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“In guerra per amore”: Pif ci racconta la collusione mafia-USA nell’Operazione Husky

Sbarco in Sicilia: vi siete mai chiesti cosa successe oltre alla liberazione dal fascismo? Ce lo spiega Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, nel suo penultimo film.

Era il 1943 quando arrivarono gli Alleati in Sicilia, liberando finalmente l’isola dalla dittatura e nello stesso tempo, rafforzando il potere dei boss mafiosi. Avveniva tutto alla luce del giorno, eppure sembrava tutto normale: Pif ci racconta la storia attraverso gli occhi di un giovane soldato innamorato, Arturo Giammaresi.

Lo sbarco in Sicilia, nome in codice “Operazione Husky”

Durante il corso della Seconda Guerra Mondiale, gli italiani erano rimasti in uno stato di totale disinformazione, poiché i canali di comunicazione del regime censuravano molti avvenimenti del tempo; finché, una notte, gli Alleati cominciarono a sganciare le bombe accompagnandole con volantini informativi. Era la prima forma di comunicazione fuori dal fascismo. Il mattino del giorno dopo il bombardamento, gli abitanti uscirono nelle strade e videro dei curiosi volantini, che contenevano affidabili informazioni militari, consigli su come uscire dalla guerra e frasi che mettevano in risalto come gli alleati non volessero combattere contro gli italiani, ma porre fine alla guerra. Quindi, una prima forma di comunicazione c’era stata, e tuttavia, non si può dire che la popolazione fosse preparata per lo sbarco in Sicilia. Correva il 9 luglio del 1943 quando le forze degli Alleati sbarcarono finalmente sull’isola, con lo scopo di aprire un fronte che desse sbocco sull’Europa Continentale, per poter mettere fine alla Seconda Guerra Mondiale. Così, veniva liberata una parte dell’Italia meridionale; tra festeggiamenti ed euforia però, covava un’altra minaccia che si stava insidiando sempre di più: la collusione tra boss mafiosi e Stati Uniti.

Il rapporto tra mafia e Alleati nella Storia e nel film di Pif

“La condotta degli Alleati prima e dopo l’occupazione costituì un fattore di primaria importanza per la ripresa dell’attività mafiosa nell’isola”, disse nel 1976 il Senatore Luigi Carraro, membro della Commissione Antimafia. D’altro canto, la collusione tra mafia e autorità statunitensi iniziò ancor prima dello sbarco in Sicilia, quando il maggiore Radcliffe Heffenden, addetto alla sicurezza portuale di New York, si mise in contatto con il gangster Lucky Luciano, allo scopo di poter tener sotto controllo il porto della città. Quest’ultimo era un importante centro di scambio di merci, in cui avvenivano anche sabotaggi da parte di spie tedesche e italiane: questa collaborazione consentì agli americani di smantellare la rete spionistica italiana del porto della Grande Mela. Al momento dello sbarco in Sicilia, Lucky Luciano segnalò agli statunitensi i boss residenti in Sicilia che avrebbero cooperato con loro.

Nel film “In guerra per amore” Pif racconta la storia di Arturo Giammaresi, un lavapiatti siciliano emigrato a New York, che vuole sposare la bella Flora: i due si amano e vorrebbero convolare a nozze, ma lei è promessa in sposa a un boss mafioso, e non c’è nulla che la coppia possa fare, a parte chiedere il permesso al padre, il quale però abita in uno sperduto paese siculo. Così Arturo si arruola nell’esercito americano per raggiungere l’isola e chiedere il permesso al padre della sua amata. Lì scoprirà che la sua terra è in pericolo, osservando una serie di avvenimenti che evidenziano come la mafia si stia via via rafforzando grazie allo sbarco degli Alleati. Ad esempio, al momento della liberazione dal carcere di alcuni soggetti pericolosissimi: è una scena di grande ironia, in cui un addetto alla prigione chiama i vari carcerati, elencandone i crimini deplorevoli e dichiarandoli liberi perché “antifascisti”. È evidente che non fu questo il motivo della loro liberazione: essi erano elementi chiave per facilitare la comunicazione mafia-Alleati nel corso della guerra.

Il rapporto Scotten: due possibilità per gli Stati Uniti di trattare con la mafia

Nel film, Arturo fa amicizia con il Tenente Catelli, americano di origine italiana, che si accorge di come il suo stesso esercito stia danneggiando la Sicilia. Egli è un personaggio ispirato a una figura realmente esistita: il Tenente Scotten, un giovane capitano che riferì in un rapporto ai piani alti la situazione sulla criminalità locale. Nel rapporto Scotten si evidenziano le implicazioni di un negoziato con le famiglie dei gangster, esprimendo due possibilità per gestire la situazione: la prima concerne la necessità di un’azione diretta, stringente e immediata per controllare la mafia; la seconda implica la tregua con i capi mafiosi, la quale significa consegnare la Sicilia a lungo tempo ai poteri criminali. Eppure, sembra che le autorità abbiano preferito la seconda opzione, perché mentre là fuori si festeggiava il ritorno alla democrazia, i boss mafiosi riprendevano silenziosamente il controllo dell’isola, consegnandola dal regime ai gangster della mafia siciliana.

 

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