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Sveliamo le influenze letterarie dietro “Blood on the tracks” di Bob Dylan

Sveliamo le influenze letterarie dietro “Blood on the tracks” di Bob Dylan

Musica e letteratura sono la risposta naturale al più primordiale istinto dell’uomo: quello di potersi esprimere. Se c’è però un cantautore che può essere preso ad esempio come connubio perfetto tra letteratura e musica, quello è Bob Dylan, con il suo album Blood on the tracks.  

45 anni di “Blood on the tracks”, l’album che ha consacrato Dylan alla scena musicale anni ’70 e che lo ha reso il menestrello del rock. Ma quali sono le influenze letterarie che hanno portato alla sua composizione?

Blood on the tracks

Pubblicato il 20 gennaio 1975, Blood on the Tracks è il capolavoro anni ’70 di Bob Dylan, fortemente influenzato dalla letteratura e dall’arte. Infatti, Dylan s’era avvicinato a Raeben, figlio dello scrittore yiddish Sholem Aleichem. Grazie a Raeben, Dylan si è reinventato come artista consapevole, spiegando più volte che:

Non ti insegnava a dipingere, ma ad allineare testa, mente e occhio. Ti scrutava e ti diceva chi eri.

In quel periodo Dylan stava affrontando i primi tumulti con Sara Lownds, la sua prima moglie, la sua sad eyed lady of the lowlands. Appuntava tutto in un quaderno rosso, da testi a note sporadiche, da racconti letti a quadri osservati. Ed è proprio dai quadri del cubismo e dal concetto di prospettiva che nasce una delle tracce più importanti del suo album, tangled up in blue, della quale Dylan dice che è una storia in cui ieri, oggi e domani convivono nella stessa stanza.

Arrivando a 17 canzoni appuntate sul quaderno rosso, inizia poi il processo che porterà alla scelta di 10 pezzi, 5 per il lato A e 5 per il lato B del disco, che sarà uno dei maggiori successi di Dylan. È infatti proprio Blood on the Tracks è uno degli album dell’artista ad avere realizzato le maggiori vendite, guadagnando un disco d’oro e 2 di platino, entrando anche al sedicesimo posto nella classifica dei 500 migliori  album secondo Rolling Stone.

Bob Dylan e Sara Lowdns

 

Le visioni di Rimbaud

Alla base dell’album c’è anche l’avvicinamento di Dylan al pensiero simbolista di Arthur Rimbaud; secondo il quale il vero può essere raggiunto e spiegato con la poesia.

Il poeta si fa veggente mediante un luogo, immenso e ragionato sregolamento di tutti i sensi. Tutte le forme d’amore, di sofferenza, di pazzia; cerca egli stesso, esaurisce in sé tutti i veleni, per non conservarne che la quintessenza. […] Egli giunge all’ignoto, e quand’anche, sbigottito, finisse col perdere l’intelligenza delle proprie visioni, le avrebbe pur viste! (Rimbaud, lettera a Paul Demeny, Charleville, 15 Maggio 1871)

Nella celebre “Lettera del veggente” Rimbaud spiega all’amico Demeny i motivi della sua ribellione morale mossa dal fervore e da una chiaroveggenza allucinata che deve portare alla scoperta di un altro “io”; un “io” vero, intimo ed inesplorato.

Le parole di Rimbaud devono avere scosso  la mente Dylan che in quel periodo, attraverso le esperienze della poesia beat, si stava avviando a diventare più sicuro di sé come artista e come poeta. Lo sconvolgimento dei propri sensi iniziato insieme agli amici beat attraverso sostanze allucinogene, allo scopo di incanalare il proprio flusso creativo ed esprimere i “moti di reazione” della propria mente, era destinato a trovare, nel manto visionario e ribelle di Rimbaud, nuovi orizzonti e nuove frontiere. Dylan riuscì a scoprire un modo di percepire la realtà e il proprio sé artistico alla stessa maniera in cui Rimbaud era riuscito a dissolvere la propria identità, pur conservando la “libertà” ribelle che lo caratterizzava.

La canzone che probabilmente è la più emblematica di questa fase del cantautore è “You’re gonna make me lonesome when you go” del 1975, tratta proprio dall’album “Blood on the tracks”, dove vengono direttamente citati Rimbaud e Verlaine. L’amante implora di non essere abbandonato, pur temendo fatalmente di esserlo.  Ovviamente il testo è metafora del rapporto tormentato dei due poeti, che si conclude con un episodio del 1873, quando Verlaine sparò a Rimbaud, il quale pur essendo stato colpito al polso, non sporse denuncia.

Dylan attraverso l’esperienza estrema del male trova un varco sulla soglia della conoscenza che lo porterà a trascendere la verità sino ad abbandonare i simboli per arrivare alla risposta definitiva.

Dylan poeta

Bob Dylan è un poeta. È il poeta. Quello che è riuscito a spogliarsi delle mille facce del proprio Io ed attraverso un linguaggio crudo, basso, sputato abilmente coperto dalla prosa allitterata dei suoi testi, è capace di spalancare orizzonti improvvisi e violenti.

Mediante strade diverse giunge ad una destinazione comune: dare voce a chi non sa esternare le proprie emozioni. Così il genio esprime ciò che gli altri non sanno come articolare. È questo il ruolo dell’artista, essere la parola del muto, la musica del cieco; al fine di regalare la possibilità a tutti di potersi ritrovare e liberare, anche se per pochi attimi, dal peso di un respiro.

 

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