Una regina deve scegliere tra amore e potere? Elisabetta I e Didone a confronto

“Da un grande potere derivano grandi responsabilità” recita il motto di Spiderman. Lo sanno bene queste due grandi regine, Elisabetta e Didone, divise tra l’amore e i propri doveri da adempiere.

Ci troviamo difronte a due personaggi femminili di straordinario impatto, caratterizzate da una ferma forza di volontà, responsabili di tante vite, chiamate, più spesso di quanto si immagini, a dimostrare che, pur essendo donne, meritano la pesante corona che portano. Nonostante, per molto tempo, uno dei pochi diritti, doveri forse, davvero riconosciuti alle donne, sia stato quello di amare, in quanto ‘sensibili per natura’, tutto ciò ad una regina non è concesso, non le è concesso un singolo passo falso. Eppure capita, come capita a tutti, ci si innamora, a prescindere dal titolo che ci si porta dietro, a prescindere dalle responsabilità: è capitato pure a loro due, anche se con finali estremamente differenti.

Infelix Dido

Tra le varie abilità degli autori latini, non possiamo non citare una spiccata e naturale dote nel giustificare l’imperialismo della loro amata Roma; non è un caso, allora, che Virgilio, il sommo poeta, si adoperi per tirare in ballo nella sua opera più riuscita Didone, potente e fiera regina Fenicia, colei che maledisse in punto di morte i rapporti tra l’Urbe e Cartagine. Sebbene venga inserita in un poema epico, non abbiamo tracce di questo personaggio nell’epos omerico, a riprova del fatto che l’autore deve aver attinto dalle opere di storici greci, e da quelle dei primi storiografi romani. Tenendo conto del fatto che, per gli antichi, non c’era molta differenza tra storia e mito/leggenda, dal momento che intendevano il secondo come una ‘storia più antica e lontana nel tempo’, vediamo questa regina abbandonare il Libano, regione da cui proveniva, per sfuggire ai drammi della propria famiglia, e fondare QRT HDST, Cartagine (lit. ‘città nuova’, nel senso di nuova Tiro, corrispettivo di Neapolis in fenicio) nell’814 a. C. Virgilio le dedica un intero libro dell’Eneide (30-19 a. C.), il IV, descrivendo con toccante humanitas e sensibilità le dolorose vicende che afflissero questa donna. Tenendo bene a mente le esperienze precedenti di figure quali Calipso, Circe e Medea, il poeta seppe abilmente animare un personaggio tremendamente vero, vivo, fatto di carne, di sentimenti e di speranze. Sentendo Didone confidarsi con la sorella Anna circa i propri dubbi su Enea, resta quasi impossibile evitare l’immedesimazione: la si percepisce in tutti i suoi limiti, come una semplice mortale, innamorata di un bel ragazzo, come quello per cui avevamo una cotta al liceo. Ma Didone non è una liceale, e non può semplicemente telefonare alla sua migliore amica per chiederle un consiglio su quale vestito indossare per fare colpo: la sua corona pesa terribilmente, e la scelta è tra la felicità ed il proprio dovere. I matrimoni combinati, specialmente per i reali, non sono una novità, e non sono nemmeno un qualcosa di così orribile: la differenza tra un accordo politico e l’amore, era già allora ben chiaro. Eppure qui non c’è nessuno matrimonio, l’ostacolo non è il legame con qualcun altro, una promessa da mantenere: Didone deve scegliere tra due amori profondi e potenti, quello per un singolo uomo, e quello per la SUA città, quella che ella stessa ha fondato e costruito, che ha giurato di proteggere. “Uritur infelix Dido”, brucia mentre corre per le vie di Cartagine, tra le sue mura, nascondendosi, sentendosi cacciata come un animale ferito; non si chiude in camera sua, ma vaga, non si ferma, continua ad andare, come se potesse in qualche modo spegnere la fiamma che divampa in lei. Eppure, nonostante tutto, nonostante i dubbi e le paure, nonostante i propri doveri, sceglie Enea, sceglie di darsi una possibilità, di vivere quell’amore, perché forse crede di meritarlo, perché forse pensa di potercela fare: è una sopravvissuta, fiera e dignitosa, ha sempre fatto tutto da sola, magari, sente, per una volta, dopo tanto tempo, di potersi fidare, di aver trovato qualcuno che possa prendersi cura di lei e del suo adorato popolo. Chiunque abbia provato sulla propria pelle il dolore dell’abbandono, non può che sentirselo esplodere dentro quell’urlo, quella maledizione: “sorga dalle mie ceneri un vendicatore”, non può che immedesimarsi nello straziante grido di chi, dopo essersi fidato, è stato tradito, di chi ha sacrificato quanto aveva di più caro, di chi si è sbagliato.

