Identità vs Appartenenza: dove Venom ci viene in aiuto

In un’epoca veloce, immediata e confusionaria come quella odierna, l’uomo percepisce la necessità di conoscere tutto subito, di avere chiaro tutto quello che gli si para davanti. Se questo può essere un pregio da una parte, dall’altra si ha il suo risvolto negativo. Perché l’uomo, nella sua smania di ordine, divide ossessivamente la realtà in dipartimenti stagni, così da averne uno schema preciso. Se si parla della scelta di un oggetto, la rapidità indubbiamente aiuta. L’errore arriva, però, quando la stessa schematizzazione viene applicata agli altri suoi simili.

Appena si conosce una nuova persona, si cerca subito di comprendere chi questa sia, partendo da semplici indizi come la nazionalità o il mestiere. Quindi, la si posiziona in una categoria astratta che secondo la nostra esperienza si adatta a ciò che abbiamo sentito. ‘Italiano’ quindi ‘poco affidabile’. ‘Bancario’ quindi ‘preciso alla lettera’. ‘Cristiano’ quindi ‘fanatico’ o, peggio, ‘Musulmano’ quindi ‘terrorista’. Questo procedimento è normale, almeno agli inizi, tanto da farsi un’idea generale di chi si ha davanti. Ma non è tutto quello che serve.

Il concetto di identità, propria o degli altri, è uno di quelli che più causano riflessioni

Spesso, infatti, si crede che sapere delle caratteristiche base dell’altro comporti il conoscere la sua identità. In realtà, in questo modo, si tende a confondere quest’ultima con la semplice appartenenza.

 

Carta d’identità o di appartenenza?

Michel Serres si occupa con precisione proprio di questa differenza. Filosofo francese e membro de l’Académie Française, si interroga su cosa sia realmente l’identità dell’altro ed i rischi che portano alla sua confusione con la semplice appartenenza.

Michel Serres

Secondo il filosofo, le informazioni riportate sulla carta d’identità, così come la religione o la professione, non sono altro che indizi sull’appartenenza di qualcuno ad un qualche gruppo che non sempre ha potuto scegliere. Nessuno decide dove nascere, da quale paese provenire. Si può decidere quale percorso lavorativo intraprendere, ma non sempre si è liberi di farlo. In sintesi, quando è possibile sostituire il verbo ‘appartenere’ a ‘essere’ nell’espressione ‘io sono qualcosa‘, allora sappiamo che il dato che ci sta arrivando all’orecchio non è un sinonimo di quello che qualcuno realmente è, ma semplicemente un luogo dove l’altro è capitato, può essere anche per caso. Per questo non ci si può basare solo su uno di questi gruppi per giudicare l’essere dell’altro.

Tutte queste caratteristiche sono ovviamente, a loro modo, parte di noi. Ma solo associate a tutti gli altri gruppi a cui, nel corso della vita, scegliamo razionalmente di appartenere, possono dare un’immagine chiara del nostro essere. Si può dunque considerare l’insieme dei gruppi di appartenenza come l’identità di qualcuno. ‘La somma delle mie appartenenze, che io non conoscerò fino alla mia morte, perché il progresso di un uomo consiste nell’entrare in nuovi gruppi‘. Ecco cos’è, per Serres, l’identità vera di ognuno di noi. L’insieme delle appartenenze, non quella singola che può balzare all’occhio in modo più immediato.

La persecuzione dei Giapponesi negli Stati Uniti, durante il periodo di guerra, ha origine proprio nel ridurre l’identità degli appartenenti a quella data nazione al solo fatto di essere nati in Giappone. La loro appartenenza ad un paese ha surclassato il loro essere, rendendoli tutti perfettamente identici

Il rischio di una categorizzazione troppo veloce è proprio quello di finire a ridurre l’altro ad un solo gruppo. Questo errore di valutazione è molto grave, perché, se ci si riflette, si nota che è la causa primaria di un problema sociale intriso nella realtà di oggi: il razzismo. Giudicare l’altro a seconda di una sola delle sue caratteristiche porta ad una svalutazione del suo io più completo, riducendo quella che si è precedentemente definita identità ad una sola sfumatura. Questo procedimento mentale, cela in lui il rischio della persecuzione. La storia ha insegnato più volte come l’identificazione di una categoria come pericolosa abbia avuto conseguenze catastrofiche. Ma anche in una dimensione più micro, il classificare qualcuno velocemente in un dipartimento porta a crearsi idee errate e pregiudizi immotivati.

 

Venom e l’identità

Un esempio recente di cosa sia il confondere l’appartenenza con l’identità, è il film targato Sony e Marvel, Venom. Tutta la pellicola è giocata sull’appartenenza ad una specie e su cosa si dovrebbe fare a suo favore. Le aspettative che un uomo ha su un altro uomo in quanto tale, come quelle che un simbionte (il nome dell’organismo che costituisce con un umano Venom) ha su un altro suo simile.

Chi è realmente Venom?

L’appartenere ad una determinata natura, però, non è la totalità dell’identità di nessuno, e la prova è proprio Venom stesso. Il simbionte rivela nel corso della storia più lati del suo carattere, che si vanno immancabilmente ad allontanare da quelli che ci si aspetterebbe da uno ‘come lui’. I suoi desideri provengono dall’insieme dei gruppi a cui lui ha scelto di appartenere, dando dei risvolti significativi alla trama e provando che la sua identità va ben oltre la sua cerchia naturale.

Inoltre, non si può non considerare il fatto che le sue appartenenze vanno a fondersi con quelle di Eddie (l’umano a cui è legato). In questo modo, si forma un’identità ricca senza precedenti, impensabile se ci si ferma agli aspetti più superficiali dell’appartenere. Senza un’analisi della totalità a cui Venom corrisponde, quindi, il giudizio finale corrisponderebbe all’opposto di quello che esso è realmente.

Ecco la conclusione a cui arriva anche Serres, e che tutti dovrebbero accogliere. Talvolta la velocità non è un bene, soprattutto quando si tratta dell’incontro con l’altro. Un ruolo che questo può interpretare non corrisponde alla sua identità. Al contrario, una confusione tra questi (come ancora sostiene il filosofo francese) è solo definibile ‘errore e delitto‘.

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