Il paradosso del treno: ucciderne uno per salvarne cinque; rapporto tra legalità e moralità

Un’azione legalmente lecita non sempre vuol dire che sia anche morale, come può dimostrare il paradosso del treno.

Immagine correlataIl rapporto tra legalità e moralità non è così semplice come lo si può pensare, infatti un’azione che è legalmente lecita può non esserlo dal punto di vista morale.

La legalità di un’azione e la sua moralità

Innanzitutto procediamo definendo cosa si intenda per legalità e moralità di un’azione. Un’ azione viene definita legale quando conforme alla prescrizione della legge,” ovvero un’azione che rispetti gli obblighi e i limiti imposti dalla legge, ma questa è una creazione degli uomini stabilita su dei criteri che non sono universali ( basti pensare che esistono leggi diverse in Stati diversi) bensì particolari. Questi criteri sono basati si sulla morale ma, come si dimostrerà, il risultato che le leggi raggiungono è diverso dal risultato di un’azione morale. D’altra parte definire quando un’azione è morale risulta complesso, dato che bisognerebbe prima stabilire che cosa sia la morale, in questo caso consideriamo la definizione di morale che ha dato Kant nella sua opera “la critica della ragion pratica”.

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Il paradosso del treno

Il famoso paradosso del treno è un dilemma morale molto discusso in filosofia, ideato nel 1967 da Philippa Foot, si basa su una scelta apparentemente semplice. Immagina di essere il conducente di un treno fuori controllo e senza freni, sulla rotaia sono legate cinque persone e l’unica cosa che puoi fare come conducente è tirare una leva che permetta al treno di cambiare traiettoria, ma su questa seconda traiettoria è legata una sola persona. Quindi la scelta è tra uccidere cinque persone o tirare la leva uccidendo una sola persona. La maggior parte delle persone sceglierebbe istintivamente di tirare la leva, affermando che è meglio che ci sia una sola vittima rispetto a cinque e vi considereste innocenti in tribunale. Ebbene se voi avreste preso questa decisione i filosofi vi definirebbero come consequenzialisti e utilitaristici, ovvero basate le vostre scelte per raggiungere la massima felicità per il maggior numero si persone possibile. Tuttavia questo “principio” ha dei limiti, pensiamo per esempio di essere in ospedale e ci sono cinque persone in fin di vita che necessitano un trapianto urgente (ognuno di organi diversi) ma non è disponibile nessuno degli organi richiesti. Cosi’ un medico sceglie un paziente che era li’ solo per un controllo e, senza chiedergli il consenso lo opera uccidendolo ma salvando grazie ai suoi organi le altre cinque persone. La sostanza pur restando la stessa, ovvero ne muore uno ma si salvano cinque persone, viene vista in maniera diversa ed il medico verrebbe condannato per omicidio colposo. Analizziamo un’ultima variante tornando al caso del treno, ora immaginiamo di essere all’esterno del treno, su un ponte e ancora una volta il treno sta per uccidere le cinque persone, ora l’unico modo per fermarlo è spingere una persona obesa di fianco a te. In questo caso provereste maggiore difficoltà rispetto a tirare semplicemente la leva, perchè dovreste compiere un’azione diretta,ma ancora una volta la sostanza è la stessa ne muore uno per salvarne cinque, tuttavia in questo caso sarebbe più difficile da dimostrare la propria innocenza in tribunale.

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La morale Kantiana

Il pensiero di Kant sulla morale è presentato nella sua opera ” la critica della ragion pratica”, pubblicata nel 1788. Kant stabilisce una morale prescrittiva, cioè basata su imperativi categorici, ovvero obblighi morali che l’uomo deve rispettare a qualunque costo a prescindere da ogni condizione, e formale nel senso che è più importante avere l’intenzione di raggiungere il risultato prefissato che, raggiungerlo effettivamente. Per questo Kant non indica cosa sia giusto o sbagliato fare ma, come bisogna farlo, ad esempio nella seconda formula dell’imperativo categorico, Kant afferma che bisogna trattare l’uomo con la sua dignità e che bisogna considerarlo come un fine non come mezzo, per cui Kant condannerebbe tutte le scelte per “salvarne uno uccidendone cinque”, dato che nessuno uomo “è Dio e non spetta a lui decidere chi deve vivere o morire” ed anche il singolo uomo non è sacrificabile e non deve essere trattato come un mezzo per salvare gli altri cinque ma ha pari dignità ed importanza delle altre cinque persone. Quindi se Kant condannerebbe questo comportamento, lo stesso non si può dire della legge, la quale valutando caso per caso analizza le diverse varianti, per cui la legge non valuta la sostanza (se ucciderne uno per salvarne cinque sia giusto o sbagliato) ma la situazione ed il contesto in cui viene commessa l’azione.

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