Il tema del clickbait molto dibattuto nel mondo della musica criticato dal nuovo album “Disco X” di Silvestri: vediamo come.

I feat. nelle canzoni sono studiati o servono solo per il clickbait? Il noto cantante Daniele Silvestri ce ne parla per introdurre il suo ultimo “Disco X”, per poi approfondire il legame che ha deciso di intraprendere con il suo pubblico dopo trent’anni di carriera. Che cosa può arrivare al pubblico quindi, secondo gli studi, attraverso la composizione? Scopriamolo.
Disco X in uscita il 9 giugno: le anticipazioni del cantante
Per la prima volta in trent’anni di carriera, il noto cantante Daniele Silvestri, famoso per canzoni come “Salirò”, “Le cose in comune, “A bocca chiusa” e altre, ha deciso di raccontare al suo pubblico il lavoro dietro il suo ultimo disco prima ancora della sua uscita, per sperimentare qualcosa di diverso, e andando contro la corrente del mainstream, che punta all’hype e agli incassi quando si tratta di questi casi.
Col precedente album “La terra sotto i piedi” la volontà di sporcarsi le mani si era tradotta in un gioco troppo intellettuale che vedeva la musica diventare parte di un tentativo preordinato. Qui c’è la voglia di suonare in libertà.
E’ in questo modo che Silvestri annuncia il suo stesso album, che sembra essere il decimo della sua carriera: come da peculiarità della sua musica, come sempre vi sono critiche sociali (ad esempio la questione del razzismo) e la voglia di diventare un vero e proprio cantastorie. Come nell’antica Grecia, in cui coloro che cantavano l’Odissea in versi si affidavano soltanto alla musica e a niente di scritto, andando da luoghi di ristoro al cantare per le strade di un po’ più di qualche millennio fa, Silvestri riprende questa pratica che sembra ci sia essere sempre stata radicata in lui.
Il cantante romano, la cui tradizione del posto si basa proprio sugli stornelli cantati nelle osterie al di fuori della città, ha chiesto infatti al pubblico durante il suo ultimo tour di scrivere alcune storie che poi durante lo show trasformava in canzoni, mettendo in scena lo stesso processo creativo. Non è la prima volta che Silvestri si appella al pubblico: già nel 2018, qualche mese prima di Sanremo 2019 in cui vinse Mahmood, aveva chiesto ai suoi followers su Facebook consigli su chi dovesse essere il prossimo feat. per la sua prossima canzone sanremese, e la maggior parte dei seguaci rispose con il nome di Rancore, che poi si ritrovò sul palco dell’Ariston accompagnato anche da Manuel Agnelli.
Come vediamo, il rapporto con il pubblico di Silvestri è straordinario, in quanto lui stesso ha sempre avuto questa necessità di avvicinarsi alle persone di tutti i ceti sociali: l’abbiamo visto con la canzone “Kunta Kinte”, che è essa stessa una storia, o con “Scusate se non piango”, che descrive la ripresa della polizia di un centro occupato.
Molte sono le canzoni con storie tristi, dolorose. Un esempio è “Tutta”, il singolo che ha presentato il lavoro, nata da un’opera virtuale, immagini digitali e parole, di Paolo Poni, un libraio di Forlì. Un’altra storia che mischia poesia e cronaca è invece “Mar ciai” in cui le offese e le discriminazioni verso una ragazza di origini sinti finiscono nel tragico rogo di una roulotte.
Nei miei concerti spunta spesso il tema dei migranti, qui volevo concentrarmi sul tema dell’integrazione che vedo come ricchezza. Ho scritto questa canzone contro la facilità del trattare qualcuno come un capro espiatorio. Mostro l’atrocità e l’assurdità del razzismo. Il popolo sinti, e per questo ho chiamato a cantare Eva Pevarello, che ha quelle origini, non è solo microcriminalità.

La questione dei feat. e Intro X
Sempre Daniele Silvestri si esprime sulla questione dei feat., anche perché particolarmente presenti nel nuovo album: vediamo spaziare nelle canzoni senza seguire una struttura precisa tipica delle collaborazioni con cantanti come Fulminacci, Wrongonyou, Frankie HI-NRG, Davide Shorty (con cui aveva fatto un feat. anche nell’album precedente), Eva, Giorgia, Franco 126, Selton e la comica Emanuela Fanelli. Con ciò Daniele ha voluto criticare e attaccare la scena musicale italiana riguardo alle collaborazioni, in quanto secondo lui dovrebbero essere scelte in base al prodotto che si vuole creare, e non soltanto per i numeri e gli incassi. Se nel mondo videoludico i clickbait sono visti come dei “titoli accattivanti, che creano un’aspettativa che poi non viene soddisfatta al momento dell’apertura del video”, nella musica è lo stesso: le collaborazioni con grandi colossi della scena, che però non c’entrano niente con il prodotto finale o con l’artista che li ospita, secondo Silvestri corrispondono al clickbait.
Per fare un sacco di clicks ci vuole un ospite x
dategli un foglio e una bic fatelo urlare nel mic
per un miliardo di stream almeno un paio di feat
fate partire sto beat non voglio uscire dal trip
Riguardo questo tema, la canzone “Intro X” che introduce l’album è il manifesto del disco e benvenuto ironico talmente è esagerato il numero di feat. che Silvestri ci infila. Per la precisione, tutti i featuring del disco che abbiamo nominato prima. Il tutto è costruito sulla voglia di fare una canzone X, con degli ospiti X, che in fin dei conti non sanno cosa dire:
nessuna idea fenomenale da comunicare
solo poche cose anche buttate lì
nessuna pagina imperdibile da conservare che ce n’è già tanto da confondersi
nessuno storico primato da rivendicare
tutto nella media
L’analisi del cantautore romano estremamente ironica ed espressa proprio dai suoi famosi parlati-rappati, smonta in pochi minuti qualsiasi collaborazione appartenente alla suddetta categoria. Quel giochino tanto caro al mainstream, a caccia di hype e basta. Una rigorosa indipendenza che permette all’autore/cantastorie di avere sempre varietà, vastità, sorpresa.
