In questi ultimi giorni abbiamo assistito allo sbarco dei principali politici su Tik Tok, in prossimità delle elezioni.
A ridosso delle elezioni del 25 settembre, per cercare di combattere il rischio di elevato astensionismo giovanile, diversi politici hanno aperto un profilo sul social network Tik Tok, cercando di veicolare i contenuti dei loro programmi tramite brevi video informativi. Questa strategia comunicativa è stata oggetto di forti critiche da parte dei giovani: in particolare, si è sottolineato come la classe politica si sia “risvegliata” a meno di un mese dal voto, ricordandosi dei ragazzi, cercando di comportarsi come questi ultimi, ma in modo pacchiano.
Berlusconi punta al format del videomessaggio, che fa tanto amarcord 1994, ovvero la sua “discesa in campo”. Utilizza la sua comunicazione ammiccante a cui ci ha abituato per tanti anni, ma è unidirezionale e non rispetta né i format né l’obiettivo della piattaforma; il primo approccio di Renzi non è male: infatti, prova a sfruttare l’autoironia per avvicinarsi al pubblico; il leader di Azione, Carlo Calenda, tenta di mettersi sullo stesso piano dei giovani, parlando anche di temi lontani dalla politica, risultando un po’ fuori tempo. Una nota positiva è che fidelizza e crea engagement facendo video risposta; il feed di Conte è molto popolato, ci sono parecchi contenuti, ma quelli nativi sono pochi: cerca di avere una comunicazione seria e rigorosa, non scimmiottando i giovani, ma è ancora freddo; Salvini è il leader politico italiano che è da più tempo sulla piattaforma e sul suo feed si intervallano contenuti politici a momenti di vita quotidiana. In media pubblica due o tre video al giorno e utilizza i trend della piattaforma, con una community che risulta attiva; Giorgia Meloni si concentra sul mettere in risalto i temi politici della sua campagna, piuttosto che lei in prima persona. L’impostazione, però, è la stessa di quando è in televisione e, soprattutto, manca una vera produzione per il social.
IL DIVARIO COMUNICATIVO TRA I GIOVANI E I POLITICI
In tutti i Paesi dell’UE si verifica il problema dello scarso coinvolgimento dei giovani nella politica: questo, a lungo termine, porterà a un distacco quasi totale tra le politiche portate avanti nei palazzi e le istanze concrete del popolo.
Negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso i giovani erano molto coinvolti politicamente: organizzavano, infatti, azioni di propaganda come comizi e manifestazioni. Il motivo è da ricondurre al sentimento di piena rappresentazione in una determinata ideologia, contrariamente alla situazione che si verifica al giorno d’oggi. Nell’era della Terza Repubblica e dei nuovi partiti, gli under35, spesso, sono distaccati dal mondo della politica, perché spesso lamentano di non sentirsi rappresentati da nessuno. Questo scenario non è dovuto alla pigrizia della nuova generazione o all’eccessivo utilizzo dei social network per motivi futili, ma al divario sempre più accentuato tra i politici di oggi e i partiti e la gioventù: i primi non sono in grado di comunicare con i secondi e non sanno andare incontro alle loro esigenze.
A causa di un distacco tra le nuove generazioni e i partiti, dovuto alla mancanza di coinvolgimento giovanile nelle attività politiche, i giovani mostrano sempre di più un atteggiamento di sfiducia nei confronti delle istituzioni. Questo scenario è desolante perché, in realtà, molti giovani hanno un pensiero proprio su determinate tematiche, soprattutto quelle sociali; l’elemento mancante è il dibattito tra diverse fazioni ideologiche e, spesso, sia chi si identifica in un quadro di destra che chi si ritrova maggiormente in uno di sinistra, fatica a confrontarsi con chi ha una visione differente. La politica dovrebbe favorire il sano confronto, alla base di una democrazia funzionante.
A causa dell’incomunicabilità tra istituzioni e giovani, questi ultimi non sanno che direzione politica prendere. Ultimamente, i vari leader di partito hanno cercato di ovviare a questo problema sbarcando su Tik Tok, anche se la loro strategia risulta piuttosto goffa, in quanto non sono capaci di usare questo social network e risultano opportunisti, visto che approfittano di un mezzo di comunicazione molto usato tra i giovanissimi per parlare dei propri programmi (e fare anche intrattenimento divagando dalla politica), a ridosso del voto. Hanno, quindi, bisogno del sostegno di una categoria che hanno ignorato fin’ora, in considerazione del fatto che la classe politica che siede in Parlamento andrebbe svecchiata e sarebbe necessario dare spazio ai giovani.
Nella maggior parte dei casi, nei ragazzi mancano la fiducia e la speranza che la società possa cambiare: proprio per questa sfiducia generalizzata stiamo assistendo a un drastico calo della partecipazione giovanile alla vita politica del paese, un progressivo disinteresse.
il divario comunicativo tra i giovani e i politici – Bing images
LE CAUSE PRINCIPALI DELL’ASTENSIONISMO
Gianfranco Pasquino, ex senatore e politologo di fama, evidenzia tre cause principali dell’astensionismo: 1) la tendenza a partecipare solo alle tornate elettorali ritenute più importanti: generalmente l’affluenza è parecchio più alta alle elezioni politiche che alle amministrative; 2) la forte somiglianza tra proposte e idee dei vari candidati e delle diverse coalizioni, con la conseguenza che la vittoria di uno o dell’altro avrebbe uno scarso impatto sulla vita dei cittadini; 3) la crisi dei partiti, i quali ormai non riescono più a mobilitare gli elettori e portarli alle urne.
