Da “La Bella e la Bestia” a Cavalcanti: gli oggetti della vita quotidiana prendono vita.

Oggetti animati: abbiamo bisogno di vedere un’anima in tutto ciò che ci circonda. Forse per sentirci meno soli?

Dai culti primitivi ai cartoni, dalla letteratura per bambini alla poesia, la storia dell’Uomo si è arricchita di oggetti che prendono vita, parlano, si muovono perfino. Oggetti che hanno un’anima, spesso un comportamento correlato all’utilizzo che l’oggetto stesso è solito avere nella vita di ogni giorno. Oggi faremo un piccolo viaggio per scoprire qualche curiosa invenzione letteraria e non, in cui gli umani danno vita agli oggetti più comuni.

Un cartone famoso ci svela il meccanismo “dell’oggetto vivente”: La bella e la bestia.

Guardare cartoni e leggere romanzi i cui protagonisti sono degli oggetti animati ormai è assolutamente naturale. Ma ci siamo mai fermati ad indagare sull’origine di questa tendenza diffusa, cercando di scovare, magari, un motivo primordiale, un’origine più antica? Uno dei cartoni più famosi e più amati, i cui protagonisti sono oggetti viventi è “La bella e la bestia“. Ma questo cartone ha più che un cast di curiosi utensili da cucina e di arredamento che parlano e si muovono, questo film d’animazione nasconde in sé, tramite la metafora dell’umano trasfigurato in oggetto, un importante messaggio morale: la mancanza di amore per gli altri ed umiltà, può farci diventare freddi ed inanimati come degli oggetti. Ed è per la mancanza di umanità della Bestia, che la maledizione colpisce gli abitanti del Castello, trasformandoli in teiere, tazzine, armadi e soprammobili. Ma dietro l’aspetto moraleggiante del messaggio finale, v’è sicuramente la simpatia dell’immaginare un orologio ansioso di far tardi, una teiera che cresce le sue piccole tazzine nella credenza ed un armadio che sogna d’indossare begli abiti per una serata a teatro. Così, tra etica e fantasia, si realizza nella modernità il topos dell’oggetto animato. Ma esistono altri ambiti, diversi dall’animazione per bambini, che utilizzano questo topos?

Certamente. Esistono poesie, romanzi e persino culti religiosi. Vediamo di cosa si tratta.

Cavalcanti e le tristi penne isbigotite.

Noi siàn le triste penne isbigotite,
le cesoiuzze e ’l coltellin dolente,
ch’avemo scritte dolorosamente
quelle parole che vo’ avete udite.

Or vi diciàn perché noi siàn partite
e siàn venute a voi qui di presente:
la man che ci movea dice che sente
cose dubbiose nel core apparite;

le quali hanno distrutto sì costui
ed hannol posto sì presso a la morte,
ch’altro non n’è rimaso che sospiri.

Or vi preghiàn quanto possiàn più forte
Che non sdegn[i]ate di tenerci noi,
tanto ch’un poco di pietà vi miri.

In questo delicato e struggente sonetto di Guido Cavalcanti, coloro che prendono la parola sono proprio gli oggetti dello scrittoio: il coltellino, le cesoie, le penne. Il poeta è così dolente nello scrivere della fenomenologia dell’evento amoroso, che, con la tecnica poetica dello straniamento, devono addirittura prender parola gli oggetti che permettono all’artista di produrre la poesia. Questi piccoli strumenti diventano quasi amici del poeta, del quale sentono il grande dolore e per il quale pregano chiunque possa provare compassione per il poeta, d’avere pietà, perché il mancato raggiungimento della totale conoscenza dell’amore è una frustrazione troppo forte da sopportare. E così, il poeta passa il testimone ai suoi oggetti più cari, come se volesse sgravarsi il cuore di un tale peso.

L’Animismo ed il culto delle cose inanimate.

Non soltanto la poesia e la letteratura, ma anche il mondo del culto accoglie l’idea dell’oggetto che possiede un’anima o dell’oggetto che in qualche modo possa influenzare la nostra vita ed il nostro corpo. Questo non fa che dimostrare quanto intrinseca sia nell’uomo tale tendenza, da tempi ben più antichi della creazione dei cartoni animati. L’Animismo è un insieme di culti che assegnano ad oggetti inanimati e naturali non solo un’anima, ma anche una natura divina, sia benevola che diabolica. Questi culti sono stati studiati in ambito antropologico, etnologico e psicoanalitico. L’Animismo si collega al culto dei Totem e, tra le altre cose, alla divinazione, alla magia, all’astrologia, a tutta quella serie di pratiche che comprendono l’utilizzo di amuleti e talismani, di oggetti che, appunto, dovrebbero possedere dei poteri o una propria volontà. Da qui possiamo citare anche l’utilizzo dei cristalli, tutt’oggi molto diffuso; in quanto si crede che questi oggetti possano avere un’influenza positiva sul corpo, sulla mente e sull’anima umana.

Dare voce a degli oggetti inanimati è forse una risposta ad un bisogno psicologico nascosto?

Data la diffusa esistenza di questa tendenza, ovvero quella di assegnare agli oggetti un’anima, una volontà e dei poteri magici, non risulta affatto strano pensare che forse questa voglia di dare anima e voce a degli oggetti a noi familiari, possa provenire da un bisogno psicologicamente più profondo: quello di sentirsi compresi, in compagnia, quello di sentirsi meno soli. In fondo l’uomo si è spesso trovato a dover affrontare il dolore della solitudine. Sia quella fisica, di qualcuno che materialmente non possiede alcuna compagnia, sia quel tipo di solitudine di chi si trova in mezzo ad una folla e si sente, nonostante ciò, totalmente solo. Forse è proprio per questo che, con la meravigliosa forza della fantasia, gli artisti, i bambini, le persone comuni, si sono ritrovate a ripiegare sugli oggetti. Oggetti quotidiani, familiari, che ci ricordano una parte di noi o delle nostre passioni e per questo, spesso, diventano fedeli compagni; così come può essere una penna per uno scrittore, un telefono per un adolescente, un bisturi per un medico, un libro per un libraio.

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