Il pendolo rotto di Saitama: la noia senza dolore dell’uomo più forte del mondo

Tutti noi desideriamo qualcosa. L’essere umano è un susseguirsi di aspirazioni e di ricerca di soddisfazioni, ma cosa potrebbe accadere se i nostri desideri fossero già stati appagati? Schopenhauer ci guida nel comprendere Saitama, l’uomo più forte del mondo condannato alla noia.

Saitama si allena per 3 anni con lo scopo di diventare sempre più forte per proteggere i più deboli. I frutti del suo allenamento non tardano ad arrivare ma forse sono troppi, tant’è che Saitama diventa incredibilmente forte. I suoi colpi (o per meglio dire, solo un suo punch) sono micidiali e polverizzano i suoi avversari. E’ a questo punto però che sopraggiunge la noia e la mancanza di stimoli.

Saitama: l’uomo più annoiato del mondo

E’ curioso come con il suo allenamento Saitama sia riuscito ad acquisire un potere tale da poter sconfiggere senza molto impegno il temutissimo pirata spaziale Boros ma qui non si parla né della costituzione del suo corpo né della possibilità di emularlo, bensì delle conseguenze generali del suo allenamento. La serie (One-Punch Man) prende il nome dal fatto che Saitama riesce a disintegrare qualsiasi avversario con un sol colpo. Inizialmente questo è fonte di soddisfazione dato che il nostro eroe riesce finalmente a proteggere i più deboli da chi vuol far loro del male. Ben presto però la noia prende il sopravvento e qualsiasi sua vittoria viene appiattita dal non provare più né eccitazione né gioia. Ciò si capisce chiaramente sin dal primo episodio, quando in un sogno Saitama immagina di dover proteggere la Terra lottando con le Creature del sottosuolo e poi col loro sovrano. Nel mondo onirico, Saitama sconfigge con apparente difficoltà gli iniziali avversari e questo lo mette in fermento e sembra pronto a rivaleggiare alla pari col Re del sottosuolo (immaginato come un essere enorme, alto decine di metri, con quattro braccia che reggono quattro lame) quando improvvisamente suona la sveglia. Al suo risveglio la Terra non è più in pericolo e il Re del sottosuolo si rivela essere nient’altro che un Machamp con 4 spade che viene messo subito K.O. con un calcio. Nel corso della narrazione Saitama si ritrova ad affrontare molti nemici ma nessuno è neanche lontanamente in grado di tenergli testa e ciò lo lascia indifferente. La sua noia pare tacere prendendo come allievo un giovane cyborg, Genos, ed entrando a far parte dell’Associazione Eroi, ma niente sembra metterlo davvero alla prova.

La creatura Asura si scontra alla massima potenza contro Saitama

Platone e Schopenhauer: aspetti diversi del desiderio

Abbiamo fatto un sommario riassunto dell’inizio di questa serie cercando di mettere meno spoiler possibili, ma concentriamoci sul contrappasso di Saitama: la noia. Egli desiderava diventare più forte. Il desiderio fungeva da motore che lo spingeva a fare sempre di più, dato che si trovava in uno stato di mancanza e non aveva ancora raggiunto il suo obiettivo. Questa è la situazione dell’Eros platonico, una creatura a metà fra il tutto ed il niente, qualcuno che sa ma non abbastanza, che ha già qualcosa ma non possiede ciò che lo appaga, in altre parole l’incarnazione dell’essere desiderante. Eros era anche la rappresentazione del filosofo, un pensatore sempre in fermento e desideroso di conoscenza (filosofia letteralmente significa ‘amore per la sapienza‘, dal greco phileîn=amare; sophía=sapienza). Trasponiamo ora questo concetto dall’ideale al concreto ed avremo il desiderio, per così dire (prendendo in prestito il lessico aristotelico), in atto: un uomo debole che desidera la forza. Ma a questo personaggio non sembra importare molto di Eros, tanto che Saitama acquisisce davvero un potere immenso e sono in molti a ritenerlo molto più forte di Superman o perfino di Goku (per qualcun’altro ciò è un’eresia ma questa è un’altra storia).
Platone riconosce la sconfitta e si prepara al cambio per far entrare in gioco Schopenhauer. Quest’ultimo vedrebbe subito il suo pendolo oscillargli davanti agli occhi e ripeterebbe come un disco rotto “La vita è come un pendolo che oscilla fra il dolore e la noia” (in tedesco, ovviamente). Nonostante Saitama non provi alcun dolore, né fisico né esistenziale, la riflessione sulla noia è tanto importante quanto lo è per Saitama il vincere una partita ai videogame contro King. Battute a parte, attraverso il contributo di Schopenhauer possiamo riuscire però a cogliere un aspetto importante dell’esistenza: l’ineluttabile senso di vuoto che si prova una volta realizzato il proprio obiettivo. Per il filosofo del pessimismo assoluto, Saitama è quindi condannato (si potrebbe dire, per contrappasso) a vedere la propria vita come avvolta dalla monotonia, senza nessun intermezzo felice che funga da molla propulsiva.

E dunque?

Perché, dunque, il pendolo di Saitama sarebbe rotto? Semplicemente perché nella sua esistenza il dolore sembra non esservi, mai. E’ anche comprensibile: una vita piena di noia (dovuta ad un appagamento duraturo) è priva di dolore, mentre una vita di dolore è certamente priva di noia. Saitama ha strappato il pendolo dalle mani del filosofo di Danzica perché questo per il nostro eroe pelato non oscilla più. Egli appare intrappolato in un limbo di forza smisurata che richiede come contrappasso l’inappagamento per la propria vittoria.
Nonostante Saitama sia l’uomo più annoiato del mondo, questo non gli impedisce di ispirare chi gli sta intorno, e sì, anche noi spettatori. La sua funzione è quella di ricordarci che ogni eroe funge da faro, ispira ed affascina le persone, ma Saitama è al contempo un personaggio che ci mostra un lato inedito del fare l’eroe (‘per hobby‘): a volte essere il più forte può essere noioso (e vi assicuro che prima di vederlo non l’avrei mai detto!).

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