Il Superuovo

I 73 anni di Peppino Impastato: ricordiamone l’importanza nelle vicende Stato-mafia

I 73 anni di Peppino Impastato: ricordiamone l’importanza nelle vicende Stato-mafia

Di quanti omicidi si è macchiata la mafia negli anni? Innumerevoli. Uno dei primi dell’era contemporanea è quello del giornalista Peppino Impastato: scopriamolo.

Il 5 gennaio di quest’anno si celebrerebbe il settantatreesimo compleanno di Giuseppe Impastato, conosciuto con l’amichevole diminutivo Peppino. E anche se lui non c’è più, da ormai 42 anni, il suo messaggio non muore mai. La sua figura rimane ben salda nell’immaginario degli italiani e significa solo una cosa: lotta alla mafia. Quest’anno, i festeggiamenti si tengono sulla pagina Facebook dell’associazione che ha preso il suo nome. Sebbene sia un nome molto conosciuto nello Stivale, conosciamo davvero la persona dietro la figura?

Peppino Impastato: un breve identikit

Giuseppe Impastato nasce il 5 gennaio 1948 a Cinisi, in provincia di Palermo, da una famiglia mafiosa. Chi l’avrebbe mai detto, eh? Infatti, il padre è stato mandato in confino durante il periodo fascista, zii e altri parenti sono mafiosi e il cognato del padre è il boss del paese, ucciso in un attentato. Fin dalla più tenera età, Peppino si discosta dallo stile di vita della famiglia e, poco dopo, il padre lo caccia di casa. In gioventù, avvia, nella sua Sicilia, un’intensa attività di sinistra e antimafia: scrive per L’idea socialista, Il manifesto e Lotta continua, si iscrive al PSIUP (Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria), è a fianco dei contadini, dei disoccupati e degli espropriati della sua piccola realtà. Nel 1977 arriva la svolta: fonda Radio Aut, radio libera e autofinanziata che, nel programma Onda pazza a Mafiopoli, denuncia i crimini mafiosi di Cinisi e Terrasini. Difatti, questi territori sono in mano al capomafia Gaetano Badalamenti che, attraverso l’aeroporto di Punta Raisi, controlla grandi traffici di droga.

L’omicidio del 1978: la fine di un’era

Tra l’8 e il 9 maggio 1978, Peppino Impastato viene ucciso dal boss Gaetano Badalamenti. Il tragico gesto prende di sorpresa tutta la comunità ma, sfortunatamente, non è totalmente inatteso. Difatti, il giovane si candida, proprio quell’anno, nella lista di Democrazia Popolare, partito vicino alle posizioni del PCI. Nel corso della campagna elettorale, Impastato riceve diversi avvertimenti di pericolo di morte da parte di Cosa Nostra, ma dice di ignorarli e proseguire con la sua attività di riqualificazione del territorio. Egli muore prima di vedere i risultati elettorali ma, simbolicamente, la maggior parte degli abitanti vota comunque il suo nome, eleggendolo a capo del Consiglio Comunale. Tornando all’omicidio, gli uomini di Badalamenti cercano di farlo parere un suicidio-attentato. Difatti, viene posto tritolo sotto il corpo della vittima, adagiato sui binari ferroviari, e viene lasciata una lettera, firmata dall’attivista. Nonostante ciò, il fatto suscita poco clamore mediatico: poche ore dopo, la salma del Presidente del Consiglio, Aldo Moro, è ritrovata nel bagagliaio di un auto.

Il Centro Impastato: Peppino vive ancora

Le indagini sull’omicidio di Peppino vengono riaperte solamente due anni dopo, grazie alla perseveranza della madre e del fratello. Essi rompono i rapporti con il ramo mafioso della famiglia e, appoggiati dal Centro siciliano di documentazione (nel 1980 rinominato a Impastato), portano avanti la pista dell’attentato di Cosa Nostra. Nel 1979, si organizza la prima marcia pacifica contro la mafia, a cui partecipano 2000 persone. Per avere un po’ di giustizia dobbiamo aspettare, però, almeno quattro anni: Antonino Caponnetto, Consigliere istruttore del Tribunale di Palermo, dopo la morte di Rocco Chinnici, riconosce la matrice mafiosa dell’atto, anche se lo attribuisce a ignoti. Dopo una chiusura del caso e una successiva riapertura, nel 1996, solamente nel 2002 si arriva alla verità, grazie al nuovo collaboratore di giustizia Salvatore Palazzolo. Infatti, quest’ultimo indica Gaetano Badalamenti come il mandante, assieme al suo vice, Vito Palazzolo. Con le sentenze del 2001 e del 2002, il primo viene condannato all’ergastolo, il secondo a 30 anni di carcere. A tanti anni dal misfatto, ricordiamoci della preziosa lezione dataci da Peppino e non facciamo mai morire il suo spirito.

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