Il lato oscuro di Picasso: quello che la storia dell’arte non insegna

Il lato oscuro di Picasso: quello che la storia dell’arte non insegna

6 Marzo 2019 0 Di Francesco Rossi

Il cielo della Parigi del ventesimo secolo, aprì un panorama culturale rivoluzionario, le cui ripercussioni sono oggi salde fondamenta della nostra storia, quando, da tutto il mondo, artisti, letterati e filosofi si riunirono attorno ad un unico fuoco, alla scoperta delle nuove avanguardie ed alla ricerca della fortuna.

Pablo Picasso, Autoritratto a 19 anni (1889-1900)

Il giovane Pablo aveva appena diciannove anni quando nel 1900 si recò per la prima volta in quella che all’epoca veniva definita “la capitale delle arti”, contagiato dal mito della bellezza della città delle luci e dalla piena sicurezza nelle sue capacità, sicuro di poter conquistare il mondo, iniziarono così i suoi pellegrinaggi, fra la Spagna e la Francia, finché, nel 1904, non vi si trasferì definitivamente, ponendo le sue radici al civico numero 13 di rue Ravignan.

La vecchia fabbrica, riconvertita in atelier, divenne presto un porto di mare, frequentata da artisti, amici e, soprattutto, donne, la cui compagnia non era affatto disdegnata da Picasso, ma, quando la nuova fiamma parigina, Fernande, si trasferì da lui, la gelosia di entrambi innalzò delle barriere verso gli estranei.

Dei due, il più geloso era lui, arrivò a chiuderla in casa quando doveva uscire per sbrigare i propri affari e nascondendole le scarpe per paura che lei potesse allontanarsi senza il suo consenso.
Vittima di un amore malato “la bella Fernande”, come l’aveva soprannominata lui, fu raffigurata in più di sessanta opere, compagna della povertà di Pablo, passò con lui gli otto anni di miserie, prima che il pittore fosse scoperto ed idolatrato dai galleristi.
Più volte lui le chiese di sposarlo, ma, la musa che aveva trascinato l’arte di Pablo dal buio periodo blu, alla vivacità del fiorente rosa, celava un segreto che non ebbe mai il cuore di rivelargli.
Giovane diciassettenne si era già unita in matrimonio con un vecchio scultore, per sfuggire alle grinfie di un’odiosa matrigna, ma la sua favola da Cenerella ebbe però vita breve: il neo marito si ammalò da un giorno all’altro ed, infermo di mente, smise di riconoscerla, portando la donna a fuggire.

Neppure Picasso fu l’incarnazione del principe azzurro e, nel 1912, con l’inizio della fama, tramontò la prima importantissima storia d’amore dell’artista, da lì, si aprì una un circolo vizioso di distruzione.
Ripercorrendo le molteplici relazioni di Picasso, verrebbe quasi da pensare che su di lui abbia aleggiato una terribile maledizione che portò nell’oblio e alla pazzia tutte le donne che, malauguratamente finirono nel suo letto.
Convivere con un uomo del suo calibro era sicuramente un’impresa ardua, se non impossibile.
Impertinente, possessivo, inappagabile, possedeva una forza ed un carisma capace di piegare qualsiasi anima al suo cospetto.
Sarebbe semplice prendere in esempio la storia della prima moglie Olga Chochlova, donna dalla personalità poco affermata, facile da plasmare, ballerina portentosa che lasciò tutto per sposare un Picasso a stento conosciuto, o un’appena diciassettenne Marie Therese, convinta di aver trovato in lui l’uomo della sua vita.

