Il complicato rapporto madre-figlio tra Festa della Mamma e poesia

La seconda domenica di Maggio, in Italia, si festeggia sempre la mamma. I bambini portano a casa da scuola dei lavoretti, la televisione ci inonda di pubblicità/idee regalo, eppure forse è una festa della cui storia si sa poco. Anche se ci sono state varie celebrazioni legate alla figura della madre, esse non sono paragonabili al significato di quella odierna. Infatti un primo antenato della festa della mamma fu la Giornata nazionale della Madre e del Fanciullo, celebrata il 24 Dicembre del 1933, perciò nel quadro politico fascista. Ne deriva ovviamente una celebrazione riservata alle donne corrispondenti all’ideale fascista, tanto che vennero premiate le madri più prolifiche dell’anno. Ovviamente basta questo dettaglio per cogliere le evidenti differenze tra la festa fascista e quella attuale. Quest’ultima risale a due eventi degli Anni Cinquanta, quando a Bordighera si celebrò proprio la mamma al Teatro Zeni, e quando don Migliosi, parrocco di un comune vicino ad Assisi, pensò di festeggiare la figura della mamma nel suo valore cristiano. Ne derivano due prospettive, sociale la prima e religiosa la seconda, utilizzate anche dalla letteratura per riflettere sulla figura della madre.

Pasolini, il complicato rapporto madre-figlio e i suoi risvolti sociali

Nella raccolta Poesia in forma di rosa, Pasolini inserisce un componimento dedicato alla madre, Supplica a mia madre, che venne scritta nell’aprile del 1962. A onor del vero, la madre era già comparsa molte volte nelle opere precedenti, non bisogna infatti scordare l’importanza che ebbe per Pasolini. Tuttavia in questo componimento il poeta cerca di spiegare, secondo un ragionamento di chiara matrice psicoanalitica, il binomio amore-prigione, il paradosso del grande amore che diventa una prigione. “Per questo devo dirti ciò ch’è/ orrendo conoscere:/ è dentro la tua grazia che nasce/ la mia angoscia.// Sei insostituibile. Per questo è/ dannata/ alla solitudine la vita che mi hai data.//”. Al poeta, la madre appare insostituibile, nessuno regge il confronto con lei e, da questa condizione, che il poeta vive in maniera molto dolorosa, si origina la sua solitudine. “Perchè l’anima è in te, sei tu,/ ma tu/ sei mia madre e il tuo amore è/ la mia schiavitù://”. Il poeta riconosce la sua stessa anima nella figura di sua madre, e questo sentimento lo rende schiavo e impossibilitato a vivere l’amore che la vita gli presenta. In questo il poeta riconosce la sua solitudine, tanto che conclude il componimento scrivendo: “Ti supplico, ah ti supplico: non/ voler morire./ Sono qui, solo, con te, in un/ futuro aprile…” Pasolini riconosce insomma la grandezza dell’amore madre-figlio, ma riconosce anche il prezzo che lui paga per viverlo così profondamente. Del resto, Pasolini ebbe sempre verso la madre un rapporto profondo ma controverso.

Questo componimento mette in luce in maniera problematica il profondo sentimento che li legava, tuttavia, un testo trovato postumo fra le sue carte, può meglio far comprendere questo sentimento di amore e solitudine che Pasolini sentiva: “Ogni volta che mi chiedono di/ raccontare qualcosa su mia/ madre,// di ricordare qualcosa di lei, è/ sempre la stessa immagine che/ mi viene in mente.// Siamo a Sacile, nella primavera/ del 1929 o del 1931, rata/ mamma// e io camminiamo per il sentiero/ di un prato abbastanza fuori// dal paese; siamo soli,/ completamente soli.// Intorno a noi ci sono i cespugli/ appena ingemmati, ma con/ l’aspetto// ancora invernale; anche gli/ alberi sono nudi, e, attraverso// le distese dei tronchi neri, si/ intravedono in fondo le/ montagne// azzurre. Ma le primule sono già/ nate. Le prode dei fossi ne sono// piene, ciò mi dà una gioia/ infinita che anche adesso,/ mentre ne parlo,// mi soffoca. Stringo forte il/ braccio di mia madre (cammino/ infatti// a braccetto con lei) e affondo la/ guancia nella povera pelliccia// che essa indossa: in quella/ pelliccia sento il profumo della// primavera, un miscuglio di gelo, e di tepore, di fango odoroso e di// fiori ancora inodori, di casa e di/ campagna. Questo odore della/ povera pelliccia di mia madre è/ l’odore della mia vita.” In un qualcosa che per lui rappresenta sua madre, Pasolini trova il senso stesso della sua vita.

Ungaretti e il legame tra la figura della madre e il perdono divino

Nel 1930, subito dopo la morte della madre, Ungaretti scrive una poesia, La madre, dove l’aspetto intimo della relazione madre-figlio si riunisce a quello religioso. La morte della madre lo spinge a riflettere anche sulla sua, e su quella condizione d’innocenza da Ungaretti tanto cercata e forse percepibile nella morte. Per questa ipotesi Ungaretti immagina che il perdono divino sia una tappa necessaria, e la madre intercederà con la divinità per farglielo ottenere. In questa azione si può cogliere un gesto estremo d’amore, accompagnato però alla severità della religione, che renderà la madre “una statua davanti all’Eterno”, proprio per sottolineare la rigidità religiosa di cui anche una madre può portare segni. La prospettiva con cui Ungaretti affronta il tema della morte e del rapporto madre-figlio è assolutamente religiosa. Pertanto esclude dal componimento sentimenti ‘umani’ legati all’amore e al lutto. La madre, nel componimento, accompagna il figlio sino al Signore, “come una volta mi darai la mano”, scrive Ungaretti sul finire della prima strofa. E continua: “In ginocchio, decisa,/ sarai una statua davanti all’Eterno,/ come già ti vedeva/ quando eri ancora in vita.”. Tuttavia Ungaretti introduce anche un elemento problematico in questo triangolo madre-figlio-divinità. Infatti ci dice ai vv. 12-15 “E solo quando m’avrà perdonato,/ ti verrà desiderio di guardarmi.// Ricorderai d’avermi atteso tanto,/ E avrai negli occhi un rapido sospiro.” La religione, che nell’al di là unisce il poeta e la madre, e in nome del cui perdono la madre intercede per il figlio, è anche un ostacolo al rapporto umano, un codice che regola il rapporto tra la madre e il figlio.

Pertanto anche in Ungaretti, seppur per motivi molto diversi rispetto a quelli di Pasolini, il rapporto con la madre è complicato. Difficile e a trattai doloroso, è tuttavia ciò che permette all’uomo la redenzione e il perdono davanti a Dio.

Viviana Vighetti

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