I classici rendono l’uomo libero, ce lo dicono Machiavelli e il film “Fahrenheit 451”

Bruciare i libri significa controllare le menti delle persone. Nei libri si deposita e si conserva la memoria dell’umanità, la traccia indelebile del progresso culturale degli uomini e il desiderio di cogliere l’essenza dell’esistenza. 

Scena dal film “Fahrenheit 451” (www.pointblank.it)

Nel corso della storia si è sempre ricorso all’incendio dei libri per distruggere l’identità culturale di una popolazione e per manipolarne i cittadini. Dalla distruzione dell’antica biblioteca d’Alessandria ai più recenti roghi ad opera dei nazisti si può evincere quanto i classici siano giudicati pericolosi in quanto hanno il potere di rendere gli uomini liberi.

“Niccolò Machiavelli nel suo studio” di Stefano Ussi

“Fahrenheit 451”: il totalitarismo che sopprime il libero pensiero

Il film televisivo “Fahrenheit 451“, uscito nel 2018 e diretto da Ramin Bahrani, è ispirato all’omonimo romanzo fantascientifico di Ray Bradbury del 1953. È ambientato in un futuro distopico in cui la tecnologia controlla ogni istante delle vite umane e in cui i vigili del fuoco non sono addetti a spegnere gli incendi ma ad appiccare fuoco ai libri. Il titolo è infatti la temperatura a cui la carta prende fuoco e i libri iniziano a bruciare. La lettura è bandita in quanto considerata in grado di generare follia in chi la pratica e solo delle versioni ridotte della “Bibbia”, di “Moby Dick” e di “Gita al faro” sono fruibili. Guy Montag, interpretato da Michael Bakari Jordan, è il protagonista della pellicola ed è un pompiere, al servizio del regime totalitario, convinto di combattere per la felicità comune. I libri raccolgono le opinioni diverse, le idee originali e l’unicità degli uomini e per questo devono essere distrutti: per rendere tutti uguali, per appiattire il pensiero individuale in modo da poterlo controllare minuziosamente. è quando una signora dissidente si lascia bruciare viva pur di non lasciare la moltitudine di libri, da lei custoditi, che le certezze di Guy iniziano a vacillare. Questo gesto sconvolgente e temerario lo porta a interrogarsi sul valore di quegli oggetti da lui quotidianamente inceneriti senza scrupoli. Spinto dalla curiosità e dalle affermazioni di un’informatrice, Clarisse, legge il contenuto del libro “Memorie dal sottosuolo” di  Fëdor Dostoevskij e non riesce più a smettere. Da quel momento abbandona il suo ruolo per unirsi ai ribelli e aiutarli nella realizzazione del loro piano per conservare la conoscenza letteraria.

Il sacrificio di sè per salvare la cultura e il suo ruolo di guida

La donna che nel film giunge a immolarsi come martire della cultura è membro di un gruppo di rivoluzionari. Ognuno di essi conosce a memoria un classico in modo da impedire che i pompieri possano distruggerlo per sempre. Il progetto a cui lavorano per mettere al riparo il patrimonio culturale prende il nome di “Omnis“. Consiste nel codificare i libri nel DNA di un uccello e rubare un transponder per rendere localizzabile il volatile, in modo che le informazioni possano essere poi trasferite anche in altri animali.

I libri sono qui per ricordarci quanto stupidi possiamo essere.

Così afferma una donna appartenente alla fazione ribelle rimarcando il ruolo dei libri nello smuovere le coscienze, nell’educare l’uomo a comprendere la realtà e nell’insegnarli a non commettere gli errori del passato. Anche lo scrittore Niccolò Machiavelli, vissuto a cavallo tra il Quattrocento e il Cinquecento, nutriva una particolare devozione verso i classici e lo studio della storia da lui reputata “magistra vitae“. Intellettuale impegnato a livello politico e civile era fermamente convinto che grazie allo studio della letteratura si potessero trarre insegnamenti e moniti per affrontare il presente.

Essere liberi anche nella costrizione: Machiavelli e i classici

Dopo anni di impegno militante Machiavelli viene escluso dalla politica e confinato in una sorta di esilio a San Casciano. Qui era costretto a condurre una vita degradante, futile e insignificante. Da importante diplomatico e politico si trovava a impiegare il tempo fra la caccia e le frequentazioni socialmente basse dell’osteria. Si sentiva prigioniero, costretto a portare avanti una routine vile e opprimente dalla quale solo alla sera al rientro in casa, poteva riscattarsi:

Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; e in sull’uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro humanità mi rispondono; e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro.

Ecco cosa scriveva il 10 dicembre 1513 nella lettera indirizzata all’amico Francesco Vettori. Unicamente nello studio dei classici riusciva ad essere davvero libero, anche nelle condizioni soffocanti a cui era sottoposto. Nel confronto con gli autori antichi sperimentava la vita autentica, l’ebbrezza del plasmare un pensiero critico in grado di analizzare le esperienze. Proprio dal colloquio serale quotidiano con i classici nasce la fondamentale riflessione politica contenuta nel celebre opuscolo del “Principe“. In sostanza i libri rendono l’uomo libero anche quando praticamente non lo è, come Machiavelli e come in “Fahrenheit 451“, fornendogli l’indipendenza dello spirito. La cultura salva l’uomo dalla sottomissione ed è importante preservarla per fornirgli gli strumenti necessari a migliorare la realtà circostante. 

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