Meno scontato fu il caso di Dora Maar.
Dora fu riconosciuta a suo tempo come una donna ribelle, con una spiccata intelligenza e curiosità verso l’arte ed il mondo, apprezzatissima fotografa, fu la sua forza ad attrarre Picasso, che ignorò le continue richieste della gelosa Marie Therese di tagliarla fuori dalla sua vita.
La presenza della Maar nella vita dell’artista fu indubbiamente altamente stimolante per la sua produzione artistica, fu lei a fare molta pressione perché Picasso esprimesse la sua posizione dopo i bombardamenti a Guernica, ispirandogli quello che resta tutt’ora un manifesto storico, entrambe riuscirono ad avere un posto in un dipinto. Il profilo greco di Marie Therese è immediatamente riconoscibile nella donna con la lampada, Dora però aveva di fatto partecipato concretamente alla creazione del quadro. Nelle ultime fasi del lavoro aveva aiutato Picasso dipingendo il tratteggio incrociato sul fianco del cavallo. Era lei la donna che piange: orgogliosa, sensuale, intelligente, bella, ma essenzialmente destinata a un’esistenza infelice.

Pablo Picasso, Guernica, (1937)

Picasso la obbligò infatti ad abbandonare la fotografia per dedicarsi alla pittura, ma lui continuò ad umiliarla, considerandola incapace a livello artistico e, dopo nove anni, fu anche lei gettata nel dimenticatoio quando incontrò una giovane e bellissima Françoise Gilot, l’unica delle sue donne che riuscì ad abbandonarlo, salvandosi dalla spirale di perdizione a cui tutte le altre furono destinate.
Dopo di lei ne arrivarono molte e molte ancora, tutte legate da un terribile e triste destino.
La bella Fernande morì nella povertà e nella solitudine dopo anni di depressione dopo l’essere stata pubblicamente attaccata dall’uomo che aveva tanto amato quando pubblicò il suo libro “Picasso e i suoi amici”.
Olga impazzì e morì di cancro nel 1955.
Marie Therese, perennemente innamorata di Picasso, dopo l’essere stata abbandonata da anni, cadde in depressione con la morte di lui, suicidandosi quattro anni dopo.
Dora finì i suoi giorni  in una clinica psichiatrica, dopo essere stata sottoposta a numerosi elettroshock.
Jacqueline Roque, giovanissima nuova moglie (incontrò Picasso quando aveva 26 anni, contro i 70 di lui), non accettò mai i figli del pittore, proibendogli di presenziare ai suoi funerali, si suicidò anche lei, dodici anni dopo la morte del marito, dopo una lunga depressione.

David Douglas Duncan, Pablo Picasso e Jaqueline Roque (1916)

Se da un lato è quasi prevedibile il crollo di una personalità debole davanti alle tendenze sottomissive di Picasso, il “caso Dora” rimase un mistero per gli stessi contemporanei ed amici della coppia che non riuscirono mai a capire come quella donna che fu tanto elogiata per la sua forza e la sua intraprendenza, rendendo spontaneo il chiedersi come sia possibile riuscire a snaturare radicalmente la natura di una persona e di come, allo stesso modo, qualcuno possa cedere in questo modo, facendosi contagiare da chi gli sta accanto.

Verrebbe da pensare che Picasso riuscisse ad emanare in qualche modo degli impulsi metafisici in grado di trasformare tutte le sue amanti in casi clinici, terribilmente affette da una sindrome di Stoccolma, ovvero un attaccamento affettivo che si sviluppa in maniera inconscia fra ostaggio e sequestratore, in realtà il fenomeno fu, molto probabilmente più semplice, emotivo e non particolarmente diverso dal “metodo Picasso”.
Se Pablo tentava infatti di soggiogare le sue vittime, allo stesso modo, si potrebbe ritenere che queste si sentissero particolarmente attratte dall’uomo dannato, incapace di creare rapporti duraturi, invaghite, come soltanto una crocerossina può fare, delle iniziali amorevoli attenzioni ricevute e del futile momento sul piedistallo su cui erano state poste.
Le donne di Picasso furono sì infatti estremamente differenti fra di loro, per carattere, per origini, per percorso amoroso accanto all’uomo, ma tutte accomunate dalla speranza di riuscire a cambiarlo, ad essere le uniche, protagoniste di una storia scritta solo per loro due, ritrovandosi invece prigioniere, e non solo metaforicamente, follemente innamorate del loro carceriere.

Alice D’Amico