Il linguaggio e la sinfonia

Il primo capitolo dell’opera del filosofo Paolo Virno, Quando il verbo si fa carne – Linguaggio e natura umana, viene chiamato Il parlante come artista esecutore prendendo spunto dall’analogia proposta dal semiologo e linguista Saussure nel suo Corso di linguistica generale:

La lingua può paragonarsi a una sinfonia la cui realtà è indipendente dal modo in cui la si esegue

Chiunque dia luogo ad un discorso ricalcherebbe, dunque, il peculiare modo di agire del pianista, del ballerino e dell’attore. Ma prima di radicalizzare un tale pensiero Virno decide di chiarire i fondamenti teorici di una premessa azzardata e originale al tempo stesso.

Che cosa contraddistingue lo sforzo di quanti si esibiscono su un palcoscenico? Due aspetti: si tratta, in primo luogo, di azioni prive di uno scopo estrinseco, esse non danno vita ad un prodotto durevole, avendo piuttosto per unico esito la loro esecuzione. La performance di una pianista o di un ballerino non costruisce nuovi oggetti, ma da vita ad un evento contingente ed irripetibile. In secondo luogo a chi suona o recita è indispensabile la presenza altrui: la performance esiste solo se vista o ascoltata.

Praxis e Poiesis

La prestazione dell’artista esecutore si inscrive con naturalezza nella costellazione concettuale del VI libro dell’Etica Nicomachea di Aristotele. È proprio qui infatti che il concetto di produzione (poiesis), guidata dalla tecnica, ha il suo scopo fuori di sé, giacché culmina nella creazione di un manufatto durevole. Specularmente l’azione artistica e politica (praxis) trova intrinsecamente il suo compimento, rassomigliando del tutto alla performance del musicista o del danzatore. Fu Hannah Arendt che, essendo stata profondamente aristotelica, sottolineò la profonda parentela tra prassi politica e artistica (nel momento in cui quest’ultima non produca un manufatto), dove per dimensione politica intendiamo tutta quella sfera delle relazioni pubbliche che espongono il soggetto al rischio e al contatto con gli altri.

Tornando all’analogia di Saussure, possiamo ora di conseguenza affermare che se la lingua è una sinfonia, il parlante condivide le prerogative dell’artista che esegue la sinfonia. Ogni enunciazione linguistica pertanto è una performance. Dopo questo corposo insieme di premesse Virno può allora affermare che il linguaggio non è produzione (poiesis), né cognizione (episteme), ma azione (praxis).

Le regole del linguaggio

La distinzione tra agire e produrre, che campeggia nel VI libro dell’Etica Nicomachea, è ripresa nella Grammatica filosofica di Wittgenstein. Il filosofo tedesco qui mostra lo scarto logico che separa le regole incorporate nella prassi linguistica dalle regole preposte alla fabbricazione di un manufatto. Le prime sono arbitrarie, mentre le altre no. A questo proposito appare illuminante questo estratto dalla Grammatica filosofica di Wittgenstein.

“Perché non chiamo arbitrarie le regole del cucinare, e perché sono tentato di chiamare arbitrarie le regole della grammatica? Perché penso che il concetto di cucinare sia definito dallo scopo del cucinare, mentre non penso che il concetto di linguaggio sia definito dallo scopo del linguaggio. Chi, cucinando, si conforma a regole diverse da quelle giuste, cucina male; e chi si conforma a regole grammaticali diverse da quelle solite, non per questo dice alcunché di falso, ma dice qualcos’altro.”

Il linguaggio non è definito da scopi occasionali, pertanto stipula da sé arbitrariamente i criteri a cui si attiene. Lo scopo della grammatica è il linguaggio, pertanto le sue regole allora potranno essere chiamate arbitrarie. Arbitrario in questo caso va inteso come naturale. Infatti se fosse un artefatto, cioè uno strumento, il linguaggio sarebbe sottoposto a regole invarianti, desunte dal modo migliore di metterlo a frutto. Ma il linguaggio è un’espressione nella natura umana, non è uno strumento prefabbricato di cui l’uomo si serve per comunicare. Il parlare è un’attività fine a sé stessa, il cui risultato combacia senza residui con l’esecuzione. L’arbitrarietà delle sue regole sarà pertanto naturale.

Parlare come agire

Vita e linguaggio sono accomunati dalla medesima indeterminatezza perché, privi come sono di qualsiasi scopo estrinseco, hanno entrambi regole arbitrarie. È proprio quell’indeterminatezza che dischiude lo spazio dell’azione (praxis), il cui oggetto consiste, come dice Aristotele nell’Etica Nicomachea, in ciò che può essere altrimenti da quello che è. Così come curiamo il nostro parlare affinché sia piacevole e comprensibile, così ogni attività senza opera non prescinde dal virtuosismo del linguaggio: un ballerino deve curare la sua performance esecutiva tanto quanto un attore di teatro, un politico o un atleta.

 

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