Il Superuovo

Il calcio è nel pallone: Max Weber ci può mostrare le conseguenze della “Super League”

Il calcio è nel pallone: Max Weber ci può mostrare le conseguenze della “Super League”

Si può parlare di un tradimento del calcio rispetto ai propri valori?

Il filosofo Max Weber

Il 18 aprile del 2021 è scoppiata quella che in molti definiscono la guerra del football, accendendo subito il dibattito fra tradizionalisti e innovatori: ma il discorso è più ampio di così. 

La Super League 

Dodici fra i top team europei (tra cui le italiane Milan, Inter e Juventus) hanno fondato una nuova competizione europea, la Super League, alla quale i club fondatori avranno accesso ogni anno, mentre gli altri dovranno giocarsi la qualificazione nei loro rispettivi campionati. Una storica decisione che è la conseguenza dei contrasti fra questi team e la UEFA, l’organo di governo del calcio in Europa. Quest’ultima ha minacciato sanzioni pesantissime: chi parteciperà a questo progetto sarà escluso da ogni competizione, compresi i campionati nazionali, e i giocatori di queste squadre non potranno essere convocati dalle rispettive nazionali. Una situazione degna delle migliori stagioni di Game of Thrones. C’è chi attacca la nuova competizione difendendo la meritocrazia, poiché di fatto la maggioranza dei posti sarà occupata dalle stesse squadre, ampliando il grosso margine, già esistente, fra piccoli e grandi club; c’è chi sottolinea che questo passaggio porterà a un impoverimento dei campionati nazionali come la Serie A, e chi invece crede che la nuova Lega possa promettere maggiore spettacolo nelle partite. 

Il disincantamento del mondo

Si è arrivati a un punto in cui la UEFA sembra la garante dei principi sportivi, mentre i club “secessionisti” sono i designatori di un progetto cinico: ma la mattina dopo il famoso annuncio, la UEFA risponde con la riforma della nuova Champions League. Anche qui, sembra esserci pochissimo spazio per i campionati nazionali, che sono la radice popolare e culturale di questo sport. Quindi, da qualunque lato si guardi, il calcio che il poeta Pier Paolo Pasolini definiva “l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo” sembra essere scomparso, e purtroppo non è una novità. Questo conflitto non è fra i difensori dello sport e le élite, ma una “guerra fra ricchi”, come ha titolato il giornale francese L’Equipe, che ha radicalizzato qualcosa ormai in atto da tempo nel panorama calcistico e non: il processo che il filosofo Max Weber chiama il disincantamento del mondo. Quest’ultimo è che la crescente razionalizzazione della vita, l’estensione dell’uso della ragione in ogni aspetto della realtà, che ha portato sia a un progressivo sviluppo della ricerca scientifica, sia all’espansione dell’economia capitalistica.

Davide e Golia 

Weber non sta facendo una critica alle graduali conoscenze che la ragione porta all’uomo: in discussione qui è la credenza che attraverso il calcolo e la fredda logica numerica si possa dominare tutto ciò che ci circonda, riducendo quello che è lo spazio del sacro e dell’imprevedibile nella vita degli uomini. Il calcio ha dentro di sé questa aura magica, la straordinaria capacità di mettere tutto in discussione, anche se di fronte si trova il Real Madrid. La forza del calcio sta nella possibilità di rivincita del tifoso: ciò che spesso nella società e nella vita di tutti i giorni viene negato, nei novanta minuti diventa un’opportunità di cambiamento, è la prova tangibile che esiste un mondo in cui Davide può ancora battere Golia. Se si è andati verso una logica del calcio sempre più aziendale, c’era ancora (e, forse, c’è tuttora) un filo che legava questo sport alla sua origine: il rapporto fra i tifosi e la propria squadra. Indossare la maglia del proprio club significa dimostrare la propria appartenenza a un gruppo, aderire ai valori portanti di quella che è a tutti gli effetti una comunità.

I tifosi del Liverpool (uno dei club fondatori della Super League) durissimi contro la decisione della società.

Il calcio è (nel) pallone

Ma le reazioni della maggior parte dei tifosi sono state durissime e, a prescindere da chi la spunterà, lo strappo è stato realizzato su due fronti: il primo è la rottura con il modo tradizionale di vivere il calcio, che fa delle competizioni nazionali il fulcro della sua identità. In Italia la Juventus è la squadra con più trofei nazionali, il Milan ha rappresentato per anni l’orgoglio del calcio italiano in Europa, e l’Inter vanta di non essere finora mai retrocessa in Serie B, avendo come slogan “Siamo fratelli del mondo”, espressione di inclusione e fratellanza. Come possono queste identità convivere con la nuova visione del calcio? 

Il secondo strappo è stato fatto nei confronti di quel nucleo “magico-sacrale” che ancora in parte sopravvive: come disse il filosofo Jean-Paul Sartre, il calcio è “metafora della vita”, un’altalena che oscilla fra gioie e delusioni, capace di proiettare la gente in un regno in cui anche l’impossibile può trasformarsi nel possibile, perché come dice Weber: “non si realizzerebbe ciò che è possibile se nel mondo non si aspirasse sempre all’impossibile”. Perciò il calcio ha sempre rappresentato la speranza di un cambiamento, una rottura dell’ordine, con le parole di Pasolini:

“Ogni goal è sempre un invenzione, è sempre una sovversione del codice, ogni goal è ineluttabilità, folgorazione, stupore, irreversibilità”.

Che sia UEFA o Super League, il calcio è nel pallone, non solo perché è in mezzo a una crisi senza precedenti, ma anche perché la sua essenza è letteralmente in quella sfera: simbolo di sogni e di imprevedibilità, “la palla non arriva mai dove la si aspetta” scriveva Albert Camus, e se si continua a tirare la corda, a inaridire quel calore fra i tifosi e le squadre, se si spezza quell’incantesimo, se non si dà la possibilità di trasformare anche il più brutto dei ranocchi in un principe, allora sì, avremo permesso che quel pallone smettesse di rotolare. 

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