La regina vergine

Elisabetta I , la ‘regina vergine’, figlia di Anna Bolena e di Enrico VIII, quinta ed ultima monarca della dinastia dei Tudor, incoronata il 15 gennaio del 1559, regnò su Inghilterra ed Irlanda fino al 1603, anno della sua morte. Donna e regina estremamente carismatica, caratterizzata da un’acuta perspicacia e da una non indifferente personalità, Elisabetta è stata fonte di ispirazione per numerosi artisti, per scrittrici come Virginia Wolf, raggiungendo un alto grado di notorietà e divenendo il soggetto di importanti film e serie televisive. Contrapposta per antonomasia alla cugina Maria ‘la sanguinaria’, la vediamo immersa in una complessa e romanzata ragnatela di intrighi, rapporti sospetti, minacce e pericoli provenienti dai fronti più disparati, sempre in guardia, attenta ad ogni mossa di avversari ed alleati. A seconda delle varie versioni, osserviamo la regina affiancata da fedeli consiglieri, che, in certe occasioni, si rivelano più intimi di quanto il loro compito richieda. Pertanto, Elisabetta,nonostante si presenti come la monarca vergine, immacolata, i ‘rumors’ ci rivelano tutt’altro: non c’è, però, nulla di particolarmente sconvolgente nel fatto che l’apparenza, soprattutto per un diplomatico ( un regnante non è altri che questo), giochi un ruolo fondamentale; dopotutto saper tenere separata la propria vita privata e gli affari è una dote imprescindibile per poter nuotare in mezzo agli squali. La sua scelta di votarsi completamente al popolo su cui regna, non può che apparirci come un gesto nobile, ma non sono mancati i registi che hanno voluto mettere in luce la tremenda sofferenza che questo portò nella vita di Elisabetta, il dover sempre stare in guardia dagli scandali cercando, per quanto possibile, di non macchiare MAI la propria immagine, mostrandosi pronta a dimostrare al mondo che una regina non ha bisogno né di un erede, né di un uomo che prenda decisioni al suo posto.

La dignità

Quante volte la nostra amica del cuore ci ha ripetuto di non perdere mai la dignità per la persona che amiamo? Un’infinità, a non voler esagerare. Ma in cosa consiste davvero questa dignità? Qual è la sottile linea che la separa dall’orgoglio, il limite da non oltrepassare? Così, su due piedi, maledire un intero popolo, evocare un vendicatore, e mettere le basi per un odio che provocherà ben tre guerre, potrebbe sembrare leggermente eccessivo, specialmente se il tutto è seguito da uno scenografico suicidio orchestrato ad arte, con tanto di fiamme alte fino al cielo, subito dopo essersi gettate sulla spada di lui in senso di sfregio (con il senno di poi, credo di poter affermare che la classica strisciata sulla fiancata della macchina con le chiavi, non sia poi così terribile, tutto considerato). Però, dall’altro lato, sacrificare i propri affetti, costringersi a nascondere i propri sentimenti, mascherare l’amore che si prova per un qualche bene superiore, sembra tutt’altro che una scelta felice. Elisabetta e Didone sono due donne sole, senza marito e senza figli, madri del popolo che amano, protettrici di una casa per cui hanno dovuto faticare, che hanno dovuto lottare con le unghie e con i denti per fuggire dalla propria famiglia, da un padre ‘folle’ che ti imprigiona, e da un parente traditore che uccide l’uomo che hai sposato. Sono due regine che trasudano dignità da ogni poro della pelle, che devono mostrarsi invincibili, intoccabili, più forti di un mondo di uomini che non vede l’ora di mettere le mani su ciò che hanno di più caro. Bellissime, astute, due guerriere pronte a tutto, ma pur sempre umane, sensibili, frangibili. Alla luce di ciò, allora, sostengo che si possa considerare la dignità come la capacità di saper bilanciare desiderio e dovere, responsabilità e diritto alla felicità, sempre tenendo conto delle particolari inclinazioni personali: è dignitoso, allora, scegliere di stare sola per rafforzare l’ideale di indipendenza in cui si crede, ma è dignitoso allo stesso modo anche scegliere di lasciarsi andare, di prendersi una pausa dalla stringente realtà, di fidarsi. Dignitoso, è scegliere fino a che punto spingersi, dignitoso è lottare sacrificandosi, dignitoso è impegnare le proprie ultime parole nella speranza che un’anima futura sappia proteggere le mura della città che si sta lasciando; dignitoso è sapere chi si è, e poi fare comunque quello che diavolo si vuole.

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