Il rapporto con l’altro è sempre problematico, poiché visto come insidia, non come incontro. Cambiando prospettiva e guardando all’altro come altro me stesso, il problema non sussisterebbe più.

L’antica Roma, costituendosi a impero, si è trovata più volte a doversi relazionare con gli altri e il momento di maggior attrito interno legato a questo ambito si è verificato nel II secolo a.C., quando i Romani si trovarono a contatto con una realtà ingombrante come quella greca. Il risultato di questo incontro dovrebbe servire anche oggi, dopo il fatto di Mondovì, per capire l’inutilità dell’olocausto e della discriminazione.

Uno sforzo di immaginazione…
Immaginatevi un mondo in cui non esistano categorie, in cui l’uomo non senta il bisogno di schedare, determinare, etichettare tutto quello che vede. Un mondo in cui l’uomo vive senza distruggere, godendo di quello che riceve, senza ricercare di più. Un mondo che sia visto davvero come presentato dalla foto qui sopra: unito fisicamente e non separato politicamente. Via via, questo mondo è talmente utopico che nemmeno il mondo delle Idee di Platone gli si avvicina e neppure il migliore dei mondi possibili di Leibniz.
… e il ritorno alla realtà
Nel nostro mondo l’uomo categorizza, etichetta e determina per diritto divino o per selezione naturale: l’uomo, mal interpretando un incarico divino, potrebbe sentirsi in dovere di dare un nome agli esseri viventi e di plasmare la terra secondo le sue categorie; oppure, l’uomo, essendo risultato più forte (o almeno più scaltro) degli altri viventi, è tenuto a dominarli. Che sia per mala interpretazione o per un’artificiale selezione naturale la sostanza non cambia: l’uomo categorizza. Ad un certo punto della sua vita, un uomo si trova davanti al compito più arduo: definire e determinare se stesso. E allora per scoprire la sua vera essenza l’uomo non intraprende un viaggio nel sé, nel suo cuore, nella sua mente, no. L’uomo esce da sé, si mette al tavolo e guarda gli altri, dominato dal desiderio di categorizzarli e etichettarli, definendo se stesso attraverso la formula ‘io non sono come loro’. Sembra che solo così l’uomo riesca a conoscere se stesso, solo e soltanto per opposizione distintiva, sembra che la formula ‘io sono…’ per definire se stessi sia una grande utopia. Perciò di fronte alla domanda: ‘Tu chi sei?’ rabbrividiamo, impallidiamo e balbettiamo. E proprio dall’opposizione distintiva nascono i popoli, che possiedono intrinsecamente delle caratteristiche diverse tra loro: un popolo riconosce la propria identità basandosi sulle differenze con altri popoli. Un popolo possiede infatti la sua terra, delle peculiarità linguistiche, territoriali e culturali diverse da un altro popolo che magari si trova proprio al confine.
Roma antica supera Catone il Censore
Nel II secolo a.C. Roma si trovò di fronte ad un problema analogo. Il 146 era stato un anno importantissimo per l’Urbe: la caduta di Cartagine e la presa di Corinto avevano sancito la supremazia romana sul Mediterraneo. Per sua fortuna Catone era morto proprio all’inizio della terza guerra punica (149 a.C.). Meno male, perché se fosse sopravvissuto altri tre anni avrebbe visto, in quel famoso 146 a.C., le sue più grandi paure avverarsi definitivamente. Catone era un uomo integerrimo che, nel ruolo di censore della res publica romana, si era impegnato a tener fuori dall’orbita dell’Urbe i corrupti mores, i costumi corrotti della popolazione greca, già da almeno un secolo in contatto strettissimo con la realtà romana. Egli vedeva i greci come diffusori di dissolutezza e di effeminatezza, perciò, pur riconoscendo agli Elleni anche il ruolo di grandi filosofi e maestri di scienza, per paura della corruzione dei mores romani, preferì lottare per evitare il contatto. Immaginatevi che shock sarebbe stato sapere che Roma aveva finalmente preso Corinto, aprendosi definitivamente agli influssi provenienti dalla Grecia; che sciagura constatare che nemmeno un secolo dopo la sua morte, a Roma il greco circolava come lingua della cultura tra i dotti romani; che tristezza leggere la famosa frase di Orazio (seconda metà del I secolo a.C.) che proclamava: ‘la Grecia conquistata conquistò i feroci conquistatori’. Eppure la storia ci insegna che Roma ha avuto ragione sul suo protettore: immaginatevi Virgilio senza Teocrito, Ennio senza Omero, Lucrezio senza Epicuro o Terenzio senza Menandro. Roma aveva avuto coraggio, si era aperta agli influssi esterni, con tutti i rischi del caso, e solo così è diventata Roma. I dotti romani avevano compreso che solo attraverso l’incontro con l’altro avrebbero potuto conoscere e migliorare sé stessi, che solo così la cultura latina sarebbe progredita al punto tale da regalarci anthoi, fiori, ancora oggi studiati e coltivati come base della nostra cultura.
Una calda esortazione
Oggi (e in questo 27 gennaio, giorno della memoria, ancora di più), dopo il gesto indecente e vergognoso avvenuto a Mondovì, credo proprio che l’insegnamento di Roma antica ci serva da lezione: il problema nel rapporto con l’altro non è l’altro, siamo noi! Abbiamo paura di incontrare l’altro perché incontrarlo vorrebbe dire rischiare di perdere noi stessi e la nostra identità. Se per definire noi stessi entrassimo in noi, e non ne uscissimo, quasi spaventati da quello che potremmo trovare nel nostro cuore, capiremmo che il pericolo non sussiste affatto. Se smettessimo di pensare a noi stessi come bianchi, neri o gialli, come italiani, africani, cinesi, etc., come cristiani, ebrei o islamici e iniziassimo a pensarci esseri umani, più o meno fortunati, allora capiremmo che l’altro da me non esiste, ma esiste solo un altro me stesso, che non è un ostacolo ma una grande occasione: tramite lui possiamo conoscerci davvero, migliorarci e migliorarlo, divenire più saggi, insomma possiamo vivere. E allora sì che andremmo alla ricerca dell’altro e auspicheremmo di fare, nel corso della nostra vita, incontri con le persone più diverse da noi. Siamo tutti uomini, con gli stessi sentimenti, le stesse paure e le stesse ambizioni e, inoltre, due persone possono condividere una storia molto simile anche a chilometri e chilometri di distanza. Condividiamo lo stesso pianeta e probabilmente l’altro lo ha distrutto meno di noi; abbiamo tutti gli stessi problemi famigliari, lavorativi o amorosi. Finiamola di essere Catone, di guardare gli altri con sospetto e di fissarci sul male che gli altri compiono, o meglio, che nella nostra testa potrebbero compiere. Apriamoci a noi stessi attraverso l’incontro con noi stessi nella persona di altri esseri umani.
Ricordiamo insieme e traiamo i giusti insegnamenti
Il mio ricordo va a tutti gli esseri umani che sono stati, sono e purtroppo saranno vittime di olocausti e persecuzioni, nella speranza che la loro disgrazia apra gli occhi a tutti quanti e faccia capire che non è attraverso atti deplorevoli e offensivi che affermiamo noi stessi, ma attraverso l’apertura e il riconoscimento di altri noi stessi: nella vita esistono solo incontri, sta a noi coltivarli o trasformarli in scontri.