Cosa intende Peter Griffin quando dice che il Padrino di Coppola, “insiste su sé stesso”?

“It insists upon itself”, “insiste su sé stesso”. Ecco cosa Peter Griffin pensa del Padrino, il grande film di Francis Ford Coppola del 1972. L’accusa di essere pretenziosa non è sconosciuta alla letteratura, soprattutto quella dei modernisti. Vediamolo insieme.

PETER GRIFFIN CRITICO LETTERARIO?
Molti ricorderanno di un trend particolare di qualche mese fa, quando si pensava che tiktok stesse per chiudere in America. Molti influencer hanno pubblicato delle loro “ultime confessioni”, perlopiù false, ovviamente, nel tentativo di avere un ultimo slancio di visualizzazioni. Coppie che rivelavano di non essere mai state insieme, esperti di questo o quello che rivelavano di non saperne niente. Il sottofondo sonoro- l’audio- veniva preso da una puntata della serie animata americana “i Griffin”. In un momento in cui tutta la famiglia sta per morire annegata in un bunker, Peter sente di dover fare un’ultima confessione: il Padrino, il film, non l’ha entusiasmato. Lois insiste che è un film perfetto, Chris che ha tutti gli attori migliori come Marlon Brando, Al Pacino. Il motivo è che “insiste su sé stesso”, una formula curiosa per dire che è molto pretenzioso. In molti hanno questa impressione quando lo vedono per la prima volta. Qualcosa lo accomuna al western (che infatti era nei progetti all’inizio). Per capirlo ci serve un po’ di contesto.

LA NEW HOLLYWOOD
Il Padrino viene fuori da una stagione, tra anni Settanta e Ottanta, conosciuto come “Nuova Hollywood”. A seguito di cambiamenti sociali e politici, basti pensare agli esiti del Vietnam, alle rivolte degli afroamericani e alle proteste femministe, Hollywood apporta novità formali ma mantenendo la centralità della narrazione e della trama. La regia ha nuovi volti, come Coppola, che è proprio il registra del Padrino, Scorsese e Woody Allen. Le novità tecniche sono uno dei motivi per cui il film è considerato “trai migliori al mondo”. Con l’arrivo del nuovo decennio, però, diventano la norma e vengono commercializzate col grande fenomeno, targato anni 80, dei Blockbuster. Questi film sono pensati per “sfondare”, con attori conosciuti e trame facili da “estendere” in seguiti, adattamenti, videogiochi, tutto il “se puoi sognarlo puoi farlo”. Il Padrino è un antecedente di queste macchine di successo. È il film “perfetto” come dice Lois perché è la somma di queste tendenze. Ma non è solo questo. Accanto all’importanza del raccontare una storia si affianca una questione “metanarrativa” (potremmo dire metafisica, astratta) che riguarda l’atto stesso di raccontare e il suo passare in primo piano. La traduzione pratica è insistere così tanto su alcuni momenti dei personaggi, su loro piccoli gesti, su Vito che si sfiora il mento con la mano in un gesto di rifiuto e dubbio. Gesti che sono segno di presenza del narratore, che è lì, che sta facendo vedere che quello che ci dice è importante, che è il suo sguardo che ce lo sta filtrando. Una guerra di mafia, che è tanto una guerra come quella oltreoceano finanziata dal presidente, è uno degli aspetti della complessità del mondo, ed è raccontata con quell’insistenza di cui parla Peter. Ma Peter Griffin non è l’unico ad accusare un tale sintomo.

L’ACCUSA DI ESSERE PRETENZIOSI
La nuova Hollywood ha subito gli stessi problemi degli scrittori “modernisti” nel secolo che hanno condiviso. L’osservazione di Peter è la stessa della critica non lungimirante che non ne ha capito la portata. “Insistere su sé stessi” ci ricorda quello che i primi detrattori dicevano di Virginia Woolf e James Joyce, che cominciavano a sentire il peso della modernità. Quando la modernità arriva, bisogna fare cose moderne. Le guerre mondiali metteranno in crisi l’uomo e la società, quindi la sua cultura e quindi la letteratura. Non si può più scrivere come prima, le nuove forme sono allora il risultato diretto della complessità della realtà. Il flusso di coscienza è l’emblema della complicatezza del soggetto, che produce diversi pensieri in contemporanea. La vecchia generazione non sentiva in questo modo nuovo, e alimentava continue polemiche. George Moore diceva di Joyce, che “credeva di essere un romanziere solo perché stampava su carta”, Rebecca West commenta che Joyce è “pedante con le lettere”. Una recensione anonima pervenutaci dal 1914 dice che l’Ulisse, il suo capolavoro, è solo un insieme di “quadretti”. Henry James nello stesso anno commenta che gli scrittori moderni sono “saturati”, troppo pieni di elementi messi lì. Bennett scrive di un personaggio di Virignia Woolf- e poi lei risponderà con l’iconico “Bennett e la signora Brown”- che “si sforza di essere intelligente”. La nuova letteratura sembrava non avere sostanza, come se il senso di rappresentare la pluralità percettiva fosse solo mostrare come si è bravi ad usare le metafore. Anche oggi i più profani commentano l’Ulisse, Gente di Dublino, Al Faro e Mrs Dalloway così come farebbe Peter Griffin.
IL FINALE: DAVVERO IMPORTANTE?
A Peter viene rimproverato di criticare un film senza averlo nemmeno visto tutto. Ma è davvero così importante conoscere il finale? Nella grande tragedia greca si sapeva da subito che un personaggio avrebbe fatto una brutta fine. Non esiste da sempre, e non è esistita sempre, la cultura del plot twist e dello spoiler. Il finale del Padrino è un grande esempio di long take, una scena in profondità che come una vignetta, però simultanea, mette insieme più significati: Kay è parzialmente soddisfatta dal confronto col marito che nega di essere un assassino e mafioso, si sono abbracciati poco prima. È ora in un’altra stanza e vediamo solo il suo mezzo busto, la porta dello studio di Michael è rimasta aperta, la vediamo in lontananza. Entrano altri soggetti che lo salutano con il rispetto che si deve ad un boss, come abbiamo visto fin dall’inizio. Poi la porta le viene chiusa in faccia da un collaboratore, uno sguardo di tristezza e delusione ne incontra uno serio e intransigente. La porta, la speranza del bene, si chiude su Kay e sullo spettatore. È questo il livello di interpretazione che rende il Padrino “uno dei migliori film di tutti i tempi”. Ma non è tutto tecnica, è anche una storia avvincente che deve interessare il grande pubblico, che deve essere “di genere”. Chris commenta infatti che il Padrino “insiste su sé stesso perché ha una lezione valida”. Questa lezione ha un’influenza incalcolabile e vicina, si pensi al recente “The Penguin” che si avvale delle stesse strutture, di una trama e di meccanismi simili, degli stessi rapporti generali tra personaggi dove valgono le regole della famiglia e dove al male non c’è freno. Al grande pubblico il finale vuole dire che non c’è risoluzione, che il circolo vizioso si ripeterà passando da Vito a Michael, che non c’è certezza di poter evitare un’altra guerra di mafia. E tutto per una porta chiusa.