Il mancato equilibrio tra genio artistico e vita raccontato attraverso musica e letteratura

Arte, genio e dipendenza sono tre elementi spesso troppo simbiotici.

Charles Bukowski, BBC

La chitarra indemoniata di Jimi Hendrix, la graffiante voce di Janis Joplin: l’estro artistico è, indubbiamente, un “fardello” innato capace di renderti immortale. Perché fardello? Oggi lo scopriremo insieme!

La genialità ha un prezzo

“Non esiste grande genio senza una dose di follia” è una notissima citazione dell’immenso pensatore (definirlo solo filosofo è riduttivo) Aristotele, vissuto nel IV secolo a.C. e allievo dell’altrettanto spirito magno Platone: a completare la triade vi sta Socrate, primo maestro della filosofia occidentale. Il concetto qui espresso ci è già familiare, tanto che sono svariate le figure artistiche conosciute in grado di accoglierlo in sé. Se molti di essi sono stati abili nel mantenere vivo e sotto controllo il genio evitando la completa autodistruzione altri, invece, si sono lasciati divorare dalla propria instabilità morendo molto giovani. All’indubbia tristezza post mortem si aggiunge il rammarico nell’osservare un talento così cristallino asfissiare tra droga, alcol ed eccessiva fama. Molti di loro sono accomunati dall’essere scomparsi all’età di 27 anni e da questo nasce l’espressione giornalistica “Club dei 27”. A farne parti ci sono dei volti indimenticabili e indimenticati: un pensiero particolare va ad Amy Winehouse, ultima in ordine di tempo a finire in questo sciagurato, ma pullulante di talento, gruppo di giovani stelle che hanno brillato per troppo poco tempo. Un’artista dalla voce unica, nitida e malinconica, carica di influenze dal jazz e dal blues. Tra i più celebri riconosciamo Janis Joplin, Jim Morrison, Jimi Hendrix, Kurt Cobain, Jean-Michel Basquiat e Brian Jones.

I volti più noti del Club dei 27, Miami News Times

 

Il mondo del jazz anni ’40

Talvolta si pensa che lo stile di vita contraddistinto dal ribelle “sesso, droga e rock n roll” sia tipico solamente dei grandi esponenti dell’hard rock ed invece esiste, o è forse meglio dire esisteva, un altro mondo dove erano le dipendenze più erodenti a farla da padrona: il mondo del jazz. Gli anni ’40 americani hanno assistito al fiorire di una generazione di jazzisti fenomenale: Miles Davis, Thelonious Monk, il già famoso Louis Armostrong, Charlie Parker, Ray Charles e molti altri. Questa è stata in grado di riscrivere totalmente la storia della musica della prima metà del 900, sviluppando sonorità e modelli fondanti in tutta la successiva produzione. Charlie Parker, ad esempio, con il suo sassofono fu uno dei fondatori del bepop, ramo del jazz dalle melodie movimentate e dalla ribellione nel sangue. Alla genialità musicale si accompagna però una dipendenza da eroina contratta già in giovane età, per la quale arriverà a mendicare per le strade e scialacquare qualsiasi minima entrata. Dall’eroina si passò poi all’alcol, più economico e facilmente reperibile. Il tutto lo porterà ad una dipartita leggermente più tarda dei suoi colleghi del 27, a 34 anni. Dannatamente talentuoso ma incapace di sopportarne il peso.

Charlie Parker, NPR

 

La letteratura e la tormentata autobiografia

Anche la letteratura non manca di figure siffatte. Oltre agli abusati, quando si parla di vite tutt’altro che irreprensibili e salutiste, Bohemiens francesi e i loro eredi italiani, gli Scapigliati piemontesi e lombardi, si aggiungono altri autori che fecero delle sostanze psicotrope compagni di penna. Il primo che possiamo nominare è Charles Bukowski, autore statunitense molto prolifico che inseriamo nella categoria del cosiddetto “realismo sporco”. Perché sporco? Perché le tematiche preferite spaziano dalla cruda e ben descritta sessualità occasionale sino all’ossessivo rapporto con l’alcol. In merito a quest’ultima passione, risulta indicativa una sua citazione( era molto abile nel sentenziare: basti pensare che metà delle descrizione poste sotto alle foto di Instagram gli appartengono…scusaci, Charles!): “Quando sei felice bevi per festeggiare. Quando sei triste bevi per dimenticare, quando non hai nulla per essere triste o essere felice, bevi per fare accadere qualcosa.” Altro personaggio degno di nota è l’inglese Thomas de Quincey, autore di “Confessioni di un mangiatore di oppio”. L’eloquenza del titolo non lascia scampo: il racconto autobiografico è incentrato sulla dipendenza verso l’oppio, progenitore naturale delle droghe moderne e ricavato dalla pianta del Papavero sonnifero. L’opera assume un respiro totale, raccontando la totalità della sua vita condita da riflessioni ed esperienze: al centro però vi sta sempre l’oppio, padrone di un Thomas sempre più schiavo inerme di esso.

Thomas de Quincey, University of Adelaide

 

 

 

 

 

 

 

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