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Identità sociale: come ci comportiamo in gruppo? Chiediamolo agli psicologi Tajfel e Turner

Identità sociale: come ci comportiamo in gruppo? Chiediamolo agli psicologi Tajfel e Turner

L’identità sociale è quella parte del concetto di sé che deriva dalla consapevolezza di appartenere ad un gruppo sociale, che sia parte della società o la società stessa.

Nel corso della storia sono state tante le teorie sul come e perchè ci comportiamo in gruppi sociali in modo differente rispetto che in una condizione intima di protezione e sicurezza (per esempio in casa).

Quello che è evidente agli studiosi è che il contesto di riferimento influenzi in un qualche modo il nostro comportamento, mostrando lati diversi della nostra personalità a seconda di quali bisogni soddisfiamo e quali emozioni proviamo in presenza (o in assenza) di altre persone.

Ripercorriamo insieme le teorie più rilevanti in merito.

Le teorie più accreditate

Nel 1970 Tajfel teorizzò la Social Identity Theory, nata dal l’obiettivo di comprendere e spiegare come le persone arrivino ad adottare un’identità sociale piuttosto che portare avanti un’identità personale e come la prima influenzi le relazioni interpersonali e intergruppi.

Nel 1971 Turner, suo collega, teorizzò in contemporanea la Self Categorization Theory che, invece, si poneva l’obiettivo di comprendere i processi cognitivi, emotivi e comportamentali che stanno alla base del meccanismo di identificazione ad un gruppo sociale (piuttosto che ad un altro)

Queste due teorie nascono dalla scoperta fatta nel 1967 dallo stesso Tajfel con l’esperimento dei Gruppi Minimali (che si poneva l’obiettivo di spiegare la Teoria del Conflitto Realistico di Sherif, il quale sosteneva che l’appartenenza ad un gruppo piuttosto che ad un altro era determinata dalla competizione o dalla collaborazione verso l’accaparramento delle risorse, per definizione carenti, che siano alimentari o economiche).

Questo esperimento dimostrava che una persona adotta un’identità sociale (e i comportamenti conseguenti) in base alla “mera categorizzazione” (semplice categorizzazione dell’individuo in un gruppo anche senza apparenti motivazioni reali).

SIT – La teoria dell’identità sociale di Tajfel

La teoria si modella su tre assunti:

  1. La Categorizzazione Sociale, ovvero sentirsi appartenenti ad un gruppo come risposta di un processo cognitivo universale e funzionale volto a :
  • rispondere a situazioni sociali complesse
  • per organizzare le informazioni socialmente rilevanti
  • comprendere e prevedere il comportamento altrui

Pertanto, l’individuo metterebbe in atto comportamenti negando la propria identità personale (e altrui!) modellando comportamenti stereotipici.

  1. il Confronto Sociale, invece, stabilisce per l’individuo il valore del proprio gruppo confrontandolo con un altro gruppo, confronto che avviene attraverso caratteristiche stereotipiche del gruppo (valutando status e prestigio dando più valore al proprio gruppo piuttosto che agli altri gruppi)
  2. e l’Identificazione Sociale, ovvero il processo attraverso il quale ci si identifica e classifica come membri del gruppo sociale in questione, non solo dal punto di vista cognitivo ma anche dal punto di vista emotivo.

STC – La teoria della categorizzazione di sè di Turner

Questa teoria si focalizza su la definizione cognitiva di sé come singoli individui o come membri di un gruppo.

Turner si chiede perché le persone assumono comportamenti solamente perché categorizzati sotto lo stesso nome? (per esempio, i tifosi).

Negli anni ’70 Tajfel definisce i 3 fattori distintivi del comportamento sociale:

  • la presenza o l’assenza di almeno due categorie sociali
  • e la variabilità dei comportamenti all’interno di ciascun gruppo e nei confronti di membri degli altri gruppi (alta variabilità – alta eterogeneità dei comportamenti, bassa variabilità – alta uniformità dei comportamenti).

Sulla base di questi studi Turner voleva studiare l’oscillazione della persona all’interno delle due identità,personale e sociale, spiegando la seconda come processo di de-individuazione condizionata da stereotipi sociali proiettati su di sé, rielaborati attraverso una ridefinizione cognitiva del sé mediante il comportamento di gruppo.

Nel 1978 Rosch aveva teorizzato una terza identità, l’identità sovraordinata, ovvero quell’identità che secondo lui farebbe parte degli individui in quanto esseri viventi (e quindi in confronto con gli altri).

Bruner, invece, in quegli anni definì il concetto di Accessibilità, ovvero l’insieme delle esperienze, dei valori, dei bisogni e delle motivazioni intrinseche dell’individuo.

Turner decise di prendere queste due definizioni e integrarle ad altri due concetti coevi:

  • il Fit Normativo (Oakes) – il grado in cui le somiglianze e le differenze sono percepite dalla persona sulla base delle sue aspettative
  • il Fit Comparativo (Wetherell) – il grado in cui queste differenze siano minori tra persone rispetto a le stesse con altre persone (es. gruppo di 10 persone, distinguo uomini e donne sulla base delle aspettative culturali, come la lunghezza dei capelli. Se questo non basta, potrei utilizzare una seconda immagine interiorizzata di uomini e donne come confronto, per esempio l’altezza, i seni, i lineamenti del viso, etc etc).

Secondo Turner, quindi, ciò che la persone porta con sè (per Rosch accessibilità) come bagaglio personale si deve inserire in un Fit Normativo (adattamento alle norme figlio degli stereotipi presenti nella società o nel gruppo di riferimento) più un Fit Comparativo (adattamento figlio di un confronto tra gli altri e con gli altri).

Comprendiamolo attraverso il Cinema

Un esempio divertente di questi meccanismi di adattamento lo possiamo riscontrare nel film “Il Diavolo veste Prada” (2006) diretto da David Frankel, dove sono ben distinguibili tre comportamenti ben definiti:

  • Meryl Streep: Miranda Priestly carattere fortemente prototipico di leader che guida e dirige le norme aziendali secondo una ricerca della massima efficienza
  • Anne Hathaway: Andrea “Andy” Sachs – carattere dove la persona che entra in azienda inizialmente (accessibilità) si scontra con le norme di Runway.
  • Emily Blunt: Emily Charltoncarattere guidato dalla spinta dello stereotipo sociale dove “ci si comporta così perchè ci si deve comportare così” (nell’azienda di Runway soprattutto)

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