il libro della giungla e l’identità di Mowgli tra legge della giungla e legge degli uomini

Dopo il successo strepitoso di Alice in Wonderland, Maleficent, la Bella e la Bestia e Cenerentola, non poteva mancare nelle sale cinematografiche l’ennesimo live action, basato sui classici Disney: il Libro della Giungla. L’opera nasce dalla fantasia di Joseph Rudyard Kiplingnel nel lontano 1894, con cui lo scrittore celebra la sua amata terra natale, l’India, attraverso gli occhi del giovane Mowgli.

(Baghera e Mowgli, www.virtuscinema.it)

Vagando per la foresta, Bagheera scorge in un canestro dondolante sull’acqua di un laghetto un cucciolo d’uomo abbandonato a se stesso. Intenerito, la pantera decide di affidarlo alle cure di una famiglia di lupi, con i quali Mowgli cresce fino a diventare uno sveglio ragazzino, amico di tutti gli animali. Un giorno, sparsasi nella foresta la voce che Shere-Khan, la tigre, è tornata per ucciderlo, i lupi affidano Mowgli a Bagheera perché lo conduca al villaggio degli uomini. Durante il viaggio, che affronta malvolentieri, Mowgli, sfuggito alle spire di Kaa, il serpente, stringe amicizia con Baloo, un orso mattacchione con il quale vaga per la foresta.

(Netflix film Mowgli, www.rollingstone.it)

Animali come maestri di vita: Il percorso della trama si snoda tra momenti di cesura, di passaggio da una fase della vita ad un’altra. I personaggi sono tutti legati alla crescita del bambino. Raksha (Mamma lupa) e Papà lupo sono i genitori putativi di Mowgli, che difendono il bambino dalla temuta tigre Shere-Khan e il suo lacchè, lo sciacallo Tabaqui.
Cosa assai curiosa, nel processo di formazione di Mowgli tanto la madre che il padre svolgono il ruolo di difensori della prole, ma non di insegnanti, ovvero non sono le figure destinate al passaggio del giovane uomo nella più ampia società. Questo compito spetta invece all’orso Baloo (la cui resa cinematografica nella Disney è assai fuori luogo), che non risparmia né tempo né punizioni corporali (tanto da riempire Mowgli di lividi). Mentre il lato materno dell’insegnamento delle leggi della giungla spetta a Bagheera, la pantera. Le leggi della giungla nascono dalla necessità prioritaria di vivere e far vivere. Infatti, esse non insegnano solamente a sopravvivere in un ambiente altamente ostile, ma anche a far vivere gli altri, a patto che rispettino anch’essi le leggi della giungla. Infatti, gli animali accettano di venire cacciati “ma non per divertimento”. In altre parole, la lotta per la vita richiede una permanente condizione di attrito che è legittima sin tanto che non diventa fine a se stessa. Questo principio di equilibrio viene rispettato da tutta “la civiltà della giungla”, rappresentata dai lupi, da Bagheera, da Baloo e da Kaa, il pitone. Mentre esso viene sovvertito da tre lati: Shere-Khan, le scimmie e gli uomini. La tigre, infatti, vuole uccidere per vendetta o per il gusto stesso di farlo. Le Bandar-log invece sono la “massa”, gli esseri amorfi incapaci di una vita costruttiva, vinti dalla dimensione della “strada”, ovvero una sorta di anarchia dovuta non alla scelta ma alla resa nei confronti del caos. Infine, gli uomini sono dominati dalle superstizioni e, per quanto dotati di una tecnologia superiore (il fuoco) e dalla capacità di annichilire gli animali con lo sguardo, non sono capaci di riconoscere “l’equità” delle leggi della giungla.

(Baloo e Mowgli,www.gogomagazine.it)

I valori: L’universo di Kipling, dunque, non disgiunge gli uomini dalla “giungla” perché, in realtà, Kipling semplicemente antropomorfizza tutto. Non esiste certamente la sua giungla ed è questo il suo scopo. La “legge della giungla” diventa la “legge universale dell’uomo”, ovvero il riconoscimento della legittimità della lotta per l’esistenza. Non è affatto un caso che la legge per comunicare tra specie diverse sia “siamo di uno stesso sangue, tu ed io” non intendendo certo “siamo della stessa razza, tu ed io” ma “apparteniamo alla stessa giungla, tu ed io”. D’altra parte il messaggio che la Disney vuole lasciare è quasi sempre lo stesso; è raccontato di volta in volta in maniera differente, contestualizzato a seconda dell’argomento narrato, ma è evidente che la Disney affronti sempre il tema della diversità e del disagio sociale. Essa cerca di parlare ai giovani per far comprendere loro come uno specifico problema discriminatorio sia irrilevante, perché l’importante è essere quel che siamo a prescindere da ciò che ci circonda.

(crescita di Mowgli, www.rollingstone.it)

Mowgli e la giungla: La storia della Giungla presenta davanti agli occhi del bambino animali che pensano, agiscono, parlano come gli uomini. Non sono animali complicati, hanno semplicemente caratteri umani, ricordano persone e tipi con i quali Mowgli ha già avuto contatto nella vita e che senza difficoltà riconoscerà. Sotto l’aspetto psicologico i personaggi dei racconti di Kipling solo di raro mostrano sentimenti o personalità complesse: sono piuttosto incarnazioni di vizi o di virtù… Praticamente nella Storia della Giungla c’è solo Mowgli come personaggio dinamico, come tipo in evoluzione. E così si ritrova a vivere le sue prime esperienze, le sue prime conquiste ed è evidente l’affinarsi del suo carattere finché, un po’ alla volta, diventa praticamente il padrone della giungla. Percepiamo l’animo tormentato di Mowgli, un personaggio senza identità, in perenne lotta tra la sua natura di uomo e il desiderio d’essere un lupo. Spesso scacciato dal branco ha nella bontà di Bagheera e nei ferrei insegnamenti di Baloo l’unica distrazione da un’esistenza di lotta e sopravvivenza. Bagheera viene qui rappresentato come un fratello maggiore, Baloo, invece, come un orso severo, anziano e ferito.
Se Mowgli è tacciato di “diversità” poiché figlio illegittimo di due mondi, il lupetto Bhoot, al contrario, viene disprezzato per il bianco del proprio manto e tratteggiato come un personaggio fortemente positivo, buono, generoso, allegro e speranzoso, morirà solo, cacciato da un bracconiere che bramava il suo “candido pellame”. Se per gli animali, Bhoot era inaccettabile, “sbagliato”, per gli uomini era tanto bello da meritare la morte. L’aspetto viene trattato da Serkis come se fosse una dannazione, una patina esteriore che attira a sé odio e crudeltà. La morte, scioccante, del piccolo lupacchiotto, offeso in un raptus di rabbia dallo stesso Mowgli, invoglia il protagonista a riprendere il suo ruolo di padrone della giungla. La crescita in Mowgli è repentina e interiore sebbene, al di fuori, egli appaia pur sempre come un ragazzino. È solo mettendo in discussione la fissità della sua identità che il ragazzo scopre di non essere lupo ma neanche uomo, sconfigge Shere-Kahn e impara a farsi anomalia capace, nella sua ibridazione, di arricchire la specie e di salvare la giungla dalla sua dissoluzione.

(la corsa con i lupi, www.gogomagazine.it)                                                                                                                                                                                Elvisa pinto

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