Il Superuovo

Il costruttivismo spiega la cultura dell’anarchia: analizziamo l’incontro tra Wendt e Zhao

Il costruttivismo spiega la cultura dell’anarchia: analizziamo l’incontro tra Wendt e Zhao

Era il 1999 quando Wendt, dopo aver delineato le linee guida del costruttivismo, sviluppa le tre culture dell’anarchia. Vediamo cosa succede quando l’Oriente di Zhao incontra l’Occidente di Wendt. 

 

 

A metà tra razionalismo e riflettivismo si colloca il costruttivismo sociale, approccio metodologico inaugurato da Alexander Wendt nel 1992. Già nel 1988 Robert Keohane, neoliberale e a quel tempo presidente dell’International Studies Association, aveva esortato i riflettivisti a adottare testable hypothesis come punto di partenza per lo sviluppo dei programmi di ricerca con l’obiettivo di evitarne l’esclusione dallo studio della politica mondiale. Ecco, quindi, che Alexander Wendt con la proposta del costruttivismo tenta di trovare dei punti di convergenza tra le due metodologie delle relazioni internazionali, sulla scia di quanto già accaduto nel campo della scienza politica tra ricerca empirica e approccio normativo. Non resta che chiedersi: che cos’è il costruttivismo?

 

Il costruttivismo sociale

Per prima cosa, per costruttivismo è da intendersi uno dei più recenti sviluppi nel campo delle teorie delle relazioni internazionali. D’altra parte, è il 1992 quando Wendt pubblica “Anarchy is What States Makes of it” in risposta all’esortazione di Keohane rivolta ai riflettivisti. Ecco quanto afferma Wendt

Il mio obiettivo in quest’articolo è costruire un ponte tra queste due tradizioni, razionalismo e riflettivismo, sviluppando una tesi costruttivista […] sulla base dell’affermazione neoliberale che le istituzioni internazionali possono trasformare le identità e gli interessi dello stato.

In questa dichiarazione di intenti si colgono due importanti elementi: da un lato il richiamo metodologico al fronte neoliberale, dall’altro la volontà di prendere le distanze dai neorealisti. La conseguenza è chiara: Wendt provoca una rottura all’interno della fazione mainstream della sintesi neo-neo. In altre parole, sia i neoliberali che i neorealisti guardano a “le identità e gli interessi dello stato” come a realtà date; ecco la principale differenza: ciò che conta per il costruttivismo sono le pratiche intersoggettive che agiscono sulle identità e sugli interessi dello stato. Lo stato rimane poi sì uno degli attori più importanti ma non è l’unico: l’agenda costruttivista vede l’interazione di una pluralità di attori, le cui identità e i cui interessi sono costruiti sulla base di idee condivise e sono endogeni al contesto sociale. Un altro tratto peculiare del costruttivismo è, in aggiunta, la supremazia delle idee, vale a dire le strutture sociali sono determinate principalmente dalla conoscenza condivisa piuttosto che dalle risorse materiali.

La cultura dell’anarchia

Nel 1999 Wendt approfondisce quanto detto nel 1992 con “Social Theory of International Politics”: se nel 1992 l’obiettivo di Wendt era quello di “costruire un ponte” tra razionalismo e riflettivismo, nel 1999 si spinge oltre nello sviluppare una complessa ed approfondita teoria a livello sistemico. Nel precedente paragrafo abbiamo ricordato il ruolo delle idee nella pratica costruttivista: sono le idee che forgiano gli interessi e le identità degli stati. Si evidenzia un rapporto di inter-determinazione tra agente e struttura: riportando le parole di Copeland “le strutture costituiscono gli attori in termini di interessi e di identità; ma le strutture sono a loro volta prodotte e modificate dalle pratiche discorsive degli agenti.” Ecco, quindi, che è possibile introdurre il concetto di anarchia; concetto che assume in questo contesto un significato inedito: l’anarchia si configura come un terreno fertile potenzialmente suscettibile di far attecchire logiche diverse. Di qui le tre culture dell’anarchia a cui corrispondo tre diversi gradi di cooperazione tra gli stati nella storia delle relazioni internazionali: la cultura hobbesiana, lockeana e kantiana.

Nel primo stadio, diffuso fino al XVII secolo, parola chiave è emnity: gli stati vedono se stessi come nemici reciproci e riducono al minimo il grado di cooperazione. Queste relazioni hanno luogo in un contesto di homo homini lupus con le parole di Hobbes: la violenza gioca un ruolo determinante ai fini della sopravvivenza. La seconda cultura è quella lockeana la cui nascita è avvenuta di pari passo con il prendere piede del sistema internazionale moderno inaugurato da Vestfalia. La parola chiave qui è rivalry: gli stati si considerano reciprocamente rivali e instaurano qualche grado di riconoscimento reciproco, per cui la violenza non è eliminabile ma non è finalizzata all’eliminazione reciproca bensì alla difesa dei propri interessi. L’ultimo stadio è poi quello kantiano, tipico delle più recenti democrazie. Parola chiave è partnership: gli stati vedono se stessi come reciproci alleati o addirittura amici e massimizzano il grado di cooperazione internazionale.

 

 

La quarta cultura di Zhao

Definite le tre culture dell’anarchia occorre fare due precisazioni: la prima è che ognuna di queste incarna un insieme di norme di comportamento; la seconda è l’intuizione di Zhao di una quarta cultura.

Per quanto riguarda la prima precisazione, l’insieme di norme condivise dagli attori sono, per Wendt, interiorizzate in tre diversi gradi; gradi ai quali corrisponde una precisa corrente teorica. Ne consegue che al primo grado di interiorizzazione corrisponde il neorealismo, al secondo il neoliberalismo e al terzo il costruttivismo sociale. Ecco quindi che passando per l’accettazione neorealista e l’adesione neoliberale con il costruttivismo si giunge alla piena conformazione come risultato della totale interiorizzazione da parte degli stati di norme percepite a tutti gli effetti come legittime.

Detto questo, imprescindibile è il pensiero di Zhao, uno dei maggiori filosofi cinesi contemporanei, che sulla base di quanto teorizzato da Wendt, individua nell’agire dell’UE  e degli Stati Uniti delle discrepanze. Secondo Zhao, l’UE incarnerebbe all’interno la cultura kantiana e all’esterno la cultura lockeana; d’altra parte, gli Stati Uniti adotterebbero una cultura kantiana con gli alleati anglosassoni, una lockeana con i simili europei e hobbessiana con i paesi identificati come potenzialmente pericolosi o falliti. Ecco quindi che Zhao individua una quarta cultura, che nasce dall’armonia e fa leva sulla cooperazione internazionale. Per prima cosa, risalta la diversa matrice dei valori considerati: se la nozione di conflitto che permea la cultura hobbesiana e lockeana è tipica del mondo occidentale, dall’illuminismo al cristianesimo, l’armonia e la cooperazione sono valori propri del confucianesimo. Ora, secondo Zhao fondamentale è lo spirito della nozione di tianxia che spinge alla massimizzazione della cooperazione e alla minimizzazione del conflitto attraverso un approccio di tipo win-win, che nella tradizione cinese prende il nome di Via del Re, o wang dao. L’armonia nasce dalla presa di coscienza che a volte l’esistenza di differenze porti al conflitto: la soluzione da privilegiare è in questo contesto quella che prevede l’accettazione del diverso e la creazione di un rapporto di cooperazione reciprocamente vantaggioso. In termini pratici, il mondo armonico sottintende per Zhao la costituzione di una istituzione mondiale a governo sovranazionale.

 

 

 

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