In Italia la terza opzione risulta essere la più influente, con una generale sfiducia nei confronti dei partiti e delle istituzioni. Grazie alla terza edizione del Rapporto sul benessere equo e sostenibile (Bes) dell’Istat tutto questo è ancora più evidente. Lo studio ha una sezione dedicata alla politica e alle istituzioni in cui, fra le altre cose, tiene traccia della fiducia dei cittadini nei confronti di: partiti politici, parlamento, sistema giudiziario, istituzioni locali e forze dell’ordine.
“La fiducia dei cittadini verso il parlamento, il sistema giudiziario e i partiti politici è bassa in tutto il territorio nazionale, ma è un po’ più bassa al nord rispetto al mezzogiorno. Viceversa, la fiducia nelle Forze dell’ordine, nei Vigili del fuoco e nei governi locali è più bassa nel Mezzogiorno e leggermente più elevata al Nord”, si legge nel rapporto Bes 2015.
È evidente, quindi, che, nonostante le cause del non voto possano essere tante, e persino legittime, in Italia il clima di sfiducia nei confronti delle Istituzioni ricopre un peso notevole nella questione. In un paese che, storicamente, ha avuto un tasso di partecipazione elettorale relativamente alto, non dovrebbe sorprendere che il vero crollo dell’affluenza sia avvenuto dopo lo scandalo Tangentopoli e la fine della Prima Repubblica.
IL CORRETTO UTILIZZO DEI SOCIAL MEDIA E LA COMUNICAZIONE POLITICA
I social media hanno permesso ai politici di sovvertire i tipici mezzi di comunicazione, coinvolgendo direttamente il pubblico. Donald Trump ne ha fatto uso quando ha perso le elezioni presidenziali del 2020, sostenendo che l’elezione fosse fraudolenta e creando quindi la necessità di una rielezione. Le conseguenze delle azioni online di Trump sono state mostrate quando, il 6 gennaio, il Campidoglio degli Stati Uniti è stato attaccato dai sostenitori dell’ex presidente.
Essere una presenza popolare sui social media aumenta anche le probabilità di un politico di arrivare al potere. Boris Johnson, nella candidatura del 2019 per sostituire Theresa May come Primo Ministro, aveva più di mezzo milione di “mi piace” sulla sua pagina (sostanzialmente più degli altri candidati), il che significa che quando ha pubblicato il suo video di lancio ha ottenuto più di 130.000 visualizzazioni, il che potrebbe essere stato un fattore importante per la sua vittoria finale.
Uno studio condotto da Sounman Hong ha rilevato che, nel caso dei politici che utilizzano i social media e se il loro uso aumenterà in base alla loro valutazione individuale delle conseguenze e se queste saranno in gran parte positive o negative, è stato riscontrato che nel caso dei backbenchers, degli “underdogs” e dell’opposizione è probabile che il loro uso aumenti per ottenere il riconoscimento e il sostegno dell’opinione pubblica, dove altrimenti potrebbero passare inosservati.
I media digitali e i social media riducono la distanza tra politici e cittadini, offrendo la possibilità di creare una maggiore interlocuzione tra i due attori – i like, i commenti ai post, i messaggi privati a questo o quell’attore politico – ma, più spesso, dando modo di accentuare la trasformazione degli attori della politica in celebrità, offrendo nuove strategie di spettacolarizzazione e personalizzazione. I social media sono infatti particolarmente efficaci per le strategie di self-promotion, tramite la customizzazione del proprio profilo e la pubblicazione di informazioni inerenti alla propria vita privata. I social hanno aperto la strada a nuove forme di intimizzazione del rapporto con i cittadini: alle immagini formali e ingessate pubblicate dai media tradizionali seguono le fotografie personali, scelte direttamente dai politici o dal loro staff, che ritraggono il politico nelle sue attività professionali e nei contesti informali esterni al suo ruolo, manifestare le sue emozioni, guardando in modo diretto il pubblico. Con i selfie o i video-selfie, parlare della propria intimità, esporre al pubblico la propria sfera privata non è più considerato inappropriato e, anzi, i politici accettano di buon grado di soddisfare la curiosità del pubblico, convinti che questo gli permetta di accrescere il proprio consenso elettorale. Questi nuovi strumenti di spettacolarizzazione e politicizzazione della propria vita privata creano le condizioni per l’accentuazione dei fenomeni di leaderizzazione e personalizzazione, che possono mettere ancor più in crisi il ruolo dei partiti, comitati elettorali a sostegno del leader, e trasformare ancor più le logiche della rappresentanza in quelle della rappresentazione, spostando in secondo piano le dimensioni programmatiche e i processi decisionali, accentuando alcune retoriche più efficaci comunicativamente. Aggiungiamo, inoltre, le nuove forme di popolarizzazione del discorso politico, improntate al coinvolgimento emozionale e all’entertainment: è il fenomeno della memetic politics, l’umorismo politico in rete tramite i meme, arma nelle mani del cittadino digitale che saccheggia la cultura pop per creare significati collettivi, replicati e condivisi in rete.