Il Superuovo

Il capolavoro di Katsuhiro Ōtomo è il trionfo della metamorfosi in pieno stile ovidiano 

Il capolavoro di Katsuhiro Ōtomo è il trionfo della metamorfosi in pieno stile ovidiano 

Akira, anime del 1988, è la versione post-apocalittica dell’Età del ferro descritta da Ovidio.

Il poema di Ovidio e il colosso dell’animazione giapponese nascondono notevoli analogie ed è forse attingendo alla mitologia che la pellicola uscita nelle sale nel 1988 ha potuto raggiungere lo status di mito. Ma in che cosa queste due opere senza tempo sono accomunate?

La Cosmogonia e le Quattro Età dell’uomo

È il cambiamento il filo conduttore dei 15 libri de Le Metamorfosi, il poema epico-mitologico composto da Publio Ovidio Nasone (43 a.C.-17 d.C.). L’opera del sulmonese è un’ode alla metamorfosi, alla trasformazione in tutte le sue facce e sfaccettature, che non risiede e non si identifica solo con le trasformazioni fisiche apparenti. Il poema si configura come un’enciclopedia mitologica proprio per la volontà di raccontare il cambiamento in tutte le sue forme e in tutti i suoi snodi, in maniera episodica e totalitaria. Risulta allora naturale che il testo ovidiano abbia inizio proprio con la trasformazione per eccellenza, la metamorfosi come principio del tangibile: la plasmazione della materia, l’origine dell’universo. La metamorfosi si fa creazione, ma resta trasformazione in quanto ha principio nel vuoto, in quello che Ovidio chiama Caos, che è abisso, voragine, ma che comunque è, e dunque può trasformarsi.
E ancora una volta Ovidio fa della metamorfosi fenomeno più ampio negli esametri che riguardano la descrizione delle Quattro età dell’uomo (successiva alla cosmogonia nel primo libro del poema), che riprende e modifica dal poema Le opere e i giorni del greco Esiodo. La metamorfosi qui si estende all’umanità intera, protagonista di un graduale e inesorabile disfacimento nel passaggio dalla prima Età dell’oro all’ultima (passando per l’età dell’argento e del bronzo) Età del ferro. Ed è allora che ancora il cambiamento, un cambiamento di altra natura, si impone al primo, e che la punizione divina, che è quasi sempre nel poema ovidiano la ragione della metamorfosi, finisce per ristabilire l’ordine, rendendo la metamorfosi dell’umanità l’unica reversibile, l’unica ciclica e ripetibile. Il concilio degli dei, in seguito a un ultimo esempio di perdizione (la vicenda di Licaone), dichiara e attua inderogabilmente la distruzione dell’umanità, sotto forma di diluvio, a cui, in nome della ciclicità, segue la ricostruzione.

Neo-Tokyo è l’Età del ferro secondo Ōtomo

In Akira (1988), film d’animazione giapponese scritto e diretto da Katsuhiro Ōtomo, la metamorfosi è componente tanto importante come lo è nel poema ovidiano, è parte integrante del tessuto visivo e narrativo dell’anime ed è, in misura maggiore a quanto si possa pensare a una prima visione, legato al primo dei 15 libri delle Metamorfosi. Per quanto risulti evidente la presenza costante di metamorfosi fisiche, come la trasformazione del protagonista Tetsuo, che raggiunge proporzioni estreme, modificandone il corpo e l’aspetto a tal punto da renderlo irriconoscibile, le similitudini con il testo ovidiano non si riducono alle mere trasformazioni fisiche e ad essere messa in scena è la metamorfosi in quanto concetto, nello stile di Ovidio. Ōtomo rappresenta la metamorfosi sociale e la metamorfosi interiore di Tetsuo parallelamente, rendendole necessarie l’una all’altra. La rappresentazione della società di Neo-Tokyo, città post-apocalittica in cui agiscono i protagonisti del film, è in tutto e per tutto simile a quell’umanità sulla via della perdizione descritta da Ovidio. In modo non dissimile dal poeta, il regista finisce curiosamente (forse inevitabilmente) per dar vita a una società marcia, a un mondo post-apocalittico che in realtà è inesorabilmente diretto verso un’apocalisse definitiva, un mondo, allora, pre-apocalittico nel disfacimento della società e del mondo civilizzato, che avanza tecnologicamente e indietreggia in termini di umanità. Akira rappresenta, dunque, un mondo violento, egoista, specchio di quell’età del ferro che per Ovidio era caratterizzata da ogni empietà, in cui fuggirono il pudore e la sincerità e la lealtà, e al loro posto subentrarono le frodi e gli inganni e le insidie e la violenza e il gusto sciagurato di possedere.

 

Il concilio degli dèi in un mondo senza divinità

Se Ovidio descrive la schiera di esseri umani dell’Età del ferro come spregiatrice degli dèi, quella descritta da Ōtomo è, invece, una società senza dei, in cui gli uomini cercano di sostituirvisi proprio arrivando alla creazione di un essere superiore, Akira, che finiranno però per temere e, allo stesso modo della schiera ovidiana, disprezzare. Gli uomini rinchiudono il frutto dei propri esperimenti, Akira, lo nascondono, reprimono persino chiunque lo idolatri. Ma in mancanza di una divinità la metamorfosi di Tetsuo, che acquisisce il potere di Akira, seppur sotto il segno della violenza e della distruzione, assolutamente naturale in un mondo perpetrato da crudeltà e devianze etiche, si fa unica possibilità per la riaffermazione di quella ciclicità propugnata da Ovidio ne Le Metamorfosi: Tetsuo, trasformatosi in energia pura, in divinità, in Caos, dà vita a un nuovo mondo, ricostruisce proprio come avviene nel poema ovidiano, lasciando che la società si distrugga per mano del suo irreversibile decadimento, si trasformi fino all’auto-eliminazione, mentre un dio, che adesso esiste, crea una nuova stirpe, una nuova era, nel segno della ciclicità della condizione umana di stampo mitologico.

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