Tra scienza e letteratura

Letteratura e scienza vengono spesso concepite come due antitetiche branche del sapere. Non sono rare, tuttavia, opere esemplificative dello stretto legame che congiunge le due discipline e che le contraddistingue come mezzi indispensabili all’uomo per indagare la realtà nella sua natura più intima. Era il 1884, in Inghilterra, quando Edwin Abbott, teologo e pedagogo britannico, pubblicava un romanzo rivoluzionario: Flatlandia. L’opera narra di un mondo bidimensionale i cui abitanti sono figure geometriche e luminose che si muovono su un piano senza sollevarsi né abbassarsi. Immaginate che all’improvviso le figure di “Composizione VIII” di Kandinsky prendano vita e inizino a muoversi su un supporto infinito.

Vasilij Kandinskij, Composizione VIII (Wikipedia)

Ebbene, l’universo descritto dal protagonista del romanzo, un quadrato, è molto simile. L’organizzazione sociale di Flatlandia è rigidamente gerarchica. Il numero dei lati di ogni figura, infatti, è proporzionale alla sua intelligenza e la possibilità di un’ascesa sociale è remota. In Flatlandia tutti, incluso il quadrato, sono fermamente convinti che due sia il numero massimo di dimensioni esistenti. Nella seconda parte del romanzo, però, il protagonista conosce una sfera. Iniziato così alla terza dimensione, tale poligono si spinge presto, negando l’ordine precostituito, verso la teorizzazione dell’esistenza di altre dimensioni ricercabili solo attraverso gli occhi della mente. Forti dell’ancora attuale certezza che tutto sia esattamente come appare, anche in piena età vittoriana (periodo della pubblicazione dell’opera) gli uomini affermavano l’esistenza di sole tre dimensioni: lunghezza, altezza e profondità. Era quello, però, il periodo della diffusione della geometria ellittica di Bernhard Riemann, frutto di genio e fervente immaginazione, alternativa alla geometria euclidea. Inoltre, solo ventun anni più tardi Albert Einstein pubblicò la sua teoria della relatività ristretta introducendo la quarta dimensione, quella temporale. La visione relativistica assimila la dimensione temporale alle tre dimensioni spaziali legandole indissolubilmente allo spostamento relativo dell’osservatore. Tale visione risulta difficile da concepire, almeno per i non adetti ai lavori, in quanto lontana dalla nostra diretta esperienza quotidiana.

Astrarre per comprendere

Einstein rappresenta il primo vero esempio di uomo che ha operato un processo sostanziale di astrazione per comprendere e spiegare ciò che astratto non è. Una ricerca di questo tipo emerge anche nel nostro secolo attraverso le ricerche di una teoria del tutto, cioé in grado di descrivere la totalità dei fenomeni, che hanno portato ad ipotizzare l’esistenza di dieci o ventisei dimensioni. Si potrebbe dunque pensare che il naturale anelito dell’uomo verso la comprensione dell’universo in cui vive richieda uno sforzo di astrazione non indifferente, quasi illogico. Chi infatti riuscirebbe ad immaginare un universo in ventisei dimensioni? Così Il quadrato di Abbott incarna lo spirito di chi riconosce la finitezza dell’essere umano e l’infinità delle modalità di manifestazione del reale. E’ l’immaginazione intrepida che fugge oltre ciò che appare alla ricerca della vera natura del nostro universo che, descritta da regole precise, prescinde dalla fisicità dell’uomo.

Antonio Francesco Mello

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