Il Superuovo

Il mondo di Sofia e Berkeley ci insegnano perché filosofia e dubbio vanno a braccetto

Il mondo di Sofia e Berkeley ci insegnano perché filosofia e dubbio vanno a braccetto

Possiamo dire, con sicurezza, di essere fatti di carne e sangue, oltre che di spirito? Studiare la storia della filosofia occidentale ci fa dubitare di tutto, persino di noi stessi.

Il “mondo di Sofia” è la storia della quattordicenne Sofia Amundsen e delle lezioni di filosofia che riceve dallo stravagante Alberto Knox, ed è anche la storia della giovane Hilde e di suo padre, il maggiore Albert Knag. I veri protagonisti del libro, però, siamo noi. Nel 1991 Jostein Gaarder pubblica il suo romanzo credendo che si tratti di un opera destinata a pochi eletti ed esperti del mestiere: con sua sorpresa, solo quattro anni dopo, “Il mondo di Sofia” diventa un best seller mondiale.  La popolarità del lavoro di Gaarder è senz’altro dovuta alla sua abilità di tradurre costruiti concetti filosofici in termini semplici e poetici:  più di mille anni di storia del pensiero ci passano davanti, condensati tra le pagine del libro come all’interno di una nebulosa.

Il mondo come gioco di prestigio

Già dalle prime pagine del romanzo una cosa ci è chiara: nessuno di noi può essere sollevato dalla fatica di porsi delle domande, e la più grande differenza tra gli uomini sta nel modo in cui essi decidono di reagire alle domande che essi si pongono o che vengono loro poste. Tutti noi, guardando il mondo, ce ne meravigliamo esattamente come faremmo davanti a un gioco di prestigio, un gioco nel quale però noi stessi sentiamo di essere immersi. Gaarder descrive gli uomini come piccole pulci nascoste nella pelliccia di un coniglio bianco che spunta fuori da un cilindro: filosofi sono tutti coloro che, munendosi di corda e moschettone, cercano di arrampicarsi sui peli del coniglio per guardare in faccia il Grande Prestigiatore. Un gesto molto coraggioso, ma che in realtà richiede un solo esercizio fondamentale: l’esercizio del dubbio. Sin dall’antichità i filosofi si sono cimentati in questo semplice ma al contempo faticoso esercizio. Nella storia del pensiero occidentale incontriamo due paradigmi del dubbio: il dubbio scettico e il dubbio metodico. Il dubbio scettico risale alla scuola ellenistica dello scetticismo e consiste nel sospendere il nostro giudizio su tutte le cose: se infatti vediamo che il mondo intorno a noi muta continuamente, e noi stessi con lui, come è possibile arrivare ad una qualche verità stabile? Una premessa di questo tipo, sebbene legittima, rende però incerta, se non impossibile, qualsiasi azione dell’uomo all’interno del mondo. È per questo che il dubbio viene poi ripreso, prima da Agostino e poi da Cartesio, in una versione più moderata: da approdo ultimo del pensiero, il dubbio diventa trampolino di lancio verso il mare della verità. Non dobbiamo accettare passivamente il mondo nel quale viviamo ma dobbiamo interrogarlo allo stesso modo in cui Giacomo Leopardi, nel “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”,  si rivolge alla luna: “Che ci fai tu, luna, in ciel?”. In  quanto filosofi del dubbio, però, il nostro compito è anche quello di diffidare delle risposte che in un primo momento ci sembrano ovvie: solo così potremmo giungere a un qualche giudizio certo.

E se la vita che tutti viviamo fosse soltanto un sogno? 

