Cristicchi (con “Ti  regalerò una rosa“) che Maniac, hanno unito sensibilità e empatia particolari alla conoscenza visiva dei pazzi (nel senso che vediamo di essi ciò che mostrano col loro fare e ne deduciamo i processi mentali).

Ti regalerò una rosa- YouTube

Ti regalerò una rosa

L’amore e la follia, si diceva, sono stati quindi presentati in unione, in vari ambiti artistici, come quello musicale/letterario e quello del piccolo schermo.
Per quanto riguarda Cristicchi non si entra nel merito del testo in sé, poiché non si vuole fornire una critica letteraria dal momento che non è questo lo scopo.
È molto importante sottolineare che la canzone vincitrice del Festival di Sanremo, pur toccando le corde del grande pubblico (vedremo perché), ha dei forti limiti. Il primo, evidente, consiste nel fatto che si dà ad Antonio, il protagonista, una consapevolezza di emozioni non solo non comune per un pazzo (almeno del tipo descritto da Cristicchi) ma, verrebbe da pensare, totalmente impossibile. Certo, alcuni sprazzi di lucidità possono esservi nella mente di un folle, ma sono rari e comunque non così consapevoli da permettere loro di raccontare la loro storia e di portare avanti una critica sociale sulla loro condizione e sulla percezione da parte del mondo dei “normali“.
È indubbiamente una finzione e come ogni testo letterario deve far passare un concetto, più che essere realistico.
Eppure è questo che Cristicchi vuol comunicare: un senso della realtà: infatti sembra che sia tutto verosimile, che la descrizione del mondo del pazzo sia azzeccata, proprio perché l’autore ha fatto attivare in noi il meccanismo di empatia, benché, come si diceva, il focus sulla realtà del pazzo sia totalmente spostato.
In base a questo ci è permesso facilmente immaginare come un folle possa provare un amore struggente e un’attesa ventennale, di Margherita che mai arriverà e mai amerà Antonio.
Ciò che colpisce di questo binomio amore-follia provata dal protagonista sta nel fatto, e probabilmente, in questo caso (sempre grazie all’analisi comportamentistica sui malati mentali) in maniera azzeccata, che il matto viene pensato, almeno così ci pare, come fosse un bambino; sembra di vedere i processi mentali di un infante, semplici, basilari e molto profondi. D’altra parte sia folli che bambini vedono ciò che a noi è occluso; e non è per nulla detto che non vedano le medesime cose: non ci sarebbe da stupirsi. L’amore e la follia quindi, si fondono nella visione più innocente e pura che ci sia; e qui sta tutta la potenza della lirica e la bravura dell’autore nell’immaginare la vita mentale del folle.

Maniac; la follia “lucida” e l’amore

Per quanto riguarda Maniac non c’è, in realtà, molto da dire, ma apre ad una riflessione enorme che si evince da alcune frasi all’interno della serie stessa (dopo ci si arriva).
Maniac racconta la storia di persone soggette ad una sperimentazione farmacologica volta ad aiutarle, teoricamente.
I due protagonisti che fan da cardine alla vicenda sono: Annie Landsberg che vede la sua condizione psichica compromessa a causa della morte della sorella, che le dà enormi sofferenze; Owen Milgrim, un “vero” malato, che soffre di schizofrenia in forma lieve e, soprattutto, di sociopatia: egli ha delle visioni cospiratorie.
Ciò che differenzia Owen da Antonio sta nel fatto di essere consapevole della sua condizione ma, in questo caso, a ragione: un sociopatico, anche se con quella leggere forma di schizofrenia, può essere perfettamente a conoscenza del suo essere atipico.
Se si parla di amore, in verità, l’analisi si semplifica molto: in Maniac, data la natura delle malattie dei due protagonisti, assomiglia ad un amore normale, salvo il fatto che, inizialmente, la focalizzazione (rispetto all’innamoramento) è solo quella di Owen, ma poi cambia in maniera particolare (si evitano spoiler).
È importante far notare che ad un sociopatico manca la parte dell’empatia; ciò non toglie che non possa innamorarsi (più “infatuarsi”, verrebbe da dire) ed essere compreso da ciascuno di noi, avendo gli stessi moti. In questo caso è l’insieme delle due malattie di Owen che porta allo stralcio che riporterò: un amore tormentato, comprensibilmente.

“- Continuo a non capire perché tu non abbia più contattato Annie.
– Perché ci sono due opzioni e nessuna finisce bene.
– Quali sono le due opzioni?
– Opzione a: non esiste davvero; cerco il suo nome, scopro dove abita e scopro che non esiste nessuno con quel nome […].
– Che mi dici dell’opzione b?
– L’opzione b è anche peggio.”

(dialogo con la psicoterapeuta)

“- Ho paura.
– Di cosa?
– Dell’opzione b… Annie, succede sempre la stessa cosa quando conosco qualcuno o mi avvicino troppo: faccio casino.
A un certo punto mi agito e un giorno ti urlerò contro senza motivo, per qualcosa di insignificante che mi sono inventato e poi smetterai di chiamarmi e cambierai numero e mi spezzerai il cuore. È più facile se non sei reale. “
(dialogo con Annie).

Si nota perfettamente quale struggimento possa provare un folle (nel senso meno canonico del termine, in questo caso) in amore, soprattutto se conscio di ciò che è.

Maniac-Dailybest

Ecco che da questo articolo si comprendono alcune cose fondamentali, quali: che si sia psichicamente sani o malati, qualunque sia il modo di vivere nel mondo e qualunque percezione dell’amore si abbia, l’amore stesso è una condizione complicata; se si sa di essere folli, a maggior ragione.
Di fatto, anche se mai potremo capire realmente un pazzo, è estremamente probabile che anche egli soffra per amore; semplicemente a modo suo, in una maniera a noi parzialmente conosciuta, se il matto non è mai lucido o lo è per troppo poco tempo, se non attraverso il suo comportamento; o quasi totalmente conosciuta se il malato può riferire dei propri stati mentali.

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