Il Superuovo

Il “Decameron” e “I Promessi Sposi” dimostrano che non siamo cambiati di fronte alla pandemia

Il “Decameron” e “I Promessi Sposi” dimostrano che non siamo cambiati di fronte alla pandemia

L’orrido cominciamento del Decameron di Boccaccio e i capitoli XXXI e XXXII de I Promessi Sposi racchiudono curiose analogie con l’attuale emergenza sanitaria.

La cornice dell’opera di Boccaccio descrive la mortifera pestilenza che ha colpito la città di Firenze nell’anno 1348, provocando ingenti danni umani, sociali ed economici alla (presunta) patria dello scrittore. Sulla stessa linea, Alessandro Manzoni ambienta la sua vicenda nella ugualmente critica circostanza della peste bubbonica del 1629, in una Milano gravemente provata dall’epidemia.
Risulta interessante analizzare le due testimonianze letterarie e scovarne le analogie con la situazione attuale. La pandemia di Coronavirus che ha investito (e continua a farlo) le nostre vite, sovvertendo le nostre abitudini e avviando una profonda modifica di tutti gli strati della società in cui viviamo, possiede delle indubbie affinità con i precedenti storici descritti da Boccaccio e Manzoni, sia nella somigliante descrizione della malattia (con il dovuto ridimensionamento), sia in ambito più strettamente legato ai comportamenti e alle reazioni umane di fronte all’emergenza.

L’uomo odierno è ancora l’uomo dei secoli XIV e XVII

Ma Boccaccio e Manzoni non hanno assolutamente previsto i comportamenti, i pensieri e gli atteggiamenti che gli uomini avrebbero assunto con l’affacciarsi della pandemia che ha caratterizzato il 2020, nessuno dei due si è vestito dei panni del veggente o del profeta e non è poi sorprendente la quantità di corrispondenze tra quanto riportato dagli scrittori (che si limitavano a descrivere la realtà) e quanto da noi vissuto. Sono gli uomini stessi ad aver profetizzato la loro risposta a qualcosa di più grande di loro, è il loro disequilibrio, la loro irrazionalità ad aver pronosticato le stesse problematiche attitudini assunte confrontandosi con l’anomala crisi sanitaria. Tutte le azioni compiute come reazione alla pandemia erano, e sono, prevedibili in toto, e non desta stupore che a una lettura attraverso la lente delle vittime, a una lettura attenta del Decameron e de I Promessi Sposi ritroveremmo esattamente tutte le cause e tutte le reazioni a questo sconvolgimento che sa di novità ma è già tutto scritto, è già tutto avvenuto: dai numeri dei contagi che si disparano, al distanziamento sociale, dalla quarantena all’allarmismo, passando per il negazionismo e per le immancabili e assurde teorie complottiste. L’impressione è che si faccia riferimento ad una novità assoluta perché attuale e insolita, ma tutto si è già verificato in epoche precedenti, anche nel 1348 a Firenze e nel 1629 a Milano, anni in cui in tutta Italia l’epidemia lasciò un segno indelebile. Ma esserne a conoscenza non ha determinato un’effettiva azione preventiva o quanto meno arginante ed efficace, sia perché l’uomo ha un’inconcepibile memoria corta, sia perché cadere reiteratamente negli stessi errori sembra essere sua particolarità. In fondo si sa: errare è umano, perseverare…pure.

La cornice del Decameron e il Coronavirus

Boccaccio, nell’Introduzione alla I Giornata, dedicata alla definizione della cornice narrativa entro la quale agisce la brigata di sette giovani donne e 3 giovani uomini, ritrae una Firenze il cui tessuto sociale, economico e persino culturale e religioso è messo a dura prova dalla infermità dilagante. L’autore del Decameron denuncia la dissoluzione di ogni forma di società o di rapporto civile, con tutti i principi d’affetto o di sangue che vengono meno, malati abbandonati a se stessi, sepolture in fosse comuni e una infermità incurabile (né consiglio di medico né virtù di medicina pareva che valesse). Per quanto la ricostruzione boccaccesca risulti evidentemente catastrofica ai nostri occhi (seppur questi provati da qualcosa di terribilmente simile), il che appare normale se si considerano i fattori discriminanti le due epoche, con le limitate possibilità in ambito medico e la maggiore inciviltà (o barbarità) del popolo, non è poi lontana dall’attualità, tra un distanziamento sociale forse un po’ estremo (niuna altra medicina migliore come il fuggir loro davanti), idee e teorie inventate (nacquero diverse paure e immaginazioni, in quegli che rimanevano vivi), e la decisamente più triste condizione delle vittime del Covid-19 (assai n’erano di quelli che di questa vita senza testimonio trapassavano) e del numero dei contagi giornalieri (a migliaia per giorno infermavano).

Il negazionismo ai tempi della peste bubbonica

Ma è Manzoni a produrre un resoconto ancor più dettagliato che sembra proprio ripercorrere gli eventi salienti del nostro 2020. Nel romanzo manzoniano, lo scrittore si propone di ricostruire le ragioni e le conseguenze dell’epidemia nel Milanese, e denunciando gli errori compiuti dalle autorità e dalla popolazione negli anni della peste bubbonica sembra (con nostro rammarico) riferirsi agli errori e alle sviste della società dell’avanzatissimo ventunesimo secolo. La generale incuria di chi responsabile, con provvedimenti tutt’altro che tempestivi e un Tribunale mai capace di fronteggiare la situazione, tra ritardi per l’applicazione del cordone sanitario e Governatori indolenti non ci ricordano forse qualcosa? Per rinfrescarci la memoria basta avanzare tra pubblici festeggiamenti e fatali processioni (dei veri e propri mega-assembramenti), una popolazione scettica in un primo momento e polarizzata tra allarmismo e negazione in un secondo (per alcuni la peste non esisteva), tra false credenze ed assurde convinzioni (gli untori come il 5G e la guerra biologica, i medici additati dalla folla come i sanitari-attori) che finiscono perfino per diventare allucinazione di massa, delirio collettivo (ci si augura di distinguerci, ma non stupirebbe il contrario). Sì, ci ricorda qualcosa. Eppure la società descritto da Manzoni crede ancora nelle streghe, manda al rogo innocenti con presunti poteri oscuri, ed è simile alla nostra. Eppure quella società arretrata lincia i medici e crede in individui diabolici, untori portatori della peste, ed è simile alla nostra. Eppure quella è una società barbarica ed ignorante, ma è simile alla nostra. E per la nostra, allora, valgono ancora le parole di monito (o forse consiglio rassegnato) di Alessandro Manzoni: si potrebbe però, tanto nelle cose piccole, come nelle cose grandi, evitare in gran parte, quel corso così lungo e così storto, prendendo il metodo proposto da tanto tempo, d’osservare, ascoltare, paragonare, pensare, prima di parlare. Ma parlare, questa cosa così sola, è talmente più facile di tutte quell’altre insieme, che anche noi, dico noi uomini in generale, siamo un po’ da compatire.

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