Il Superuovo

Il dolore è componente ineliminabile della natura umana: lo insegnano Montale e Martina Attili

Il dolore è componente ineliminabile della natura umana: lo insegnano Montale e Martina Attili

Cosa condividono Eugenio Montale e Martina Attili? Senz’altro il male di vivere o, per dirla con le parole della Attili, la Cherofobia. 

A due quartine di endecasillabi composte con ogni probabilità nel 1924 e confluite nella sua prima raccolta poetica intitolata Ossi di seppia, Eugenio Montale affida il proprio messaggio di disagio esistenziale, avvertito come ineliminabile sin dalla prima giovinezza.

 

Spesso il male di vivere ho incontrato

Di quale componimento in particolare stiamo parlando? Di uno dei più celebri senz’altro, ossia Spesso il male di vivere ho incontrato.
In questi versi infatti, precisamente e più che altrove, l’autore registra la presenza del disagio esistenziale, celato nei più comuni fenomeni della natura.
La vita appare al poeta solo come dolore e tormento, con esplicita ripresa della matrice leopardiana, mentre l’unico bene o rimedio consiste, secondo lui, nell’indifferenza, ovvero nella capacità di isolarsi e staccarsi dai problemi e dalle passioni del mondo, rinunciando a ogni speranza o a ogni desiderio, da qui l’immagine di un arido e allucinato meriggio, inerte e sonnolento.
La poesia sviscera questi concetti nelle due parti in cui, specularmente, appare divisa e che presentano, rispettivamente, tre immagini del male di vivere e tre di bene (o, se non altro, assenza di male).
Montale, nel dettaglio, apre la lirica denunciando il suo frequente incontro, tangibile e concreto, con il male di vivere, dolore implicito nella vita eppure fattivo e di qui le immagini di cui l’autore si avvale:
Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.
Il male di vivere, dunque, è il ruscello ingorgato che non scorre, è la foglia accartocciata e secca, è il cavallo morto: immagini concrete quelle che Eugenio Montale impiega per palesare un concetto astratto che però, grazie a questo espediente, pare quasi di riuscire a percepire fra le dita, a maggior ragione se si nota la disposizione secondo una climax ascendente di questi elementi e che accompagna noi lettori dall’impedimento, al dolore, alla morte violenta.

Bene non seppi, fuor del prodigio che schiude la divina Indifferenza

Simmetricamente, Montale presenta nella seconda strofa altre tre immagini, stavolta riferite al bene o, come già anticipato, all’assenza di male.
Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.
Il bene conosciuto da Montale é soltanto la divina Indifferenza (v.6) che non significa però stolido egoismo o superiorità, ma distacco dalle cose e come comunica tutto questo? Di quale linguaggio si avvale?
Beh, in maniera sapiente e accorta, l’autore genovese impreziosisce il tuo testo con immagini di impassibilità e lontananza, in contrasto con le immagini di straziata fisicità della prima strofe ed ecco di qui la statua colta nella sua sonnolenza pomeridiana, la nube o il falco.

 

L’indifferenza più totale verso il male è la soluzione anche di Martina Attili

L’Indifferenza non è la soluzione proposta dal solo Montale però.
Anche la giovanissima Martina Attili difatti, star di X Factor 2018, ha proposto questo atteggiamento come possibile soluzione al malessere esistenziale. E dove ce lo dice?
In realtà, non solo ce lo dice, ma ce lo canta proprio in Cherofobia, brano scritto dalla Attili a soli sedici anni e presentato alle audizioni (e…che le è valso l’ammissione al talent!).
Che cos’é la cherofobia? Per comprendere il significato del termine, bisogna attingere al greco ed esaminarne l’etimologia: troviamo infatti un riferimento a chairo, ovvero “rallegrarsi”, ephobia,  “paura”. Ecco, dunque, la risposta: cherofobia è la paura di essere felici.
Cherofobia è, in altri termini, il male di vivere montaliano, solo… reinterpretato in chiave moderna e cantato su note di pianoforte.
Questa è la mia cherofobia,
no, non è negatività.
Questa è la mia cherofobia,
fa paura la felicità.
(…)
Come lo spiego quando nessuno ti capisce, 
quando niente ti ferisce,
l’indifferenza più totale verso la forma astrale del male:
abbiamo stretto un rapporto speciale. 
Identica la definizione, identica la soluzione adottata dal poeta novecentesco e dalla ragazza occhi cielo nata nel 2001 per contrastare l’angoscia e la totale disarmonia con la realtà, ma…siamo davvero certi che l’apatia protettiva sia sufficiente?

 

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