Il caso di Chiara Poggi: a 18 anni dal delitto ci sono ancora ombre sul colpevole

L’omicidio di Chiara Poggi risalente al 13 agosto 2007 è conosciuto come uno dei più oscuri e contorti casi di sempre. 

Chiara Poggi, 26 anni, fu trovata morta il 13 agosto 2007 dal fidanzato Alberto Stasi, nella sua villetta a Garlasco, in provincia di Pavia, mentre la sua famiglia era in vacanza. Le circostanze dell’omicidio sono ancora oggi parzialmente oscure e alcune realtà, scoperte 18 anni dopo il delitto, hanno scosso l’opinione pubblica italiana.

Il delitto di Garlasco

Garlasco, tra le 09.12 e le 09.35 nella sua casa viene uccisa Chiara Poggi, una ragazza di 26 anni che lavorava in un’azienda di Milano. Poche ore dopo il 118 riceve una chiamata da parte di un ragazzo visibilmente agitato, che dichiara di aver visto per primo il corpo della vittima senza vita. Quel giovane è Alberto Stasi, il suo fidanzato, da poco rientrato dal viaggio a Londra. La sera antecedente alla scomparsa i due giovani avevano mangiato una pizza insieme, e poi lui sarebbe tornato a casa sua, ritrovandola l’indomani in uno stato impressionante e senza vita nel pavimento della sua villetta a Garlasco. Al momento del delitto la ragazza era sola in casa, poiché il resto della famiglia era in vacanza. Le circostanze vedono la ragazza disinnescare l’allarme di casa alle ore 09.12, per poi aprire la porta al proprio assassino in pigiama, con il quale avrebbe addirittura fatto colazione, dunque si sottolinea l’intima conoscenza di quest’ultimo. Il corpo venne ritrovato riverso sulle scale che conducevano alla cantina della villetta, e le macchie di sangue si trovano nel salotto e nei muri circostanti a quest’ultimo. All’esterno della villetta, dalle 9.00 alle 12.00 è stata avvistata una bicicletta nera da donna, che potrebbe essere associata all’assassino di Chiara.

Le indagini

Le prime indagini vennero svolte senza le necessarie attrezzature che di norma vengono utilizzate per evitare di inquinare la scena del delitto. Venne appurato poi che le molte persone incaricate dei rilievi sulla scena del crimine non avevano adottato misure volte a non inquinare le prove come guanti e i calzari, e il gatto stesso della ragazza fu lasciato libero di muoversi per la casa per tutto il tempo.

Alberto Stasi fu il primo indagato dagli inquirenti, poiché la versione raccontata era all’apparenza illogica e incongruente. Stasi, a sua volta fornì un alibi: la mattina del delitto stava lavorando al computer alla redazione della sua tesi di laurea. Il computer fu consegnato ai carabinieri già il giorno successivo. Alcune operazioni inappropriate degli inquirenti, tuttavia, avrebbero alterato e cancellato gli accessi alla memoria di archiviazione del computer.

Nell’ultimo anno sono sorti nuovi testimoni e si sono scoperti nuovi possibili intrecci, per ora nessuno di questi è stato confermato, anche se si evince che Chiara potesse essere in intimità con un’altra persona diversa da Stasi in quel periodo, visto lo scambio di messaggi con l’amica pochi giorni prima della scomparsa. Evidente è che qualcuno stia coprendo qualcun altro di molto potente, e pare che Stasi sia stato incastrato all’interno di questa intricata vicenda.

La lentezza nelle indagini, alcune consapevoli dimenticanze, tra cui la ricerca del DNA di Chiara, attuata successivamente alla riesumazione della Salma dopo la sepoltura, portano al pensiero che le forze dell’ordine, gli inquirenti e lo stesso avvocato della vittima siano invischiati in affari e situazioni molto delicate con il vero assassino di Chiara.

Gli imputati

I processi su Alberto stasi dal 2007 fino al 2014 (anno dell’accusa) furono infondati e con grossi buchi di prove mancanti. Il 17 dicembre del 2014, però, Stasi viene ritenuto colpevole e condannato a ventiquattro anni di reclusione per omicidio, con l’esclusione però delle aggravanti della crudeltà e della premeditazione; la pena verrà ridotta a 16 anni grazie al rito abbreviato. La colpevolezza di Stasi, secondo gli inquirenti, risiederebbe nel fatto che egli abbia reso un racconto incongruo, illogico e falso, quanto al ritrovamento del corpo senza vita della fidanzata, sostenendo di avere attraversato di corsa i diversi locali della villetta per cercare Chiara sulle sue scarpe, non è stata rinvenuta traccia di residui ematici. L’assassino, inoltre, è un uomo che calza il 42 e la marca rinvenuta nelle macchie di sangue è corrispondente alle scarpe di Stasi. Il 19 dicembre 2016 la difesa presenta una perizia genetica che indica che il DNA ritrovato sotto le unghie di Chiara Poggi apparterrebbe a un conoscente della vittima e non a Stasi. Questo conoscente, amico del fratello Marco Poggi, si chiama Andrea Sempio, e anche lui calza il 42.

La circostanza nella quale si è consumata questo delitto vede l’assenza di alcuni imputati, quali la famiglia Cappa (cugine di Chiara), assidue frequentatrici del Santuario della Madonna delle Bozzole, conosciuto come un luogo di scandali (pedofilia, orgie, sfruttamento minorile, esorcismi come cura all’anoressia e altri disturbi psico-fisici, etc..). Non sarebbe certo la prima volta che queste sette, pena la loro conoscenza e la paura di essere indagati per scandali, pensino a far sparire chiunque sia testimone e minacci (giustamente) di farlo scoprire, o semplicemente ne sia estraneo e/o giudicante.

La giustizia di una giovanissima donna dovrebbe essere la priorità di questo Paese che, invero, mette al primo posto l’allontanare gli scandali collegati alla Chiesa, alla vita di una ragazza, della sua famiglia e di un ragazzo che potrebbe non essere stato (strano ma vero) il suo assassino.

Lascia un commento