il 25 giugno nasceva George Orwell: ecco 7 aneddoti che (forse) non sapevi su di lui

Considerato come il numero uno del romanzo distopico del XX secolo, Orwell ebbe una vita molto movimentata e ricca di aneddoti curiosi. Scopriamone alcuni.

Il 25 giugno del 1903, a Motihari, in India, nasceva Eric Arthur Blair, colui che poi il mondo avrebbe conosciuto con lo pseudonimo di George Orwell. In realtà Eric Arthur Blair non deve essergli mai piaciuto, anche se il figlio che adottò (egli era fermamente convinto di non essere fertile, nonostante non abbia mai avuto riscontri scientifici) prese normalmente il cognome paterno e si chiamò Richard Horatio Blair. Giornalista, speaker radiofonico per la BBC, saggista, critico letterario, scrittore ma soprattutto visionario: questo è stato George Orwell e queste sono solo alcune curiosità sulla sua vita e la sua carriera artistica.

Un fiume

Già abbiamo detto che adottò un altro nome, perlomeno quando firmava i suoi romanzi o i suoi numerosi saggi e articoli di giornale. Infatti prese a firmarsi come George Orwell dopo aver pubblicato “Senza un soldo a Parigi e Londra” (1933). Ma perché scelse proprio George Orwell? Nel 1929 si trasferì a Southwold, un piccolo paese della contea del Suffolk, soggiornandovi per tre anni. Nelle vicinanze di questo borgo scorre il fiume Orwell, nome che deve essere piaciuto particolarmente allo scrittore tanto da adottarlo come suo cognome. Per quanto riguarda il nome proprio “George“, invece, l’ipotesi più accreditata fa risalire la fonte di ispirazione ad un omonimo zio materno. Orwell si compiaceva molto di questo nuovo pseudonimo, considerato da lui “molto inglese” e adatto perciò alla sua vita pubblica di scrittore e insegnante.

Passaggio di consegne

Anche se era originario dell’India e figlio di funzionari britannici impiegati lì, presto si trasferì in Inghilterra, dove dal 1917 al 1921 frequentò il prestigioso Eton College grazie ad una borsa di studio. Lì, come insegnante di francese, ebbe nientemeno che Aldous Huxley, importantissimo intellettuale e scrittore inglese autore di quello che possiamo definire l’antenato più cronologicamente vicino di 1984: “Il mondo nuovo” (“Brave new World“) uscito nel 1932. Anch’esso è un romanzo distopico e a suo modo arriva a risultati simili a quelli di Orwell, tanto che si può pensare che, tra professore e studente collegiale, ci sia stato un effettivo passaggio di consegne nel campo del romanzo di tipo distopico. Un classico caso in cui si può dire che “L’allievo ha superato il maestro“, poiché in quegli anni l’opera di Huxley dettava legge nel suo genere. In una famosa lettera, datata 21 ottobre 1949, Huxley scrive a Orwell complimentandosi per il suo 1984, ma avanzando proposte e interpretazioni differenti riguardo al futuro, difendendo di fatto quelle che aveva già formulato lui diciassette anni prima. Insomma, i due ebbero un rapporto abbastanza stretto e, con le loro diverse ma simili visioni, sono divenuti delle pietre miliari nella letteratura distopica.

Tatuaggi e superstizione

Si dice che Orwell avesse molti tatuaggi, fatto insolito nella sua epoca soprattutto per un uomo occidentale. In particolare, quando fu impiegato come funzionario della polizia Imperiale in Birmania, a Mandalay, pare che si fosse fatto tatuare dei cerchi blu attorno ad ogni nocca delle mani. Questi disegni avrebbero dovuto preservarlo da sfortuna e malocchio, denotando in lui una certa attitudine alla superstizione. Inoltre è noto che, proprio in virtù di queste sue paranoie, durante la sua vita si fosse più volte interessato e documentato a proposito di stregoneria e magia nera, convinto dell’esistenza di questo tipo di fenomeni e della loro efficacia.