La concessione alla moda, di conseguenza, è solo apparenza: si ha la sensazione del “con la partecipazione di” solo a leggere l’elenco dei partecipanti al disco. Ma è apparenza, appunto, perché quando si passa ad ascoltare ogni brano si scopre, con facilità, che non c’è affatto partecipazione, ma necessità e condivisione. Ogni voce è in un brano perché quelle parole, quella storia, andava cantata così, e da quella voce, non da un’altra. Basta ascoltare la bellissima While the children play con Wrongonyou per rendersene conto, o ancora di più la bellissima Cinema d’essai con Giorgia, che non impreziosisce il brano, ma gli dona un’anima che altrimenti non avrebbe. Ed è divertente che tutti compaiano nell’introduzione all’album, Intro X, che è, come sottolinea Silvestri, contemporaneamente un manifesto programmatico e una specie di trailer, con tutti gli ospiti del disco racchiusi in un unico grande featuring di benvenuto ironico ed enigmistico che chiude con il senso più vero della canzone:
nessuno storico primato da rivendicare tutto nella media e senza iperboli
nessun anelito ad emergere da questo mare ma dov’è profondo puoi provare a immergerti”.
La citazione di Dalla non è casuale, il suo spirito aleggia sul disco, viene richiamato di frequente, in maniera diretta almeno una volta, in maniera indiretta spesso: “Sì, il suo modo di affrontare la canzone mi ha influenzato parecchio, sia in generale, sia specificamente nel lavoro di questo album. È stato un personaggio fondamentale della nostra storia, e lo è ancora”.
La questione del clickbait
Se andiamo però a guardare la vera definizione di questo fenomeno chiamato clickbait, scopriamo che è tutto molto illusorio, e che non ci sono dei confini precisi nel significato del concetto. Se cerchiamo su Google, la definizione originale è:
“su Internet, contenuto il cui scopo principale è attirare l’attenzione e incoraggiare i visitatori a cliccare su un collegamento a una determinata pagina web”.
Quest’ultimo lo possiamo chiamare clickbait di tipo 1 e non sembra esserci niente di sbagliato. Allora perchè l’opinione pubblica è contraria all’utilizzo di ciò, anche se lo vediamo ormai dappertutto?
Perchè in realtà esiste una seconda definizione, a cui la maggior parte delle persone fanno riferimento:
“Qualcosa come un titolo progettato per indurre i lettori a fare click su un collegamento ipertestuale specialmente quando il collegamento porta a contenuti di dubbio valore o interesse”.
Infatti, secondo Wikipedia, le caratteristiche principali del clickbait sono i titoli sensazionalistici o fuorvianti. Parla anche di teaser che nascondo intenzionalmente le informazioni per sfruttare il “curiosity gap”. Risulta quindi nel giusto equilibrio nel rendere lo spettatore incuriosito, ma non abbastanza soddisfatto nella sua curiosità per permettergli di passare avanti. Questo quindi, si può chiamare clickbait di tipo 2, a cui fa riferimento Silvestri. Se i featuring sono scelti soltanto per attirare l’attenzione dell’ascoltatore, che clicca su una canzone soltanto perchè ha letto il nome di un colosso della musica, che però non c’entra niente con il genere o lo scopo della canzone, significa che quel prodotto è fatto solamente per attirare quel tipo di spettatore, che poi non rimane incuriosito dalla canzone in sé, ma solo dal feat.
Sappiamo però che il clickbait può avere anche un valore positivo. Infatti, se il suo scopo è permettere a più persone possibili di vedere o ascoltare un prodotto, non è detto che esso sia scadente, infatti la questione della qualità è un’altra cosa. Se lo scopo ad esempio di un podcast, un video o una canzone è educativo, con un titolo normale le uniche persone che ci cliccherebbero sopra sarebbero quelle che conoscono già l’argomento, ne sono particolarmente appassionate e ne vogliono approfondire. E in ciò non c’è alcun effetto didascalico. Invece, con un titolo o una miniatura accattivante, che permette a persone che non sanno di cosa si andrà a parlare di essere attirate dalla curiosità per poi essere informate sul vero scopo del video o canzone, a intento didascalico quindi, è possibile di conseguenza rendere più acculturati gli spettatori o gli ascoltatori. L’obiettivo quindi, se è quello di diffondere un certo tipo di sapere o di qualcosa di utile, non è detto che sia soltanto per fama e denaro.
Ultimamente oltretutto, sono nati degli strumenti analitici in grado di calcolare il numero di click in tempo reale su un link, e molti creators hanno notato il cambiamento radicale delle views nel momento in cui si cambia un titolo con un titolo clickbait. E ciò, ripeto, non è dato dalla qualità del video o della canzone, ma dal modo in cui essa viene pubblicizzata. Anche perchè ricordiamo che, essendo sul mondo digitale, le piattaforme consentono soltanto una pagina home limitata in poche schermate in relazione a un numero di prodotti potenzialmente infinito, ed è per questo motivo che è nato il clickbait, per la competizione data da un mondo in cui forse c’è spazio per tutti, ma bisogna essere visti in primo luogo, prima di essere ascoltati.