Il lavoro che ci segue anche in bagno: cos’è il workaholism?

Il lavoro che ci segue anche in bagno: cos’è il workaholism?

14 Marzo 2019 0 Di Francesco Rossi

Pensate all’ultima settimana prima di una presentazione di un progetto o di un esame, quando controllate che ogni cosa sia a posto o ripetete ad ogni ora del giorno, anche mentre siete al bagno. Questa è la condizione permanente di un workaholic, un malato di lavoro.

Il termine nasce nel 1971, da un libro di Wayne Edward Oates, dopo aver studiato un fenomeno che da alcuni anni si diffondeva nel mondo capitalista: l’ossessione per il lavoro. Nel 1969 il primo caso di morte per stress da eccessivo lavoro. Un uomo, in Giappone, muore in seguito alle eccessive ore di straordinari, da qui nasce il termine Karoshi ovvero, in giapponese, morte per troppo lavoro.

Il successo lavorativo (o nel campo di studi) è uno dei normali scopi della vita, ma soggetti affetti dalla sindrome dell’ubriacatura da lavoro (traducendo letteralmente dall’inglese) vanno oltre: la distinzione tra sfera lavorativa e la sfera personale svanisce. Il lavoro divine il mondo privato, non ci sono più hobbies, interessi, attività oltre al lavoro.

Molto spesso il workaholic rientra nella patologia del disturbo ossessivo compulsivo. Il lavoro diviene un anestetizzante per il soggetto, che non riesce a pensare a null’altro e quindi non può soffrire per nient’altro. É un modo di controllare il mondo esterno, racchiudendosi in una gabbia fatta da scadenze, competizione, pratiche da sbrigare (o nel caso di studenti, di libri da studiare).

Dall’ossessione per il proprio lavoro deriva una grande produttività, ma il prezzo è alto: soprattutto in società molto competitive sul piano lavorativo, il numero di soggetti affetti da questa patologia è in crescita. I danni alla salute sono molti, sia fisici, a causa dell’assenza di attività fisica, sia mentali, come depressione, ansia, insonnia.

In alcuni casi recenti si arriva al decesso, come il famoso caso della giornalista giapponese di 31 anni, Miwa Sado, reporter della televisione pubblica NHK, morta nel 2013 dopo aver svolto 159 ore di straordinari in un mese.

Umberto Galimberti sull’eccesso di lavoro tra i millenials:

Il filosofo spiega, nel libro “La parola ai giovani“, quale ruolo assume nell’epoca contemporanea il lavoro. Non solo come fonte di sostentamento, ma un vero e proprio specchio di noi stessi. La nostra identità coincide con il lavoro che svolgiamo.
Internet ha cambiato il nostro modo di percepire il lavoro, tenendoci sempre collegati all’ufficio. Controllare le email mentre ci si lava i denti, organizzare un progetto mentre si fa colazione, rivedere dei dati mentre si aspetta nel traffico.

La generazione dei senza (senza casa, famiglia, lavoro, politica), come viene definita da Galimberti è più produttiva, ma senza identità.
L’attività lavorativa o il campo di studi sono l’unico indicatore della riconoscibilità sociale.
Ciò accade per eccessiva competizione del mondo del lavoro: bisogna essere sempre meglio, sempre più preparati, sempre più produttivi, sempre più dedicati.
E quando nella competizione entrano anche le macchine, non c’è più spazio per l’umanità. L’uomo diviene sempre più simile ad un robot:
non può innamorarsi, non può ammalarsi, non può avere figli.
Queste cose diventerebbero un ostacolo per la carriera, per l’efficienza, per le scelte da compiere.
É la paura di non riuscire ad avere un buon posto e di non avere successo ad imporre ai giovani di lavorare più di quanto richiesto, anche oltre le responsabilità aspettate, per emergere dalla massa.

Senza famiglia, senza affetti o passioni, cosa rimane della vita umana? Quando perdiamo la nostra identità, in nome di cosa lo facciamo? Non sarebbe invece meglio prendere una pausa e ritrovare noi stessi, capire i nostri veri desideri?