Il concetto di cittadinanza – 83 anni dalle Leggi di Norimberga

Le leggi di Norimberga, promulgate durante il congresso del partito nazionalsocialista tedesco il 15 settembre 1935, maturarono in un clima di forte razzismo e rappresentarono un vero e proprio manifesto della campagna antisemita. Con le Leggi di Norimberga, oltre ad essere ufficialmente legittimato il razzismo, fu stabilita una netta distinzione tra tedeschi ed ebrei, in un rapporto cittadino-suddito. Con la Legge sulla Cittadinanza, infatti, alla comunità ebraica venne definitivamente negata la cittadinanza tedesca (decreto che provocò una totale perdita di tutti i diritti, civili e politici). Con questa legge, inoltre, vennero imposti due gradi di cittadinanza: il «cittadino del Reich» (Reichsbürger), ossia colui con sangue tedesco; e il «cittadino dello Stato» (Staatsangehöriger), ovvero i sudditi. L’obiettivo era proprio quello di proteggere la “razza ariana” con lo scopo di espropriare il suddito di tutti i propri diritti. L’omogeneità razziale e culturale venne dunque ottenuta neutralizzando il diverso: gli ebrei erano considerati elementi minacciosi nei confronti dell’integrità e della purezza del popolo tedesco.

Cittadino del Reich può essere solo colui che abbia sangue tedesco o affine e che dimostri, attraverso il suo comportamento, il desiderio di voler servire fedelmente il Reich e il popolo tedesco.” (Articolo II) o ancora “Un ebreo non può essere cittadino del Reich. Egli non può esercitare il diritto di voto e non può ricoprire cariche pubbliche.” (Articolo III)

Il concetto di cittadinanza in filosofia

Con il termine “cittadinanza” si indica l’appartenenza di un individuo allo Stato, o meglio il rapporto tra il cittadino e l’ordine politico a cui appartiene. Le basi filosofiche di questo grande concetto vertono sull’evoluzione che esso ha subito nel corso del tempo: dalla tradizione greca, platonica e aristotelica, alla visione contrattualistica della società civile in Hobbes, Locke e Rousseau. Il rapporto tra il cittadino e lo Stato, in Platone, scaturisce dall’esigenza di stabilire un legame sinergico tra la vita filosofica e quella politica. Gli individui da soli non bastano a se stessi e, perciò, hanno bisogno di riconoscersi in una comunità che permetta loro di soddisfare i propri bisogni primari. Nella “Politica” Aristotele pone, invece, l’accento sul fine naturale del cittadino e quello dello Stato: la vita etica (quella attiva) si realizza nella politica, poiché la vita associata, per l’uomo, è un’esigenza naturale (l’uomo è “un animale socievole per natura“). La riforma politica aristotelica ha come obiettivo principale quello di identificare gli interessi privati e particolari del cittadino con quelli universali e generali di cui lo Stato deve essere manifestazione.

La concezione moderna della cittadinanza assume un significato filosofico più profondo solo a cavallo tra Seicento e Settecento, diventando sinonimo di eguaglianza giuridica tra tutti i cittadini. In ossequio ai principi illuministici, gli uomini sono essere indipendenti, liberi, e moralmente autonomi che vivono in virtù dei loro diritti naturali (giusnaturalismo), opposti ai diritti positivi imposti dalle leggi (giuspositivismo). La moderna concezione dello Stato consiste proprio nel garantire al cittadino l’esercizio dei suoi diritti naturali, dai quali i diritti positivi non possono prescindere. Per Hobbes lo Stato nasce da un patto che gli uomini hanno dovuto stipulare per emanciparsi dallo “stato di natura” (una condizione anarchica di guerra civile in cui gli individui sono tendenzialmente egoisti e incapaci di autoconservarsi). La comunità, seguendo la ragione, è portata ad alienare i propri diritti, delegandoli ad una figura assolutistica (il Leviatano, o sovrano). Nel corpo politico hobbesiano, la legge civile è determinante della morale e dell’etica, stabilendo cosa sia giusto e cosa no. Esiste dunque il giusto in sé o è giusto ciò che la legge impone? Si sviluppa in questo clima il dibattito tra giuspositivismo e giusnaturalismo, tema che torna a presentarsi anche attualmente in situazioni di contrasto tra la legislazione di uno Stato e ciò che può essere definito il comune “senso della giustizia” secondo l’opinione pubblica (nel caso ad esempio, di norme che legittimino una discriminazione sulla base della razza, della religione o del sesso).

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Il rapporto fra lo Stato e l’individuo subisce una modificazione dal filosofo empirista John Locke: la sovranità non appartiene unicamente allo Stato, ma a quella del suddito (una delle caratteristiche peculiari del diritto di natura è, infatti, la libertà che deve permanere nello stato di diritto). Per Rousseau, infine, le leggi nascono dal riconoscimento della proprietà privata: la società civile è il prodotto dell’allontanamento dell’uomo dallo stato di natura (lo snaturamento della condizione umana) e si arriva così al patto sociale che prevede, anche in questo caso, l’alienazione dei diritti del singolo, ma non in virtù di un sovrano (come in Hobbes). Il potere non risiede più nelle mani di un ente separato dal popolo, ma è la comunità stessa che esprime ed esercita la propria sovranità, la volontà generale.