“Guerra Fredda”

Uno scrittore così attento alle dinamiche del suo presente come Orwell non poteva certo non accorgersi dello scenario che andava delineandosi in Europa e nel mondo dopo la Seconda Guerra Mondiale. E infatti, in un saggio del 1945 dal titolo “You and the atomic bomb” pubblicato sul quotidiano inglese “Tribune“, parlò del pericolo dell’utilizzo indiscriminato degli ordigni e delle testate nucleari che andavano producendosi, oltre a riscontrare possibili rischi futuri per via della  bipolarizzazione sempre maggiore dei rapporti di forza e diplomatici a livello internazionale. In questo saggio comparve per la prima volta l’espressione “Guerra Fredda“, coniata dunque proprio da George Orwell, anche se poi fu ripresa e diffusa a livello mondiale dal giornalista americano Walter Lippmann che, nel 1947, fece di questa frase il titolo di un suo libro.

Un bicchierino

Quando scoppiò la Guerra Civile Spagnola, Orwell si arruolò ben presto come volontario tra le file dei combattenti del POUM (Partito Operaio di Unificazione Marxista) e riportò persino una ferita alla gola dovuta a un proiettile che, fortunatamente lo colpì di striscio, su un lato. Prima ancora della guerra civile egli visse anche a Parigi, facendo esperienza di povertà e miseria (scrisse autobiograficamente “Senza un soldo a Parigi e Londra“) ma continuando a scrivere e inserendosi, in modo defilato, nell’ambiente intellettuale della città. Più o meno visse a Parigi in quegli anni anche il grande scrittore americano Ernest Hemingway, che come Orwell partecipò alla Guerra Civile spagnola. i due, grandi giornalisti e romanzieri affermati (soprattutto l’americano), rischiarono più volte di incontrarsi, finché, pare, che questo un giorno accadde davvero: Orwell si ritrovò a soggiornare, nel 1945, nello stesso albergo di Hemingway. Allora l’inglese si mise a cercare la sua camera e poi, una volta presentatisi, i due bevvero insieme un bicchiere.

Tubercolosi

Questa è la malattia che ha causato la sua morte a soli 47 anni, il 21 gennaio 1950. Gli era stata diagnosticata molti anni prima dal suocero, il padre della prima moglie Eileen O’Shaughnessy, morta nel 1945 per complicazioni durante un intervento chirurgico. Per guarire Orwell cercò persino di trasferirsi qualche mese in Marocco, soggiornando a Marrakech. Qui gli venne l’ispirazione per uno dei suoi romanzi più sconosciuti ma comunque di valore, dal titolo “Una boccata d’aria“, terminato e pubblicato nel 1939 una volta tornato in patria dalla Guerra Civile Spagnola.

“Brazil”

Le opere di Orwell sono diventate talmente famose (soprattutto dopo la sua morte) che ben presto fornirono l’ispirazione per dei prodotti cinematografici di successo. Tutti conoscono il film d’animazione ispirato alla “Fattoria degli animali” che venne rilasciato nel 1954 e che fu il primo lungometraggio d’animazione inglese ad essere distribuito in tutto il mondo. Tutti poi conoscono il film su 1984, intitolato proprio 1984 e uscito nel 1984 con la regia di Michael Radford, che seguì fedelmente e pari passo la trama del romanzo orwelliano. Ma forse qualcuno potrebbe non conoscere (o non collegare mentalmente al libro) un film uscito nel 1985 e largamente ispirato all’opera di George Orwell: si tratta di “Brazil“, prodotto molto interessante del regista Terry Gilliam. L’ambientazione in uno stato che si presenta come una macchina burocratizzata, gerarchica e inflessibile, dedita all’oppressione e alla tortura dei ribelli; il protagonista che è un funzionario dell’amministrazione, immerso ma allo stesso tempo estraneo alle dinamiche oppressive e che sente il bisogno di evadere, soprattutto a causa di una donna ribelle al sistema; l’ironia amara di Orwell ripresa e aumentata fino quasi ad ottenere punte di grottesco. A cominciare dal titolo, stridente in tutto e per tutto in quanto si riferisce ad un motivetto che tutti conosciamo e che canticchiamo quando pensiamo al Brasile e che denota il bisogno del protagonista (un giovane Jonathan Pryce) di evadere da una grigia e tetra realtà cittadina. Gilliam non gira un film su 1984, ma fa suo il romanzo rielaborandolo e adattandolo ad uno scenario politico e sociale che, rispetto ai primi anni della Guerra Fredda di cui parla Orwell, è molto cambiato. Il risultato di questa ripresa e rielaborazione è notevole e vale la pena vederlo.

 

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