Il linguaggio: la Storia Infinita manifesta uno dei temi filosofici più dibattuti

La parola è fondamentale nella Storia Infinita, ma è anche problematica, dato il suo rapporto con la realtà.

Bastiano è un ragazzo problematico che trova nella lettura e nella fantasia l’unico angolo di serenità. Quanto si trova a far parte della storia stessa, scopre lati di sé nascosti, belli e brutti, che lo aiuteranno a crescere consapevolmente.

Bastiano deve porre rimedio alla non-esistenza del Nulla

BBB: Bastiano Baldassarre Bucci. Non è il nome di uno stilista che ama firmarsi con la consonanza delle sue iniziali. Si tratta di un ragazzino, precisamente del protagonista del capolavoro di Michael Ende: La storia infinita. Un ragazzo che oggi sicuramente andrebbe a scuola con un piano di studio personalizzato, sarebbe seguito da insegnanti di sostegno e medicalizzato in tutti i suoi processi di sviluppo personale. Tuttavia il romanzo è ambientato in un’epoca in cui tutto ciò deve ancora concretizzarsi, e il mistero della crescita viene affidato ad incontri casuali e avventure esistenziali. Non di meno, Bastiano viene immediatamente preso di mira dai coetanei bulli, che vedono in lui solo quel compagno goffo, timido, brutto e pure bocciato che si presenta a scuola con il capo chino sotto il peso delle continue delusioni. È nel contesto di un giorno come tanti, che Bastiano per fuggire dai bulli e ripararsi dalla pioggia si ritrova dentro la libreria del signor C.C. Coriandoli. Questi tiene in mano un libro che cattura dal primo istante l’attenzione di Bastiano, un libro con un fascino misterioso, tanto che il ragazzo sente la necessità di entrarci illegittimamente in possesso. Dopo il furto si crea un nascondiglio nella soffitta della scuola, dove può iniziare la lettura della Storia infinita. Con il procedere del racconto, Bastiano vive delle esperienze particolari: entra sempre più in contatto con la vicenda, ma non si tratta di un’immedesimazione catartica e psicologista, quanto un concreto entrare dentro la storia, nei luoghi di Fantàsia. Una volta preso coscienza della realtà delle cose, per quanto strana, Bastiano è costretto a porre rimedio alla distruzione provocata dal Nulla. Questa entità, che non si riesce a definire, paragonabile ad un non-essere, è la concretizzazione dell’assenza di desiderio dei bambini moderni: le fondamenta del regno di Fantàsia hanno una base ontologica nei sogni dei più piccoli, per cui quando questi mancano, esso sarà divorato dal contrario della sua esistenza, ossia la sua non-esistenza.

Il linguaggio non è solo produzione di suoni

Bastiano è capace di porre rimedio all’attività del Nulla in extremis: del regno resta solo un granello di sabbia, a partire dal quale il ragazzo sarà chiamato a dar vita a tutte le cose, divenendo il demiurgo del nuovo regno di Fantàsia. Nessun limite è posto alla sua immaginazione, così che il ragazzo si troverà spesso a dover fare i conti con le conseguenze delle sue stesse creazioni. La cosa fondamentale per la costruzione degli oggetti desiderati è quella di dare un nome a ciascuno di essi. Tramite la denominazione si perviene all’essere, in contrasto con l’entità del Nulla, non definibile. Si concepisce dunque quale importante valore riveste il linguaggio nella Storia infinita. L’argomento è tuttavia applicabile anche nella vita reale di tutti noi, in quanto siamo capaci di esprimere i nostri pensieri solo in modo discorsivo, tanto che pare si possa parlare di “idee” solo nel momento in cui queste vengono rivestite di una struttura sintattica che metta ordine alla nebulosa del pensiero inespresso. La filosofia ha fatto i conti con la funzione linguistica sin dalle sue origini: già nella Grecia classica si parlava del linguaggio in quanto convenzione umana, il cui scopo è la comunicazione pubblica e il vivere civile. Per quanto riguarda Platone, egli si colloca in una posizione intermedia che impegna sia questa visione convenzionale, sia quella naturale, più arcaica: il linguaggio rappresenta sì una convenzione tra gli uomini utile come strumento ai fini della conoscenza, ma anche un fine in sé in quanto c’è una corrispondenza con il reale. Esiste infatti per Platone un nomoteta, ossia un creatore del linguaggio che ha assegnato i nomi alle cose nell’intento di imitarle. Aristotele supera il dibattito sulla contrapposizione naturale/convenzionale concentrandosi sulla portata simbolica della denominazione: i nomi si riferiscono alla realtà in un modo che dipende dal soggetto e dall’assegnazione da lui operata di un segno ad un particolare concetto precedentemente formulato. La verità oggettiva si trova nel momento in cui non si considerano i nomi in sé, ma la loro applicazione all’interno di un enunciato in rapporto con la realtà a cui vuole riferirsi.

La parola si manifesta con tutta la sua potenza nella modernità

La filosofia moderna si interessa invece del linguaggio sulla base della sua funzione epistemologica. Alcuni pensatori fanno coincidere le parole al pensiero, altri le percepiscono come mezzo universale di conoscenza. Tra questi spicca Leibniz, che anzi propone il linguaggio quale fondamento per una nuova scienza. Con essa si stipula la costruzione di un pensiero simbolico capace di essere espresso con calcoli logico-matematici: un concetto potrebbe venire rappresentato da un simbolo, sul quale si sarebbe poi lavorato con combinazioni simili a quelle algebriche in grado di condurre ad un esito di verità. Nel corso del ‘900 l’importanza della logica all’interno del discorso linguistico si trova anche in autori come Wittgenstein e Heidegger. Entrambi fanno coincidere l’essenza dell’umano con il linguaggio, di modo che esso venga visto non più come strumento ma condizione stessa dell’esperienza. Per Wittgenstein, per esempio, il linguaggio comprende in sé tutte le possibili forme d’espressione dell’umano, dalla pittura alla matematica. In tutti i vari autori si segnala infine l’importanza della parola, in grado di comprendere e ordinare il reale, seppure da diverse angolature. Baldassarre in questo contesto è la caricatura di una mente in grado di controllare e addirittura generare il reale stesso grazie al linguaggio.

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