La funzione de dubbio, in filosofia, è quella di far vacillare le certezze, e leggendo “Il mondo di Sofia” il nostro animo è scosso con tanto vigore che ci chiediamo, insieme a Sofia ed Alberto, se forse non abbiamo vissuto la nostra vita sino ad ora come intrappolati in un sogno. Per rispondere, interroghiamo alcuni dei filosofi occidentali. Cartesio, esercitando il dubbio, giunge a mettere in questione la stessa materialità del mondo, ma, dopo questa operazione, trova nella dimostrazione dell’esistenza di Dio una garanzia per la sussistenza fisica delle cose: se Dio esiste non può di certo volermi male, condannandomi a vivere in un mondo falso e deformato. Secondo Berkeley, invece, non esiste nulla di materiale. Sofia non è affatto convinta di questo: nel momento in cui batte il pugno contro il tavolo avverte una superficie dura e quindi sa che il tavolo esiste. Ma in realtà, evidenzia Alberto, Sofia non ha sentito il tavolo, ha semplicemente sentito qualcosa di duro, così come possiamo sognare di andare a sbattere contro una parete e credere di sentire effettivamente dolore. “Esse est percipi” , diceva Berkeley, cioè “l’essere è l’essere percepito”, e non siamo più così sicuri che esista un confine netto tra il sogno e la realtà:

“Non possiamo sapere se la nostra realtà esterna sia fatta di onde sonore o di carta e penna. Secondo Berkeley possiamo soltanto sapere che siamo fatti di spirito.”

Secondo Berkeley, infatti, non solo tutto ciò che vediamo, ma anche le nostre stesse idee, non provengono da noi, bensì da una mente spirituale creatrice: è Dio il Grande Prestigiatore che tira fuori il coniglio dal cilindro. Così, Alberto e Sofia, scoprono di non avere corpo: sono personaggi di un libro di filosofia che il maggiore Albert Knag regalerà alla figlia Hilde per i suoi quindici anni. Il maggiore è il Dio del mondo di Sofia: tutto vi è fatto secondo sua immagine e somiglianza, tutto accade secondo la sua volontà. Gli elementi fantastici e bizzarri del mondo di Sofia non hanno altra giustificazione se non il fatto di essere semplici prodotti dell’immaginazione del maggiore.

 

L’artista e Dio 

La rivelazione più scioccante, però, è che, se ci pensiamo bene, anche la stessa Hilde e lo stesso maggiore, sono in realtà personaggi di un libro, prodotti della creatività di Jostein Gaarder. Questa rivelazione, nell’atto in cui ci colpisce, ci provoca una vertigine e ci ingiunge a ipotizzare una sorta di regresso all’infinito, per cui anche noi stessi, nel momento in cui leggiamo “il mondo di Sofia”, potremmo essere in realtà i personaggi di un romanzo. L’autore del nostro romanzo potrebbe inoltre essere a sua volta un personaggio di un altro romanzo, e così via all’infinito. Gaarder ha paragonato il maggiore a Dio, e allora ci chiediamo se non abbia voluto paragonare a Dio anche se stesso. Questo può sembrarci eccentrico e stravagante, ma lo è fino ad un certo punto: l’artista, infatti, condivide con Dio la sua capacità di creare. Come Dio ha creato il mondo, così, ogni artista crea un suo mondo, e così Jostein Gaarder ha creato Il Mondo di Sofia, un mondo di conoscenza (notare il significato greco della parola sofia: sapienza) ma anche un mondo di speranza. Alberto e Sofia, nonostante siano ormai consapevoli di essere parte di un gioco di prestigio, marionette nelle mani del burattinaio Albert Knox, gocce di inchiostro per la penna che sfoga la fantasia del maggiore, non smettono mai di sperare di poter fuggire, sottraendosi così alla loro realtà che li imprigiona. E alla fine ci riescono. Piuttosto bizzarro, no? No, non lo è. A differenza di Dio, infatti, uno scrittore non è certo onnipotente e non potrà esercitare un controllo perenne sulla sua creazione. Questo fenomeno viene espresso dall’ermeneutica contemporanea (mi riferisco in particolare a Paul Ricoeur) con il termine tecnico di distanziazione, per cui il contenuto di un opera d’arte si allontana progressivamente dall’intenzione dell’autore. Si allontana, dunque, ma per andare dove? Dove si sono rifugiati, veramente, Alberto e Sofia? Forse nella coscienza di tutti i lettori del libro, passati, presenti e futuri. Che ne sarà del mondo di Sofia? Di certo non si sgretolerà appena avremo riposto il libro nello scaffale, perché il nostro compito, in quanto lettori, è quello di dare rifugio ad Alberto e Sofia, accoglierli e ricordarli seppure nella loro fragile immaterialità: così essi sopravvivranno in noi. 

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